Dopo l’ennesima tragedia con un cacciatore che uccide “per sbaglio” un’altra persona, il ministro dell’ambiente, Sergio Costa, ha lanciato un appello per l’estensione del silenzio venatorio aggiungendo la domenica ai giorni settimanali di divieto (che oggi sono due). Lo può fare il Parlamento, approvando disegni di legge già depositati, ma Costa spiega che le Regioni hanno già oggi la facoltà di introdurre il divieto domenicale in modo autonomo e immediato.

Si tratta di una proposta ragionevole e pure minimalista di fronte a una questione che andrebbe al più presto affrontata in profondità per una revisione radicale della normativa. Intanto è auspicabile che finalmente si introducano almeno maggiori tutele per chi frequenta l’ambiente naturale in giornate e orari di caccia
Ecco un post in cui trattavo l’argomento più di un anno fa, nel mio blog “La foresta di Sherwood” sull’Adige.it.


Da un paio di settimane per molti cittadini che vivono in zone rurali il «buongiorno» è dato dai colpi di fucile sparati all’alba dai cacciatori appostati su altane o capanni nei boschi.

Si è aperta una nuova stagione di caccia. E a quanto pare non hanno sortito effetti alcune denunce, puntualmente reiterate di questi stessi tempi, negli anni scorsi.

Si torna a parlare anche quest’anno, infatti, di modalità di caccia, facilmente verificabili anche nei boschi del Trentino, che non rispettano le regole, per esempio foraggiare gli ungulati d”estate per abituarli a frequentare le zone degli appostamenti.

La questione, sollevata nuovamente ieri dal consigliere provinciale Filippo Degasperi (M5S), fotografa una prassi deplorevole sulla quale non sembra vi sia sufficiente vigilanza, malgrado a un qualunque cittadino che frequenti i boschi possa capitare facilmente di imbattersi in questi «teatri venatori».

Sullo sfondo, a livello nazionale oltre che provinciale, si registra una voglia di ammorbidimento isituzionale nei riguardi della caccia, al punto che si sposa persino l’idea di consentirla nei parchi e nelle aree protette (un ossimoro concettuale).

Pare si sia perso di vista il filo logico e che ci sia nel legislatore una pulsione, neanche tanto latente, di assecondare i desideri di una minoranza di cittadini che alimentano il business delle armi (ma i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza degli italiani vorrebbe abolire la caccia e affidare ai soli servizi pubblici le attività di gestione faunistica).

In Trentino, fra le altre cose, si organizzano battute contro i cinghiali, per prevenire danni alle coltivazioni agricole, ma si scatenano crociate contro la presenza (peraltro assai limitata) dei lupi che dei cinghiali sono un predatore.

Di fronte ai rischi di arretramento di una legislazione nazionale che rappresenta un buon punto di partenza per migliorare, nel segno dell’equilibrio ecosistemico e del rispetto per la natura di cui siamo parte, vale forse la pena di rinnovare l’appello alle forze in campo (associazioni, partiti, esperti, singoli cittadini) affinché si adoperino per riorientare il cammino verso un avanzamento, evitando spiacevoli retromarce.

In proposito, uno dei nodi spesso tralasciati e sui quali si fa poca informazione pubblica riguarda la frequentazione dei boschi, che rischia di rivelarsi pericolosa in presenza di cacciatori o comunque spiacevole se non ci si sente al sicuro (molti escursionisti evitano di andar per sentieri perché hanno paura).

In assenza di novità rilevanti su questo fronte, ecco dunque un nuovo appello per l’introduzione del silenzio venatorio domenicale.

Quello che segue è un testo già pubblicato due anni fa, nel 2015. Da allora nulla è cambiato.


Siamo in un tranquillo week-end di inizio autunno. I boschi si riempiono di persone in cerca di funghi. Potrà capitare anche a loro, come a me oggi passando in mtb su una strada forestale accanto a vari cercatori di porcini, di sentire in pieno giorno un sonoro colpo di fucile. Legittimo, mi auguro, sia per le distanze dalle strade, sia per lo status dell’ignoto sparatore.

Comunque sia, mi è tornato in mente questo post di qualche anno fa, che ho pensato di riproporre oggi, riguardante l’idea di introdurre, con modalità da discutere, una qualche forma di silenzio venatorio (anche parziale quanto agli orari) la domenica e il sabato, a tutela di chi frequenta i boschi con intenti diversi dall’abbattimento di animali per «sport». Il Trentino era stato un apripista, in proposito, qualche decennio fa, in un’epoca remota, quando la gestione della fauna selvatica non era ancora sostanzialmente affidata ai cacciatori medesimi.

Sarebbe una battaglia politica interessante per il mondo ecologista; ma non risulta che qualcuno vi si sia più applicato negli ultimi vent’anni, dopo l’effimero successo in consiglio provinciale di cui si dà conto qui di seguito.

Nel frattempo, in Trentino, assistiamo a Comuni che chiudono al traffico strade nei boschi per assecondare la richiesta dei cacciatori di essere lasciati tranquilli…

Allo stato attuale i giorni sicuri, quelli di silenzio venatorio, sono il martedì e il venerdì. Di notte, quando non cacciare è vietato, va tenuto presente che si organizzano battute, in deroga, per l’abbattimento di cinghiali.


Ci sono espressioni della vita civile italiana che rappresentano un modello normativo e comportamentale di cui andare fieri, in un Paese che troppo spesso brilla per omissioni e trasgressioni (dal fisco al codice della strada). Per esempio, la legge che vieta il fumo nei locali pubblici: un passo avanti straordinario per la qualità della vita quotidiana e della prevenzione sanitaria, dall’ufficio al ristorante.

Anche la legislazione quadro sull’attività venatoria presenta sulla carta qualche aspetto «avanzato» sul piano del rispetto della natura e della limitazione delle italiche pulsioni a mano armata.

Ciò, quantomeno, dal punto di vista di chi non fosse favorevole piuttosto – come chi scrive – a un riordino ben più radicale che sottragga del tutto ai privati cittadini la gestione faunistica per affidarla in via esclusiva alle istituzioni pubbliche.

Ora, però, nella maggioranza di governo c’è chi avverte l’urgenza di smantellare piano piano questo impianto, introducendo elementi di “liberalizzazione” della caccia, se del caso dietro l’ingannevole paravento di un ipotetico adeguamento alle direttive europee.

Fin dall’inizio della legislatura, la Lega Nord si è posta al comando degli amici dei cacciatori, schierandosi a favore di alcune delle richieste principali venute dalla gran parte delle associazioni venatorie (esclusa l’Arcicaccia): si va dall’abbassamento a sedici anni dell’eta minima per imbracciare il fucile al prolungamento dalla prima decade di settembre a fine febbraio della stagione di caccia, consentendo addirittura alle regioni di anticipare l’apertura – in relazione ad alcune specie – alla terza decade di agosto, in piena stagione turistica.

Proprio l’estensione del calendario venatorio è stata oggetto dell’aspro dibattito di ieri a Montecitorio nel quale la maggioranza si è spaccata sbarrando la strada ai disegni di deregolamentazione propugnati dal “partito per l’indipendenza della padania” che teorizza varie forme di separazione, compresa evidentemente quella fra il genere umano e il resto della natura.

Ne è risultato un “correttivo” che allarga le maglie della normativa aggiungendo dieci giorni potenziali di caccia a fine stagione. Le Regioni e le Provincie autonome potranno posticiparne il termine fino al 10 febbraio fermo restando il numero di giornate di caccia previsto per ciascuna specie. Per ogni caso specifico, dunque, se si proroga la chiusura, si deve prevedere un ritardo dell’apertura stagionale e sempre previo parere dell’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

Insomma a chi fra i 700 mila cacciatori italiani (vent’anni fa erano il doppio e di età media assai più bassa) premeva per un’ampia deregolamentazione e ai suoi agitati supporter politici non resta gran che in mano.
Eppur ci provano.

Forse perché la miglior difesa è l’attacco.

Così chi dovrebbe far emergere un dibattito e un confronto serio fra le parti è costretto nell’angolo a limitare i danni che deriverebbero dalle varie proposte estremistiche che aleggiano sulla caccia.

Un’attività, gioverà ricordarlo, che anno dopo anno fa registrare circa una cinquantina di “caduti”: in genere altri cacciatori, colpiti da compagni di battuta che li scambiano per selvaggina e sparano alla cieca, ma anche ignari cercatori di funghi o escursionisti cui di fatto è impedita la libertà di movimento (sono in pericolo o comunque sempre comprensibilmente in ansia).

Allora, sull’onda di questo piccolo successo del buon senso, che a guardar bene è una piccola sconfitta, i rappresentanti degli altri 59 milioni di italiani, cioè di quelli che non sparano agli animali, potrebbero forse portare seriamente in primo piano una serie di questioni di civiltà, anche per evitare che al prossimo giro ci si trovi a discutere proposte di legge per dare in mano i fucili ai ragazzini o per far andare a caccia anche di notte.

Un vero successo di civiltà giuridica sarebbe, per esempio, introdurre il silenzio venatorio nazionale la domenica, per tutelare i milioni di cittadini che nel giorno libero frequentano prati e boschi e che oggi da settembre a febbraio sono costretti a vivere sul chi va là, magari guardati a vista dal binocolo di un cacciatore appostato su qualche altana mimetizzata nella foresta, in genere presso una radura, davanti a qualche subdolo inganno per richiamare gli ungulati (le mele, il sale, il mais dentro apposite mangiatoie), aspettarli e poi farli fuori comodamente (quando si dice l’epica del cacciatore a confronto con la natura… ).

Se le associazioni venatorie di cui dicevo prima hanno avuto la sfrontatezza di chiedere l’abolizione dei due giorni di silenzio venatorio (martedì e venerdì), si apra invece un tavolo per l’introduzione del terzo giorno, la domenica appunto, in modo da restituire la fruizione del territorio alla stragrande maggioranza delle persone; se poi si andrà a un braccio di ferro si conceda pure ai cacciatori il martedì; ma in cambio della domenica e ovviamente senza derogare sul numero di uscite massime settimanali.

Altri aspetti rischiosi della caccia, meritevoli di correttivi, sono per esempio la distanza minima di 150 metri dalle abitazioni, troppo poco, specie in zone (agri)turistiche come la nostra, idem dicasi per la distanza dalle strade e dai sentieri marcati da segnavia ufficiali.

Utile a tutti, non solo ai turisti, sarebbe anche una segnaletica stradale che avverta dei rischi che si corrono durante la stagione di caccia e ricordi agli ignari i giorni di silenzio venatorio in cui escursionisti, contadini e quant’altri possono invece muoversi con serenità.

Un altro fronte da ridiscutere è la vigilanza, che è affidata anche ai cacciatori medesimi: controllati e controllori possono coincidere?

Ma per cominciare, un bel segnale sarebbe proprio la chiusura domenicale, un atto di civiltà cui il Trentino era quasi arrivato da apripista, una ventina d’anni or sono; ma l’illusione di un successo in sede legislativa provinciale durò ben poco; come si sa, il governo è molto sensibile alla selvaggina.

– Nelle foto, un’altana di caccia lungo una strada forestale con segnavia ufficiali per trekking e mtb, in Trentino.

Zenone Sovilla

Zenone Sovilla

Giornalista e videomaker, creatore di Nonluoghi nel 1999, ha lavorato in Italia e all'estero per giornali e stazioni radiofoniche. È redattore Web del quotidiano l'Adige.

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