di Alessandro Magni e Paolo Trezzi

Il sistema è malato. E la malattia non è un fatto episodico. Riguarda l’insieme, in tutte le sue articolazioni. La diagnosi non è affrettata. Non è il risultato di un fervore ideologico. E’ invece un’analisi lucida, quasi distaccata e neutrale come può esserla quella di un uomo di scienza.
Il corpo malato di questa clinica è il capitalismo odierno, nella sua dimensione globale e finanziaria. Il nome di questa malattia è conflitto di interessi. L’illustre clinico non si sofferma nel definire la malattia sul caso italiano. Questa gli sembra una fattispecie in qualche modo abnorme. Con le sue parole una “anomalia ,come è anomalo d’altra parte il modello industriale del nostro paese, che si è via via adagiato nell’alternativa fra impresa familiare e impresa pubblica- due forme diverse, ma ugualmente fallimentari, di fuga dalla libera concorrenza”.
Non di questo parla il libro che non è, quindi, un’ennesima variante sul caso “di un imprenditore che senza smettere di essere tale si trova a ricoprire importanti cariche pubbliche”.

Ma di un problema più generalizzato che ha a che fare con una vera e propria mutazione del capitalismo finanziario.
L’autore del libro “Il conflitto epidemico” edito da Adelphi non è un personaggio addebitabile a qualche galassia new global. Guido Rossi è un liberal italiano, docente di diritto societario e finanziario, che periodicamente si è sporcato le mani, in ruoli prestigioso e difficili. Presidente della Consob, deputato al parlamento dove si è qualificato per essere autore di proposte di legge innovative in campo al diritto societario e finanziario, amministratore e risanatore della Ferruzzi-Montedison dopo la fallimentare avventura della Enimont, consultato come esperto di diritto societario nel controllo della concentrazione monopolistica e della degenerazione della concorrenza in sede di Unione Europea.
Insomma un personaggio che ha molte caratteristiche dell’ illuminista, consigliere del principe.

Il libro affronta dicevamo il conflitto d’interessi, come una forma di asimmetria informativa, che fa emergere, dentro la latenza di ogni rapporto contrattuale, un rapporto di sopraffazione. E questo rapporto di sopraffazione, inteso come negazione di interessi divergenti, come riduzione degli interessi delle parti a un solo interesse, è ormai un momento non più endemico , sporadico e casuale, bensì epidemico, cioè generalizzato e caratterizzante, interno all’intero sistema capitalistico-finanziario, che rende quest’ultimo distruttivo e autodistruttivo, e che mette in luce tutti gli aspetti costitutivi di irrazionalità. L’avidità di guadagno e la voracità si evidenziano, ben al di là delle apologie autoregolative, armonizzanti e armoniose del dio mercato, come le facce costitutive e costituenti del capitalismo. Capitalismo che però è diventato incapace, come invece lo fu in passato, di darsi delle regole correttive, se non altro autoconservative e di autoriforma.

Si pensi alla crisi del 29 che fu scatenata anche in quel caso da un conflitto di interessi delle banche in possesso di azioni di imprese. Anche allora l’autoriforma venne incanalata in due direzioni: nei modelli economici di interpretazione della fase dello sviluppo e quindi di politica economica e negli strumenti del diritto messi a punto negli stati nazionali, come la necessaria cornice legale dei sistemi capitalistici di mercato. In entrambi i casi legittimando un intervento dello Stato nell’economia come suo strumento di etero-regolazione
Quali sono allora le cause di questa perdità di controllo? Per Rossi , come dichiara in un intervista “la fase cruciale si verifica nel passaggio dal capitalismo industriale a quello finanziario. E’ il momento in cui il “virus”, già presente nel sistema prende corpo e dimensione fino a diffondersi in modo incontrollato. Ho definito questa forma del conflitto di interessi epidemica perché a differenza del passato si è diffusa in tutti i protagonisti dei mercati e del capitalismo finanziario”.

Questa affermazione viene naturalmente argomentata con dovizia e grande capacità di sintesi culturale e professionale, rendendo comprensibili e avvicinabili settori spesso ardui , in altre occasioni, per il loro carattere tecnico e specialistico.
La crisi di controllo appare soprattutto crisi di regolazione, soprattutto relativa a quelli che sono gli strumenti del diritto. E quindi in definitiva una crisi del diritto, come strumento correttivo del sistema capitalistico.

C’è intelligenza analitica, ironia e a volte sarcasmo nel demolire le inutili e inefficaci proposte di regolazione che in questi ultimi due decenni si sono succedute. In particolari i bersagli della critica sono diversi ma più corrosive sono quelle pagine che riguardano i presunti codici di autoregolamentazione o i codici etici che le grandi società si danno o vorrebbero darsi. Il riferimento alla Enron e WorldCom è in questo caso opportuno. Le società erano infatti monumenti di autoregolamentazione e di codici etici. Ma come dice Rossi: l’autoregolamentazione non serve a nulla se non c’è la volontà di operare in quella direzione. Volontà che non c’è stata e non può esserci in un sistema che non prevede sanzioni e in una situazione in cui esistono società di certificazione e controllo che sono sistematicamente in conflitto di interessi. Anzi i sistemi di autoregolamentazione “altro non sono che modi per sviluppare ancora di più il conflitto di interesse”.

Al termine di un resoconto ragionato dei presunti farmaci, prodotti quasi generalmente dagli stessi protagonisti sofferenti, all’autore non sembrano rimanere molte speranza di cura. La prospettiva è desolata e preoccupata. Anzi si delinea come apportatrice di un imbarbarimento della crisi, di sussulti autodistruttivi, di cui naturalmente non è vittima un astratto sistema, ma soggetti reali, in balia di queste convulsioni, che non si possono guarire dall’interno.
L’illuminista fa nelle ultime pagine del libro appello a un sentimento individuale ma che si presta a trasformarsi in collettivo: quello della vergogna.
Vergogna per l’impudicizia degli spiriti selvaggi del capitalismo, per la pura avidità di guadagno, che per l’autore, se controllata, è una passione anche costruttiva, ma che oggi appare per quello che è. Un potente strumento di omologazione senza più remore, senza più aspetti progressivi.
C’è la nostalgia razionale nell’autore di un nuovo diritto. Di nuove autorità globali, adeguate ai cambiamenti di dimensione del capitalismo finanziario. Di strumenti giuridici di autorità indipendenti incardinate dentro un ONU riformata. Ma all’autore sembrano utopiche. Una fuga. Nella crisi del diritto internazionale prodotta da guerre umanitarie e preventive.

In realtà l’appello alla vergogna è un appello etico, non interno al capitalismo finanziario. E’ un appello alla società civile. Perché qualsiasi norma produce efficacia solo se muove da un consenso reale. Bisogna creare questo consenso per una condivisione civile, planetaria e cosmopolita, che regga e supporti quelle nuove norme di diritto pubblico necessarie a riportare sotto controllo gli istinti più animali del capitalismo. E questa prospettiva Rossi sembra affidarla, nell’intervista al giornale il Manifesto del 18/7, alle ” istanze di democrazia che vengono da movimenti come i no global o dai paesi poveri”.

Un libro da leggere. Per capire dall’interno i limiti del nuovo capitalismo, ma soprattutto un libro che infrange i miraggi di prospettive falsamente riformatrici, quei percorsi jà vu che anzi sono ostacoli perchè quella vergogna civile si trasformi in speranza argomentata, in una politica della società civile internazionale.
Presupposto quest’ultimo di autentiche riforme che mettano sotto controllo il conflitto d’interesse, che “è il sintomo più grave della diseguaglianza che domina la società moderna”.

Guido Rossi Il conflitto epidemico Adelphi giugno 2003 euro 13.

Alessandro Magni, Paolo Trezzi
Centro Khorakhané Lecco

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