[ da www.liberazione.it ]

di Piero Sansonetti

I governi della destra storica, nella seconda metà dell’ottocento, di fronte al fenomeno del brigantaggio che rendeva insicuro il Mezzogiorno d’Italia, trovarono una sola strategia: i carabinieri, l’esercito. Furono spediti al Sud 120.000 uomini armati, fu varata una legge speciale (la legge Pica), che sospendeva i diritti, in pochi anni ci furono più morti di tutti i morti nelle tre guerre del Risorgimento. Mezzo secolo dopo, più o meno, toccò a Mussolini intervenire in Sicilia dove il fenomeno mafioso si stava allargando, e metteva a repentaglio l’autorità dello Stato. Inviò un prefetto che si chiamava Cesare Mori, polso di ferro ed enormi capacità organizzative, lealissimo allo Stato (tanto era stato leale che nel ’22, a Ferrara, aveva sbarrato il passo alle squadracce fasciste di Balbo e aveva impedito loro di entrare in città…): Mori usò le sue doti di soldato, e la forza militare che gli era stata messa a disposizione, per dare un colpo alle cosche.

Produsse buoni risultati la via militare, nell’ottocento, e poi durante il fascismo? Dipende da come si vedono le cose. Non si fece nessun progresso nella lotta contro l’arretratezza del Mezzogiorno d’Italia. Le distanze tra il Nord e il Sud via via si allargarono. Ricasoli e Rattazzi (e più tardi Mussolini) erano convinti di avere avuto un buon successo, ma semplicemente resero più difficile il problema del rapporto tra Nord e Mezzogiorno.

E’ incredibile come 150 anni dopo, il riflesso condizionato del mondo politico – e dei giornali – sia sempre lo stesso. Se ti avvertono che a Napoli la situazione sociale sta precipitando, che la città è dentro una crisi gravissima, che produce violenza, scontri, rotture, perdita di generazioni intere, criminalità e morti, l’unica risposta che viene fuori è quella lì: “mando i soldati”. L’idea che la politica, e l’arte del governo, siano qualcosa di molto più complesso dell’uso della “forza della legge”, non riesce a far breccia nel ceto politico italiano. Per fortuna ieri Prodi, dopo un momento di incertezza, pare che abbia deciso di rinunciare all’invio dell’esercito.

Cosa sta succedendo a Napoli? Chi conosce la città, i suoi umori, la sua struttura, il suo modo di viversi, ci dice che siamo in presenza di una crisi gravissima, di un livello, forse, mai raggiunto. Che ha vari aspetti. Gli aspetti strutturali sono due. Il primo, evidentissimo, è la mancanza di ricchezze e di politiche economiche. Il secondo è l’emergere di una gioventù vastissima, senza speranze e senza futuro. Non esistono – per una società – due elementi così destabilizzanti come la mancanza di ricchezze e la perdita della gioventù. La mancanza di ricchezze – che riguarda tutto il Mezzogiorno – è frutto anche di una politica che da dieci anni ha negato l’esistenza di una questione meridionale – di uno squilibrio, di una gravissima diseguaglianza territoriale – anche perché era tutta dentro una logica di mercato-mercato (di esasperato liberismo, che chiede al profitto di decidere le sorti delle collettività e ai governi di rifuggire da ogni tentazione di intervento sull’economia e di programmazione). Ormai gli economisti e i sociologi di tutto il mondo sanno che questo meccanismo porta a un aumento delle disparità. Nel mondo globalizzato aumentano, ovunque, le disuguaglianze tra gli individui, tra i ceti, tra le nazioni, e naturalmente anche tra le aree geografiche.

La seconda grande questione, quella giovanile, è più specificamente napoletana. Napoli è la città più giovane d’Europa, un terzo della sua popolazione (della città e della enorme area metropolitana) è sotto i 28 anni. E la fascia giovanile della popolazione è quella più colpita dall’insicurezza sociale. Quella che sente più forte il morso della precarietà, cioè del nuovo assetto del mondo del lavoro, deciso dal mercato e sancito – nell’ultimo decennio – da varie leggi e dal rifiuto dell’intervento pubblico. La precarietà come condizione stabile della propria vita – e dunque del rapporto con la collettività e con la produzione e con l’economia – produce una insicurezza di massa che può travolgere ogni barriera e legame sociale.

Vedete bene la grandezza dei problemi. E la certezza che se non si affrontano questi problemi, con politiche serie, i problemi cresceranno ancora e spingeranno Napoli – e forse le altre metropoli del Mezzogiorno – verso crisi molto simili a quelle delle megalopoli – per esempio – dell’America latina.

L’invio dell’esercito – cioè la riduzione a problema di “sicurezza fisica”, di ordine pubblico, della gigantesca questione della “sicurezza di vita” di una popolazione – può aiutare in qualche modo la città? No, può danneggiarla. La scelta di affrontare l’emergenza-Napoli come si affronta una situazione di tensione fuori dallo stadio di calcio, è prova di una cecità che può portare alla rottura definitiva. Un gabinetto di emergenza che voglia affrontare la questione-Napoli, deve trovare delle risorse da investire, mettere a punto un piano di politiche economiche, urbanistiche e culturali che entrino dentro il problema per quello che è – il disfacimento di un tessuto sociale – e non si limitino a guardare come si possa “isolare” il problema in modo da salvare un pezzetto della città. L’idea di mandare l’esercito corrisponde esattamente al progetto di isolare il male e ghettizzarlo. Appunto, come a San Paolo del Brasile, dove la furia e il devastante degrado infernale delle favelas è tenuto lontano da un pezzo “sacro” di città che può continuare a prosperare, fare affari, garantire un dignitoso menage alla borghesia.

Rifondazione comunista ha lanciato la proposta di una grande mobilitazione di popolo per Napoli. Cioè – dice – mettiamo insieme una forza politica, una forza d’urto, che possa frenare la criminalità e imporre un impegno vero del governo. I sindacati ieri hanno rilanciato la proposta di Rifondazione. Siamo a questo bivio. L’alternativa è tra chi vuole trattare Napoli come Ricasoli trattò i briganti, e chi sceglie la via della politica.

[ Articolo tratto dal quotidiano Liberazione – www.liberazione.it – di giovedì 2 novembre 2006 ]

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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