Da tempo vivo una sorta di pudore della parola, un sentimento ma anche un pensiero frutto insieme della delusione politica e del fastidio nei riguardi della retorica delle idee belle che si avvita compiacente su se stessa mentre attorno si allarga il deserto.

La delusione politica è quella di un’attesa vana che la semina appassionata desse un raccolto; che decenni di impegno lasciassero un segno, indicassero una via maestra, fossero una speranza concreta, dessero un’accelerazione.

Al contrario, vivo quasi una vana condizione di nostalgia per i tempi dell’illusione, quando tutto il bene sembrava possibile, l’umanità meno brutale e più capace di guardarsi allo specchio e di liberarsi a mano a mano del fardello di violenza.

Questo fardello della vicenda umana nei secoli, invece, non è scomparso. Il giogo violento può talvolta cambiare pelle ma non molla la presa.

Violenza interiore dell’individuo medesimo; violenza all’interno delle strutture sociali; violenza nelle istituzioni; nella relazione con il resto della natura; nel linguaggio dominante.

Una serie di premonizioni novecentesche si sono inverate rapidamente.

La scissione tra il genere umano e tutto il resto (e se fosse un processo irreversibile, come specie saremmo già su un binario morto).

L’imbarbarisi della personalità, dei singoli e dei gruppi, un’involuzione connessa con i meccanismi dei rapporti economici e con l’imporsi definitivo del sistema della competizione (ingannevole miraggio di emancipazione e liberazione di tutti, in realtà mero strumento di dominio dei pochi che detengono potere decisionale, conoscenza e ricchezza).

L’arretramento progressivo delle condizioni di vita dei più nelle società cosiddette avanzate.

La perdita di diritti acquisiti risultanti da decenni di lotte popolari e passati anche per un paio di guerre mondiali.

Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (come si diceva un tempo), che lungi dall’essere espulso dalla storia è stato affiancato da un crescente e crudele accanimento sul resto della natura.

Le guerre permanenti, ovviamente.

Il perpetuarsi sistemico degli squilibri economici e sociali tra aree del pianeta, processo di cui si parla fin almeno dagli anni ’70 (io stesso ricordo di aver partecipato a una campagna lanciata da Alex Langer attorno al 1986: “Nord-Sud, debito, biosfera, crisi ecologica e sopravvivenza dei popoli” o qualcosa del genere era il titolo).

E oggi siamo qui, a fare i conti con i Salvini, i Minniti, i Renzi, i Macron e le loro pericolose «guasconate».

Nel frattempo peggiorano quotidianamente, malgrado summit, convenzioni internazionali e amenità varie, numerosi indicatori primari della qualità dell’ambiente, dei danni (a volte irreversibili) provocati dalle attività umane alla natura, della morbilità e della mortalità riguardanti persone e altri animali.

E va da sé che in questo scenario si inseriscono le diverse situazioni di instabilità geopolitica (guerre, conflitti, terrorismo eccetera) che in fin dei conti sembrano quasi programmate per garantire il perpetuarsi di un incantesimo storico, la quiete sistemica per la “classe agiata” e le sabbie mobili dei processi di liberazione popolare.

Se aggiungiamo il caos delle società complesse, l’ingovernabilità dei conflitti d’interesse e delle contraddizioni in campo (dalla sfera individuale via via all’esterno, fino alle solite multinazionali), il vuoto della politica e degli strumenti della conoscenza, ecco che l’idea di una possibile convergenza verso obiettivi univoci e collettivi di “bene comune” e di giustizia si riduce a poco più di un ologramma al cospetto della speranza agitata e interpretata alcuni decenni fa.

La scena è disarmante.

Tuttavia il pessimismo, per quanto mi riguarda, non è rassegnazione ma desiderio di interrogarmi realisticamente sul da farsi, se possibile evitando di girare a vuoto o di agire per pura testimonianza o ricerca di un confortevole riparo della coscienza.

In questo contesto, il nostro cammino a Sant’Anna di Stazzema* mi è stato utile a riattivare alcune dimensioni del pensiero nonviolento e della sua declinazione possibile.

Ho ritrovato l’esigenza di ragionare sulla forza della nonviolenza ma anche sulla urgenza di tradurla in azione politica radicale che trascenda il perimetro proprio della questione “guerra”.

Come accadeva negli anni Ottanta, quando fra l’altro nacquero le liste verdi, avverto una persistente esigenza di tradurre la forza della nonviolenza in un programma sociale che investa al contempo l’intero spettro delle sfide civili attuali.

Di fronte alla potenza delle diverse dinamiche di violenza che si sono imposte e pervadono sempre più le organizzazioni umane, la sollecitazione intellettuale che avverto va nel senso della sintesi, della radicalità e dell’essenzialità dello scopo e del messaggio.

Come in fondo tentava di fare chi trent’anni fa coniugava socialismo e ecologia, nonviolenza e libertà, economia e giustizia (non solo di specie).

Oggi assistiamo a un’atomizzazione delle resistenze e delle forze sociali che rispondono in qualche modo alla violenza sistemica. 

Resistenze generalmente costrette sulla difensiva, a rincorrere e cercare di arginare fenomeni distruttivi generati dalle soluzioni elitarie di produzione e consumo ormai introiettate da noi tutti.

In fondo siamo tutti parte di una maggioranza squinternata, quasi sempre complice e insieme “vittima” di un opprimente castello di carte, nel quale però molte cose sono utili e da salvare. Toccarlo, dunque, può rivelarsi infine autolesionistico. O comunque è un’idea che può spaventarci.

La forza dell’equilibro neoliberale sta in questa sua apparente complessità, per cui introdurre correttivi radicali, per esempio per invertire la rotta del lavoro, oggi orientata verso nuove forme di schiavitù, significa provocare danni sociali pressoché immediati (licenziamenti, delocalizzazioni o quant’altro, comunque sia disagio non certo alla classe agiata, ma agli altri).

In questo quadro, da un lato le principali forze politiche provenienti dal movimento operaio (di liberazione umana internazionale, si potrebbe ricordare) hanno ritenuto il problema irrisolvibile e si sono riposizionate all’interno del paradigma neoliberale, fino a trasformarsi in fedeli e zelanti interpreti legislativi.

Dall’altro lato, chi ha conservato lucidità analitica e quel po’ di onestà intellettuale per tenere dritta la rotta verso “ciò che era giusto” si è via via polverizzato, spesso circoscrivendo l’azione e la visione politica dentro ambiti specifici (come fermare un inceneritore, ripulire il mare, ridurre l’inquinamento industriale, prendersela con la “casta” eccetera).  In qualche caso anche compiacendosi in un esercizio altamente autoreferenziale di opposizione programmata e ben tollerata dal “sistema”.

Si è un po’ persa di vista, temo, l’idea che in realtà tutto si tiene. Che le singole criticità pesanti di questa nostra epoca sono semplicemente il risultato del teorema neoliberale da cui deriva il funzionamento di gran parte delle comunità umane organizzate.

Perciò credo che fosse potente l’intuizione di chi, all’epoca, cercava una sintesi, per modificare alcuni assetti economici e sociali incompatibili con una convivenza nonviolenta.

Il nostro cammino di SantAnna, interrogandomi sulla mia delusione per i cambiamenti mancati, mi ha suggerito pure una riflessione sulla forza della nonviolenza, oggi, come chiave di un sistema di valori traducibile concretamente in azione politica e legislativa.

In ogni ambito si possono elaborare e condividere con parole semplici e comprensibili, riforme utili a migliorare il benessere e a ridurre la sofferenza.

A modificare le cose verso il bene di tutti.

La nonviolenza come madre di tutte le lotte, come bussola per orientarsi nella ricerca di soluzioni coerenti con il principio del rispetto della dignità di ogni essere vivente.

La nonviolenza come cifra del vivere.

Un codice del lavoro nonviolento, per esempio; o una nuova legislazione contro l’inquinamento ambientale; sulla mobilità e i trasporti; sulla prevenzione e cura delle malattie; sull’agricoltura; sul ciclo dei rifiuti (produzione e consumo); sul sistema penale; sul diritto alla conoscenza…

Ogni ambito del vivere civile richiede risposte nonviolente.

Colgo, invece, anche nelle residue forze organizzate riconducibili all’ecologismo e alla nuova sinistra, l’assenza di una radicalità dei contenuti e della determinazione a offrirli alla comunità. Quasi per un tatticismo del pudore: la preoccupazione che esclamare “il re è nudo” possa rivelarsi socialmente incompreso e sconveniente nelle urne.

Eppure non ci resta che ripensare e ritrovare la lotta e il pensiero sul filo della banalità del bene. 

E ripetere all’infinito ciò che era e che rimane giusto, con l’auspicio di contribuire alla rinascita di una consapevolezza che si faccia anche azione politica (ri)organizzata.

Dalle piccole alle grandi decisioni, credo che insistere sulla coerenza nonviolenta possa produrre esiti utili nell’immediato (rispetto ai vari fronti critici) e favorire una consapevolezza sociale profonda contrapposta all’insinuarsi della violenza sotto varie forme.

Nei riguardi di una qualsivoglia questione sociale o individuale, la nonviolenza ci orienta nell’analisi e nell’assunzione di responsabilità, nella scelta di campo e di una decisione che perseguirà uno scopo preciso e coerente.

  • Due giorni di marcia da Avenza a Pietrasata e poi a Sant’Anna di Stazzema, organizzati da Lorenzo Guadagnucci, autore del volume “Era un giorno qualsiasi”, sulla memoria della strage nazista dell’agosto 1944.
Zenone Sovilla

Zenone Sovilla

Giornalista e videomaker, creatore di Nonluoghi nel 1999, ha lavorato in Italia e all'estero per giornali e stazioni radiofoniche. È redattore Web del quotidiano l'Adige.

More Posts - Website

Follow Me:
Facebook

Zenone Sovilla

Giornalista e videomaker, creatore di Nonluoghi nel 1999, ha lavorato in Italia e all'estero per giornali e stazioni radiofoniche. È redattore Web del quotidiano l'Adige.