L’ultima dell’uomo più in mostra della coalizione gialloverde secondo cui Battisti deve “marcire” in un penitenziario per tutta la vita è nettamente più grave (basta un minimo di cultura giuridica e di senso delle istituzioni per capirlo) delle sue solite fanfaronate, che pure – come è noto – avevano ormai già creato un clima indegno, di rozzezza.

E non perché sia più rozza di quelle che le hanno precedute, anzi da questo punto di vista non si distacca tanto dal rumore di fondo delle sue bravate quotidiane. Si tratta della maggior profondità, fosse pure inconsapevole, della ferita morale inferta agli ideali e alla cultura sui quali e con i quali è stata fondata la nostra Repubblica.
L’assenza di risposte adeguate da parte di politici e intellettuali è desolante, è segno di uno sgomento difficile da affrontare.

Che il ministro dell’Interno possa dire impunemente “marcire in carcere” senza che vi sia una sollevazione generale testimonia come aleggi sempre in questo povero e meraviglioso Paese non lo spirito ma il corpo martoriato di Matteotti, davanti al quale nessuno seppe dire o fare nulla.

Ora se le sentenze emesse nei confronti di Battisti siano o meno solide, se fosse o meno opportuno chiederne l’estradizione sono questioni separate da quella che proverò a esporre e che credo dovrebbe provocare indignazione.

Due punti in premessa:

1) nell’assumere l’incarico, il baldanzoso leader ha sottoscritto, anche se forse pensa di no, un impegno nei confronti di tutti. Fra questi tutti c’è anche Battisti, sia in quanto cittadino italiano sia in quanto persona nei cui confronti pende un’esecuzione penale su cui è competente l’Italia. Questo impegno consiste nel rendere possibile, nell’esercizio delle attribuzioni ministeriali, che ognuno abbia ciò che gli spetta (la medaglia d’oro a chi deve avere la medaglia d’oro, l’ergastolo a chi deve avere l’ergastolo) secondo la lettera e lo spirito della Costituzione e delle leggi.

Cioè il compito di un ministro è far rispettare l’ordinamento, non certo ridicolizzarlo, deformarlo e a piegarlo ai suoi fini.

Oltre ovviamente a promuoverne la modifica conformemente alla legittimazione politica ricevuta con il voto di fiducia. Comunque lo stato di diritto è caratterizzato dal fatto che gli individui che hanno il potere politico sono lo strumento attraverso cui le istituzioni, sulla base di decisioni prese con metodo democratico, raggiungono i loro fini, non le istituzioni lo strumento per il raggiungimento dei fini dei potenti di turno.

2) I ministri giurano di rispettare la Costituzione, e sulla Costituzione c’è scritto che TUTTI i cittadini hanno pari dignità davanti alla legge, che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che devono tendere alla rieducazione del condannato. Il senso del giuramento sulla Costituzione è anche quello di impegnarsi ad incarnare una visione delle istituzioni come promozione e non detrimento della dignità delle persone, nel ripudio di qualsiasi criterio di distinzione fra soggetti più o meno meritevoli del riconoscimento del minimum dei diritti.

Anzi di fatto il problema della dignità si pone, naturalmente, maggiormente se non esclusivamente per quelli per i quali l’ordinamento prevede condizioni sfavorevoli e di ciò i carcerati costituiscono l’esempio classico.

Tutte le altre uscite di questo uomo politico che appare animato talvolta dall’eccitazione, talaltra da una forma ossessiva del pensiero, sono state certo brutte da leggere e ascoltare, però questa, anche se lo stile non sembra cambiare, se sottoposta a un’analisi giuridico-istituzionale, è un salto di qualità perché rappresenta politicamente una minaccia per le istituzioni democratiche.

Le altre volte le sue esternazioni, nel mostrare scarso rispetto per un valore costituzionale, potevano in astratto essere ascritte alla valorizzazione, benché caricaturale, di un altro interesse costituzionalmente protetto (lotta all’illegalità, disciplina delle frontiere…) mentre qui è evidente la denigrazione di principi razionali intangibili e universali. Principi messi nella Storia da giganti del passato per comprendere i quali occorre studiare un pochino, mentre qui si offendono in nome delle emotività sociali mutevoli incarnate e alimentate dal mediocre capo vivente e twittante.

Primaditutto si tratta di un attacco (nella forma della banalizzazione dei fini e della sottomissione al partito al potere) di un’istituzione in particolare, il sistema penitenziario italiano, nel quale lavorano migliaia di persone fra polizia penitenziaria, direttori vicedirettori d’istituto e di reparto, educatori psicologi assistenti sociali per non parlare dell’universo del volontariato.

Migliaia di persone che sono entrate a farne parte, tutte, preventivamente giurando di rispettare la Costituzione. Un mondo dove, di conseguenza, fra tante criticità si tramanda – anche – la cultura della dignità umana e della promozione dell’emancipazione della persona.
Ridurre tutto ciò, per un singolo individuo, alla squallida e cupa mansione di farlo “marcire” significa prendere un’istituzione che appartiene alla Repubblica e a una tradizione plurisecolare di pensiero che ne ha delineato le finalità costituzionali ed appropriarsene facendone un proprio personale strumento di potere e propaganda.

Ma quel che più conta è il tradimento della funzione di ministro attraverso una plateale anche se – per ora – ininfluente istigazione a disobbedire alle leggi, a ribellarsi all’ordinamento vigente (leggi e ordinamento vigenti in base a cui è inconcepibile che un’articolazione dello Stato si occupi di fare “marcire” un cittadino) che non è altro che il correlativo di una personale ribellione, del ministro, alla propria posizione costituzionale di servo delle istituzioni, per diventarne il padrone.

È una – per il momento – mediocre e solo verbale piccola eversione che ha il seguente e chiaro sottointeso: “Poiché io che sono il capo politico sono in sintonia con le emozioni delle masse, è ovvio che le istituzioni debbano mettersi istantaneamente sulla stessa lunghezza d’onda, anche quando ciò dovesse essere diametralmente opposto rispetto al modo in cui i principi razionali della Costituzione chiamano le stesse istituzioni a svolgere i loro compiti. Se le istituzioni non si adeguano sono contro di me e contro il popolo”.

Deve essere poi sottolineato che se il ministro avesse detto la stessa cosa in modo generale e astratto (gli assassini devono marcire in galera) sarebbe stato meno grave, nel senso che l’assunto si sarebbe potuto intendere come l’auspicio, formulato in termini grossolani, dell’evoluzione del sistema penale nel senso della retribuzione e dell’estremo rigorismo.
In definitiva avrebbe parlato da politico, mentre qui, essendoci un caso concreto, fra l’altro riguardante un soggetto già “in vinculis”, in arresto, totalmente assoggettato al potere coercitivo statale, ha parlato da amministratore, da funzionario della Repubblica chiamato ad applicare qui ed ora il diritto, non a opinare su come dovrà essere il diritto in futuro.

Insomma il ministro dell’Interno, dopo aver giurato di rispettare la Costituzione, ha offeso pubblicamente la dignità di un cittadino totalmente assoggettato al potere dello Stato ed ha incitato le istituzioni repubblicane a continuare a farlo “fino all’ultimo giorno della sua vita”, in un contesto in cui il più sacro e imprescindibile valore costituzionale riguardante i rapporti giuridici fra lo Stato e i cittadini privi della libertà personale è il rispetto della dignità di questi ultimi.

Di tutto questo il collega Guardasigilli sembra non essersi accorto: è stato scelto in base alle competenze secondo il Verbo del M5S ma il trovarsi a proprio agio con l’auspicata marcescenza dei detenuti (anzi di un detenuto in particolare) non è in genere il segno distintivo di un brillante giurista del paese di Cesare Beccaria.
Non è stato neanche un po’ meno orgoglioso di servire la Giustizia, in un Paese in cui il collega dell’Interno ufficializza che lo scopo di tutta l’Amministrazione a lui affidata è quello di far “marcire” chi lo merita. Anzi il suo tentativo di ridare dignità alla sua funzione si è risolto nell’apparire a Ciampino accanto al capo nelle vesti di impacciato garzone di bottega per poi abdicare definitivamente con un video in stile Bananas [(link al video di bonafede)] sul quale taccio: non c’è veramente niente da dire, perché si commenta da sé.

Oliviero Serra

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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