Non è certo un segreto per i lettori di questo blog la nostra avversione nei riguardi di visioni e azioni e politiche che alla fatica di confrontarsi con la complessità del reale antepongono il semplicismo di formule superficiali utili come moltiplicatore di consensi elettorali ma assai pericolose per l’equilibrio del nostro impianto repubblicano costituzionale.

Con ciò non si vuole intendere che sia auspicabile uno scenario di immobilismo, ma che certo non gli sono preferibili l’avventurismo ondeggiante; l’ambiguità ideologica (destra e sinistra per me pari sono) e procedurale (dai contratti di governo ai premier per conto terzi); la propaganda demagogica eletta a modus operandi in una sorta di campagna elettorale permanente; le invettive scomposte di qualche Savonarola scalmanato e applaudito dal “suo” popolo; alleanze con movimenti stranieri ultrazionalisti, antieuropei, iper-liberisti o in odore di neofascismo; forme neanche troppo sottili di violenza verbale/psicologica e di ingannevole appropriazione della “volontà elettorale”;  gli ammiccamenti all’insofferenza xenofoba che attraversa la pancia di un Paese impoverito non certo dall’immigrazione (che pure presenta criticità gravi), ma da decenni di politiche economiche liberiste che hanno tolto ai poveri per dare ai ricchi.

Politiche peraltro assecondate o perseguite, anche in Italia, anche da governi nominalmente di centrosinistra, il che ha condotto al declino inesorabile (auspicabilmente temporaneo) degli eredi del movimento operaio (così come dei sedicenti prosecutori dell’impegno politico ecologista).

L’apoteosi in questo senso si è avuta nell’arroganza dell’era renziana, a sua volta figlia di una politica semplicistica, demagogica, propagandistica, alimentata da un narcisismo ipertrofico (dal famoso 40,8% alle europee del 2014 in poi fino alla pretesa di stravolgere l’assetto istituzionale riducendo il perimetro dell’esercizio democratico).

Il momento storico ci offre questo panorama deprimente. L’assenza (apparente) di visioni forti, oneste e coraggiose (altrimenti dette ideologie…), il vuoto di personale politico di spessore, lo spaesamento generale in un’epoca di transizione industriale e sociale.

A scanso di equivoci, però, vien fatto di ricordare che fin da vent’anni fa in molti si sono spesi per denunciare i rischi della deriva sistemica in atto, di crisi sociali e ecologiche (anche in termini di malattie e morti evitabili) determinate dalla deregolamentazione mercantile, nel segno della massimizzazione dei profitti e della concorrenza sfrenata.

Erano i movimenti superficialmente etichettati come “no global” o, nel migliore dei casi, come “altermondialisti” oppure “anti-capitalisti”. Avevano elaborato via via programmi e prospettive per una progressiva conversione economica e sociale nel nome dell’umanità e della natura, tenendo insieme le aspirazioni al benessere e all’emancipazione delle aree più ricche e di quelle più povere del pianete.

Quella galassia “ideologica”, peraltro composita e ricchissima di biodiversità intellettuale, fu ghettizzata, sputtanata (quando non criminalizzata) e spesso malmenata dai poteri costituiti (si ricordino i fatti tragici di Genova al G8 del 2001, con l’uccisione di Carlo Giuliani, il furioso pestaggio poliziesco nella scuola Diaz contro persone inermi, le torture nella caserma di Bolzaneto ai danni di cittadini attivisti fermati e imprigionati senza motivo.

Nella speranza che il momento presente e le recentissime vicende politiche risveglino una consapevolezza vasta a sinistra sulla necessità di riprendere quel cammino, nel solco della giustizia e della libertà di esseri umani e resto della natura, oggi si impone innanzitutto un’immediata riflessione sul senso profondo del nostro sistema costituzionale e sul parlamentarismo, per evitare che i deliri populisti possano prevaricare sulla Carta e sulla profondità dello sguardo dei Padri costituenti.

Suggeriamo, perciò, di cominciare dalla lettura del discorso pronunciato poche ore fa dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Eccone il testo integrale.

“Dopo aver sperimentato nei primi due mesi tutte le possibili soluzioni, si è manifestata una maggioranza parlamentare tra Lega e Cinque Stelle, che pur contrapposti alle elezioni hanno raggiunto una intesa dopo un ampio confronto programmatico. Ne ho agevolato in ogni modo il tentativo di dar vita a un governo, ho atteso tempi da loro richiesti e per farli approvare dalle rispettive basi di militanti, pur consapevole che questo mi avrebbe attirato osservazioni critiche. Ho accolto la proposta per l’incarico del presidente del Consiglio pur superando la perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento ed ho accompagnato con piena attenzione il lavoro per formare il governo”. Questo l’incipit dell’intervento di Sergio Mattarella al Quirinale che così prosegue: “Nessuno può affermare – ha proseguito – che io abbia ostacolato la formazione del governo che viene chiamato del cambiamento. Al contrario ho accompagnato questo tentativo come del resto mio dovere in presenza di una maggioranza parlamentare nel rispetto delle regole della Costituzione”.

“Avevo fatto presente ai rappresentati dei due partiti e al presidente incaricato senza riceverne obiezioni, che su alcuni ministeri avrei esercitato una attenzione particolarmente alta sulle scelte da compiere. Questo pomeriggio il professor Conte, che apprezzo e ringrazio, mi ha presentato le sue proposte per i decreti di nomina che come dispone la Costituzione io devo firmare assumendone la responsabilità istituzionale. In questo caso il presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia che non ha mai subito né può subire limitazioni”. “Ho accettato – ha poi detto il Capo dello Stato – tutte le proposte di ministri tranne quella del Ministro per l’Economia. La designazione del ministro dell’ Economia costituisce sempre un messaggio immediato di fiducia o di allarme per gli operatori finanziari. Ho chiesto per quel ministero l’indicazione di un autorevole esponente di quella maggioranza, coerente con l’accordo di programma, un esponente che al di là della stima e della considerazione della persona non sia visto come sostenitore di una linea più volte manifestata che potrebbe portare probabilmente o inevitabilmente alla fuoriuscita dell’Italia dall’Euro, cosa ben diversa da una atteggiamento vigoroso nell’Ue per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano. A fronte di questa mia sollecitazione ho registrato con rammarico una indisponibilità a ogni altra soluzione e il presidente del Consiglio incaricato ha rimesso il mandato”.

“L’incertezza della posizione italiana nell’Euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri che hanno investito nei nostri Titoli di Stato e nelle nostre aziende. L’impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite della Borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito, e configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri cittadini e della famiglie italiane. Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi dei mutui e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo quando prima dell’Unione monetaria europea, i tassi sui mutui sfioravano il 20%. E’ mio dovere nello svolgere il compito di nomina dei ministri che mi affida la Costituzione, essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani. In questo modo si riafferma concretamente la sovranità italiana, mentre vanno respinti al mittente inaccettabili e grotteschi giudizi sull’Italia apparsi sulla stampa di un Paese europeo. L’Italia è un Paese fondatore dell’Ue e ne è protagonista”.

“Non faccio le affermazione di stasera a cuor leggero anche perché ho fatto ogni sforzo possibile per far nascere un governo politico. Nel fare questa affermazioni antepongo a tutto la difesa della Costituzione e dell’interesse della Comunità nazionale. Quella dell’adesione all’Euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani. Se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento anche perché è un tema che non è stato in primo piano nella recente campagna elettorale. Sono stato informato della richiesta di forze politiche di andare a elezioni ravvicinate. Si tratta di una decisione che mi riservo di prendere doverosamente sulla base di quello che avverrà in Parlamento. Nelle prossime ore assumerò una iniziativa”.

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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