di Cosma Orsi *

Herman Schmid ama definirsi un disturbatore dello status quo, un trouble makers e i pochi cenni che traspaiono dalla sua biografia ne sono la prova concreta. Espulso dal liceo svedese all’età di sedici anni, negli anni 50′ si trasferì in Germania dove frequentò per un periodo la prestigiosa Berliner Ensamble, fondata da Brecht nel 1949. Attivista nei movimenti pacifisti contro il nucleare a partire dal 1959, venne imprigionato per due volte a causa del suo rifiuto a prestare servizio militare. Nel 1968 divenne il leader del movimento studentesco dell’università di Lund in Svezia, poi si trasferì definitivamente in Danimarca, a partire dal 1972, dove assieme ad alcuni colleghi tra i quali Jan Annerstedt, Lars Dencik, Bengt Ake Lundvall, fondò il Roskilde University Centre. Eletto parlamentare della commissione europea per il gruppo socialista nella precedente legislatura, è recentemente tornato alla vita universitaria.
In Italia si sta
sviluppando un vivace dibattitoincentrato sul modello sociale danese specialmente riferendosi alla così detta«flex-security». Ci puoi spiegare quale è il nesso tra welfare e mercato dellavoro?
Gli echi di questo dibattito sono arrivati fin quassù. Lasciami dire che molti di coloro che nel vostro paese si dicono entusiasti del nostro modello vogliono vedere solo un lato della medaglia. Si, è vero che in Danimarca è possibile licenziare con estrema facilità, e con poco preavviso, a volte soltanto di giorni. E credo che questo sia il lato che si tende ad enfatizzare. La facilità nel licenziare è un concetto che coloro che sono ammaliati dalle sirene del mercato hanno da sempre auspicato.
In Danimarca, però, il mercato del lavoro è molto diverso da quello italiano. Qui da noi, il tasso di disoccupazione è sensibilmente basso, tanto che più dell’80% della popolazioneè attivamente impiegata. Quando un lavoratore si ritrova disoccupato, non è lasciato al suo destino, e di
conseguenza ciò non crea disarmonia sociale. In primo luogo, il lavoratore ha molte probabilità di trovare un altro lavoro nello spazio di poche settimane. Se questo non accade, sin dal primo giornoegli riceve un sussidio che si aggira tra il 70 e il 90% dell’ultimo salario. E questo beneficio viene concesso per ben quattro anni. In realtà, sono pochi i lavoratori costretti a rimanere ai margini del mercato del lavoro per lungo tempo.
A tre mesi dal licenziamento il lavoratore riceve un cosiddetto job-plan (piano di lavoro) che guida il disoccupato nella ricerca di un nuovo impiego. In molti casi, grazie a corsi di riqualificazione professionale – parte integrantedel job-plan – la nuova occupazione risulta essere migliore della precedente. E’ ovvio che ciò richiede una quantità di risorse considerevole, che vengono reperite attraverso la tassazione generale. E questa è l’altra faccia della medaglia che si tende a dimenticare. Quello che cerco di dire è che il modello danese di
flex-security, presuppone una solidarietà sociale estesa, capace didistribuire i rischi tra tutti coloro che hanno a che fare con il mercato del lavoro – stato, mercato, sindacati e lavoratori. Non so se chi si è espresso a favore del modello sociale danese, sia altrettanto pronto a condividere i rischi legati al mercato del lavoro attraverso il supporto di sussidi generosi per i disoccupati, in quanto ciò implicherebbe il loro impegno ad aumentare sensibilmente il livello di tassazione. La gestione della solidarietà estesa che sta alla base del nostro modello richiede una società civile coesa all’interno della quale le distanze sociali siano minime, e questo non sembra il caso del vostro paese.
Nel 1972, lei è stato uno dei fondatori dell’Università di Roskilde. Può raccontare questa esperienza?
Quando nei primi anni Settanta abbiamo cominciato a pensare di creare una nuova università, per tutti noi il terreno comune era l’esperienza nell’accademia tradizionale,
dove i docenti venivano considerati come baroni che amministravano il sapere. Il nostro obiettivo era scardinare quel modello culturale e quel modo di formare il sapere dall’alto. Volevamo un’università aperta, democratica, capace di comprendere e veicolare le esigenze di tutti, soprattutto di coloro che si trovavano ai margini della società.
Il modello a cui vi ispiravate ha qualcosa a che fare con l’idea di una «pedagogia degli oppressi» avanzata negli anni Sessanta dal pedagogista brasiliano Paulo Freire?
Non vi è dubbio che almeno per alcuni membri del gruppo iniziale la riflessione di Freire ha avuto una influenza fondamentale, ma non abbiamo mai pensato di creare un’«università per gli oppressi». La Danimarca, d’altro canto, non è l’America Latina. Piuttosto, la nostra idea era quella di rispondere alle molteplici domande di formazione e di accesso alla conoscenza portate avanti dai movimenti radicali, in particolar modo dal movimento operaio e sindacale,
che hanno scosso l’Europa alla fine degli anni Sessanta. Ci sentivamno dunque vicini a persone come Oscar Negt e Franz Fanon. In quel periodo eravamo infatti in contatto con il movimento antiautoriario tedesco, e con alcuni dei più influenti rappresentanti del Maggio francese. Tuttavia, il clima politico in Danimarca e in Svezia era decisamente diverso da quello francese e italiano. E tuttavia ciò che ci muoveva era una richiesta di cambiamento radicale fortemento segnata da una cultura antiautoriatria.
Sono in molti ad affermare che oggi il «Roskilde University Centre» non è altro che un’università per i figli della middle-class danese. Lei ritiene invece che sia riuscito a garantire un avvicinamento critico al sapere, in una società che richiede di conformarsi sempre di più alle esigenze del mercato? In altre parole, che cosa è rimasto di quel sogno?
Anche se il sogno non si è trasformato interamente nella realtà alla quale aspiravamo, l’esperienza del Roskilde
University Centre è senz’altro positiva. Abbiamo costruito una università radicalmente diversa, ed è ancora lì. Certamente in tutti questi anni abbiamo dovuto fare i conti con numerosi problemi, primo fra tutti la diffidenza del governo danese. Sebbene ci abbia dato in concessione un terreno sul quale costruire gli edifici, per lungo tempo ci ha impedito di crescere, così siamo rimasti una mini-università. Nonostante questo, siamo riusciti a sviluppare una pratica pedagogica basata sull’idea di learning by doing (imparare facendo). Ancora oggi gli studenti sono stimolati a creare gruppi di ricerca autonomi, a concettualizzare i problemi in maniera critica, e a trovare soluzioni originali. Purtroppo, la diffidenza del governo verso il nostro «esperimento» sono da sempre un problema che abbiamo dovuto affrontare. Ma non siamo gli unici a dovere fare i conti con questo clima di sospetto nei confronti di istituzioni che aspirano ad essere il più democratiche possibile: l’esempio più
eclatante è l’attuale attacco alla comunità di Cristiania.
Dopo un lungo e duro confronto con il governo, all’inizio degli anni `80 abbiamo dovuto arrenderci a un compromesso, ma nonostante le richieste di conformarci agli standard dell’università danese, credo che il Roskilde University Centre abbia mantenuto buona parte delle sue caratteristiche originali. Al momento, però, siamo oggetto di una ben più severa e pericolosa pressione. L’attuale governo ci chiede, infatti, di sottometterci a valutazioni formali che si basano su standard educativi di stampo anglosassone. Detto in parole più chiare, è in atto un tentativo di trasformare la nostra università in un classico mercato delle lauree.
In futuro il problema sarà come affrontare l’offensiva del mercato, dove i criteri saranno dettati non dalla reale competenza degli studenti ma da elementi come l’immagine, o il profilo che più aggrada il mondo del business.
Il suo impegno nella società civile non si è fermato nelle
aule del «Roskilde University Centre». Nella precedente legislazione, lei è stato eletto parlamentare dell’Unione europea per il gruppo socialista. Crede che il modello sociale europeo, così com’è stato concepito, possa essere una valida alternativa alla logica del mercato? E pensa che l’attuale presidente della commissione europeasarà in grado di stabilire le condizioni per una crescita capace di combinare l’aspetto sociale con quello economico?
Le possibilità di Barroso? Potrà fare soltanto quello che i governi nazionali di destra gli lasceranno fare. Il problema intrinseco al modello di sviluppo economico europeo sta diventando sempre più chiaro. Gli investitori europei preferiscono investire i propri capitali nei mercati emergenti fuori dall’Europa, in primo luogo perchè in quei mercati il costo del lavoro è decisamente più basso; inoltre per un fattore spesso sottovalutato, ossia che all’interno del mercato europeo la domanda è sempre più bassa di quella dei mercati
emergenti. Quello di cui l’Europa avrebbe bisogno è un serio programma di investimenti, sia pubblici che privati: infrastrutture, ambiente, educazione come parte obbligatoria del contratto di lavoro, salari più alti in tutti i settori chiave della produzione. Ma, allora, il patto di stabilità dovrebbe essere modificato. Per quanto riguarda quel che penso del modello sociale europeo, le risponderò come rispose Nehru quando gli chiesero cosa pensasse della democrazia europea: «È un’ottima idea. Peccato che non esista».
Il suo collega e amico Jesper Jespersen ritiene che le differenze culturali e storiche giochino un ruolo fondamentale nel delicato processo di accettazione di modelli istituzionali unici. Lei condivide questo punto di vista?
Si. Prendiamo ad esempio l’Italia. Sfortunatamente, nel vostro paese lo stato si è dimostrato molto debole in più di un’occasione. Tanto debole da far nascere nella sinistra progressista l’idea che l’Unione europea potesse
sostituirsi ai compiti dello stato nazionale: creare una moderna democrazia capace di integrare le minoranze sociali e regionali in maniera egualitaria. Nei paesi scandinavi, invece, l’esperienza è stata molto diversa: alla fine dell’Ottocento, la classe dominante aveva perso molto del suo potere, e questo permise lo sviluppo di uno stato favorevole all’idea di una democrazia parlamentare, la cui parola d’ordine era integrazione senza violenza. In questo contesto, i sindacati divennero così forti da permettere al movimento dei lavoratori di esercitare una influenza effettiva nell’arena politica. Da questo punto di vista, l’Unione europea può significare, alla luce delle caratterisitiche sociali e politiche dei paesi scandinavi, spostare di un secolo all’indietro le lancette della storiapiù di un secolo, perché quel che abbiamo conquistato attraverso lotte che hanno attraversato generazioni intere è ora minacciato dalle esigenze di un mercato sempre più aggressivo, pienamente supportato
dall’Unione eropea. Un esempio su tutti è la recente direttiva sulla privatizzazione dei servizi: sostenuta dai potentati neoliberali danesi, che da sempre hanno combattuto contro le politiche di stampo solidale, essa è percepita come una minaccia al nostro modello sociale. Una Europa davvero unita deve essere costruita attraverso un processo che in cui gli interessi dei singoli stati membri siano ispirati a un ideale di integrazione capace di rispettare le differenze storiche e culturali.
Se non ricordo male, nel 2000, al Summit di Nizza lei hai polemizzato con Fausto Bertinotti proprio sul tema delle differenze culturali. Bertinotti aveva dichiarato che l’Europa avrebbe dovuto parlare una sola lingua. Lei cosa ha risposto?
È vero, quando Bertinotti affermò che l’Europa avrebbe dovuto «parlare in una sola lingua», abbandonando la visione miope in cui gli interessi nazionali dominavano, mi sono sentito provocato e gli ho risposto: «Molto bene caro Bertinotti, ma
può dirci quale sia questa lingua comune? L’italiano, presumo, visto che è l’unica lingua che conosce.» Ad essere sinceri, Bertinotti, ha preso la mia provocazione nel modo migliore, ed è cominciato un dibattito attorno all’Europa.
Qual è la ragione per cui i paesi scandinavi, soprattutto nella loro componente di sinistra, sono così riluttanti ad accettare l’idea di un’Europa uita? È una posizione che può preludere a un cambiamento sociale o si tratta di mero nazionalismo?
Nulla a che vedere con il nazionalismo. Piuttosto, la sinistra europea non ha una visione comune del modello sociale. Spesso la sinistra italiana, francese e spagnola mi hanno sollecitato affinché prendessi posizione a favore dell’introduzione di un salario minimo. Ma nei paesi scandinavi questa è una proposta supportata dalla destra, che porterebbe a ridurre il salario minimo. Se vogliamo che la costruzione di una Europa sociale rispetti le differenze storiche, culturali e sociali, allora essa
deve basarsi su una discussione collettiva, che non sia dettata dalla stanza dei bottoni a Bruxelles. Proporre un modello dall’alto sulla base di una maggioranza qualificata che sminuisce ogni proposta alternativa non sembra essere la strada giusta per trovare un accordo.
Poco tempo fa, il ministro danese per gli affari sociali ha dichiarato di essere favorevole a una certa dose di ineguaglianza, se questa è il frutto della competizione sul mercato. Si sarebbe potuto sostenere qualcosa di simile dieci quindici anni fa?
No, e il fatto che ancora adesso non sia così facile esprimere una posizione di questo tipo è dimostrato dalla sua immediata marcia indietro. In Danimarca il concetto di eguaglianza è un dato che si potrebbe dire geneticamente acquisito. L’aristocrazia è stata abolita circa duecento anni fa, le differenze sociali sono poche, e non esiste una upper class sicura di sé, né una classe operaia debole. Non c’è dubbio che questo sia il frutto di un
welfare state che, virtualmente, non permette a nessuno di scendere al di sotto di un tenore di vita dignitoso.
William Hutton in Gran Bretagna e Jeremy Rifkin negli Stati uniti sostengono da tempo che solo in Europa sarebbe possibile recuperare il valore della solidarietà sociale e costruire un modello sociale, economico e politico che si basi su questo ideale. Lei ritiene che questa affermazione abbia un fondamento di verità?
Vorrei fare una premessa: l’Europa è percorsa da ampi movimenti di protesta che contestano il mainstream neoliberista. Detto questo, sebbene rispetti la posizione sostenuta da Rifkin e Hutton, credo che al momento la loro sia una favola per bambini. Ma proviamo a sognare. Che il centro del capitalismo globale si stia spostando dalla sponda Atlantica a quella Pacifica è un fatto difficilmente contestabile, e l’Europa rimarrà piuttosto periferica. Dunque, dobbiamo impegnarci a costruire un modello di sviluppo socio-economico alternativo, che
si diriga verso la costruzione di un’area dove sia possibile fare esperimenti sociali e culturali di matrice umanistica e solidaristica, che servano da esempio per il resto del mondo.

[* Articolo tratto da Il manifesto www.ilmanifesto.it ]

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