[ dal quotidiano Liberazione – www.liberazione.it ]

di Stefano Galieni
Laura Nobili
Imma Tucillo Castaldo

«Un caso di psicosi collettiva». Con questa curiosa affermazione si sono giustificati gli agenti che avevano arrestato pochi giorni fa l’ennesima donna Rom, accusata di essere stata colta in flagrante mentre rapiva un bambino sotto le sue ampie gonne, all’Isola delle Femmine, pochi chilometri da Palermo. Titoloni, servizi in cui si era già emesso il verdetto, conferma del marchio che vuole le Rom rapitrici di italici infanti. Pagine di inchiostro, testimonianze di cittadini indignati e sicuri e poi la verità. Chi aveva lanciato l’accusa ha ammesso di partire da un pregiudizio, il bambino si era nascosto per conto suo sotto un mobile. Eppure, come in un rituale stanco e ripetitivo, si erano risollevati i casi di minori scomparsi e mai ritrovati; la drammatizzazione della presenza Rom in Italia e del disagio che questa arrecherebbe alla serenità della nostra vita. Tutto scontato e banale.

Per la smentita, poche righe e poche parole: il mito dello zingaro che rapisce deve continuare a perpetrarsi, per poter riemergere ed essere riciclato ad ogni piccolo segnale. Eppure….
«Abbiamo venduto bambini a tutti. Ai vetrai francesi e a quelli americani di Pittbusrgh, ai figurinisti della Garfagnana, che giravano l’Europa a vendere statuine. Agli spazzini cuneesi che ramazzavano nelle notti parigine. Li abbiamo venduti alle fornaci della Baviera, dell’Austria, dell’Ungheria, della Croazia». La lista continua a lungo, migliaia e migliaia di minori, spesso bambini molto piccoli, messi in strada per lavori da uomini, per accattonaggio. Accadeva meno di cento anni fa, ne ha raccontato Gian Antonio Stella in uno dei suoi libri migliori “L’orda, quando gli albanesi eravamo noi”. Bambini italiani che alimentavano un pregiudizio che è durato a morire, quello secondo cui faceva parte della nostra “indole”, della nostra, cultura comportarsi così.
Né più né meno di quanto nell’immaginario collettivo nostrano di paese in gran parte opulento, si è andato costruendo attorno alle popolazioni Rom e Sinti, presenti in Italia oggi. Pregiudizi che alimentano paure e paure che confermano pregiudizi, in un meccanismo infernale in cui si mescolano, bugie, falsi allarmi, speculazioni giornalistiche. Ma anche la difficoltà, quando c’è buona fede o la non volontà, quando si è consapevoli, che a contesti di disagio sociale diffuso non si risponde con la logica della repressione ma con quella della capacità della politica di trovare soluzioni sociali. In gran parte, tanto le amministrazioni quanto i potenti mezzi del “quarto potere” si sostengono nell’evidenziare l’irrisolvibilità di una questione considerata irriducibile, eppure dovrebbe costituire un segnale d’allarme la decisione adottata dal Ceds (Comitato Europeo per i Diritti Sociali) che il 26 aprile 2006 ha condannato il governo italiano nelle politiche e nelle prassi, per la sistematica violazione del diritto dei Rom e dei Sinti ad un alloggio adeguato. Il governo di allora rispose di non poterli considerare come cittadini stranieri legalmente residenti. Ma da allora nulla è cambiato. Resta terribilmente attuale la risoluzione unitaria attuata al parlamento europeo nel 2005, in cui si evidenzia come queste popolazioni “soffrano discriminazione razziale e in molti casi siano soggetti a severe discriminazioni strutturali, povertà ed esclusione sociale”. La risoluzione evidenzia anche le difficoltà quotidiane come gli attacchi, anche fisici, dei gruppi dell’estremismo razzista, le affermazioni pubbliche cariche di discriminazione e incitanti all’odio, gli sgomberi illegali e i comportamenti polizieschi dettati da antiziganismo e romanofobia. È recente la condanna al pagamento di 10mila euro di multa al neo sindaco di Verona, il leghista Tosi, per comportamenti xenofobi.
È a partire da questo elemento che forse si può ragionare attorno alle tante menzogne costruite attorno alla percezione e alla rappresentazione pubblica del discorso “sui” Rom, che quasi mai diviene un discorso “con” i Rom. Non solo la stampa di destra ma anche organi progressisti come Repubblica si sono lasciati andare a scelte che contribuiscono ad alimentare un vero e proprio alfabeto dell’inganno. “A” come accattonaggio, percepito e raccontato come il reato più odioso, secondo forse solo ad un attacco terroristico, “C” come campi, che dovrebbero essere attrezzati, di sosta e per nomadi e che invece sono spesso enormi campi profughi in cui si vive da almeno 3 generazioni, abbattuti e ricostruiti, spostati a secondo del mercato immobiliare ma quasi mai distrutti per far posto a progetti di edilizia pubblica. E poi “F” come furti, “M” come minori, raccontati come un esercito di sfruttati a cui le famiglie impediscono di andare a scuola. “R” come rumeni, gli ultimi arrivati, quelli che più faticano a trovare inserimento sociale e che più spesso finiscono con l’accamparsi lungo le pericolose e insalubri rive dei fiumi. L’alfabeto potrebbe continuare ma più che con le parole sarebbe utile vedere con i propri occhi la quotidianità della vita delle persone, scoprirne le differenze, i progetti di vita, le ambizioni e la rassegnazione al presente. Uomini e donne che malgrado in alcuni casi siano divenuti inespellibili, continuano a vedere le istituzioni come ostili e le forze dell’ordine come nemiche pronte a colpire. Del resto derubricare Rom e Sinti come problema di ordine pubblico porta consenso. Sgomberare, buttare giù baracche e portare via con le ruspe i pochi averi, rende sereni gli abitanti delle zone vicine ai campi e far venire acquolina alla bocca agli speculatori immobiliari che nelle aree suddette hanno interessi.
Ma significa polverizzare anche spazi di stabilità faticosamente costruita, i percorsi di scolarizzazione, di protezione sanitaria, di inserimento lavorativo, già difficili, si interrompono. Una politica di lungo respiro, che porti, con i tempi necessari all’abolizione dei campi, è impensabile: quale sindaco oggi ha il coraggio di dire che “vuole dare casa agli zingari?”. Ma anche una azione intermedia, in cui caso per caso, realtà per realtà, si decida di investire risorse pubbliche verificando realmente la capacità di assolvimento ai compiti preposti dalle associazioni di tutela e promuovendo la compartecipazione a qualsiasi progetto dei destinatari, in quanto persone e soggetti attivi, lo si può ancora definire demagogico. Da De Corato a Milano a Veltroni a Roma, passando per la Bologna cofferatiana, la risposta è univoca e non ammette repliche. Ci sono i soldi per far arrivare Roma poliziotti rumeni, ce ne sono per costruire megacampi lontani dalla città vetrina, non ce ne sono per politiche sociali degne di questo nome.
Intanto, magari per invertire la tendenza, si potrebbe lanciare una proposta a Repubblica che tanto spazio ha dato al rapimento inventato e tanto poco alla smentita.
Perché una delle spesso sovrabbondanti pagine non potrebbe essere riempita con un grande “Signora: ci scusi”? Ne guadagnerebbe la dignità del giornale e dei giornalisti.

[ dal quotidiano Liberazione del 2 agosto 2007 – www.liberazione.it ]

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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