Tre anni fa un presidente del consiglio ribatteva che in Italia non c’era una vera crisi economica, tant’è che «i consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, si fatica a prenotare un posto sugli aerei».

Di lì a pochi giorni quel capo del governo, Silvio Berlusconi, sotto forte pressione europea, si vedeva costretto a cedere il posto a Mario Monti. Tutta colpa dell’euro e dei piagnoni italici che infondono pessimismo e depressione.

Poi è andata come sappiamo, con gli esecutivi Monti, Letta #staisereno e Renzi che si sono susseguiti senza riuscire a modificare sensibilmente il quadro socioeconomico; anzi, una serie di indicatori fondamentali (dalla precarietà lavorativa alle nuove povertà, fotografati dalle cifre inquietanti sulla disoccupazione, che è crescente malgrado i patetici giochi di numeri del governo per confondere l’analisi).

Un tratto comune di questi tre ultimi esecutivi, oltre all’incapacità di indicare al Paese un percorso collettivo di uscita dalla crisi, è rappresentato dalla loro distanza dal corpo elettorale: non sono stati scelti dai cittadini. La rappresentanza è stata totalmente mortificata (o forse sostituita con il giochino strano delle primarie).

Non dovrebbe sorprendere, dunque, se poi la gente non va più a votare (chi si straccia le vesti ma dà la colpa alla cosiddetta antipolitica probabilmente sta solo depistando).

Domenica scorsa l’attuale premier, Matteo Renzi, è intervenuto all’assembela del partito di cui è segretario, il Pd.

Più che un discorso politico, nel quale proporre visioni e azioni conseguenti, il suo suonava come un comizio di piazza. Roba da campagna elettorale, non l’esposizione di una linea programmatica un pochettino più profonda delle slide, delle battute, degli annunci a raffica e delle riforme regressive attuate finora (da quelle che riducono gli spazi della rappresentanza democratica a quelle che per compiacere le classi dirigenti industriali comprimono ancora le condizioni dei lavoratori).

A me ha colpito, in particolare, l’assonanza del sorriso fra il Berlusconi del novembre 2011 e il Renzi del dicembre 2014: domenica il segretario del Pd ha fatto ricorso al classico bagaglio retorico dell’ottimismo (quello craxiano era della volontà, quello fiorentino – forse – della vanità…) per respingere l’immagine di un Paese in difficoltà: «Combattiamo quelli che dicono che va tutto male, che dicono che non c’è spazio per l’intelligenza italiana nel mondo».

Non si capisce bene con chi ce l’abbia quando parla di « sogni dell’Italia stuprata da polemiche assurde» e lancia il tricolore che sta nel simbolo del Pd perché «è un partito che vuole bene all’Italia» (come a dire che chi lo critica, invece, no).

Se Berlusconi tre anni fa disse che gli italiani «non sentono la crisi in modo spasmodico come nelle rappresentazioni dei giornali», oggi Renzi afferma che là fuori c’è un’Italia «che non si arrende al fatto che intorno a lei basta aprire un giornale per leggere che va tutto male».

E allora l’ex sindaco di Firenze ribadisce che bisogna correre «senza perdere un minuto», a fare le riforme che ha deciso lui insieme con Berlusconi. E chi nel Pd – pochi invero – vorrebbe discutere almeno un poco anche dei contenuti di questa parolina magica, riforme, si metta il cuore in pace: «Questo partito non starà fermo per i diktat della minoranza. Non ci fermeremo per guardarci l’ombelico», ha detto con la consueta inclinazione al dialogo e alla comprensione dell’altro da sé (Berlusconi evidentemente è un’eccezione, ma forse pure Alfano). Al dialogo sembra preferire le frasi a effetto, per quanto ripetitive e prive di contenuti, sempre prontamente riprese da agenzie di stampa , giornali e Tg.

Alla fine si ha l’idea che a predominare sia una linea politica sgusciante che assume però anche i tratti dell’arroganza, quando in un discorso all’assemblea nazionale di un partito che – volenti e nolenti – ha le sue radici nel movimento operaio, il segretario e premier non fa cenno alla mobilitazione di milioni di persone in uno sciopero generale che il 12 dicembre scorso contestava proprio le politiche del governo Renzi-Alfano, specie una riscrittura delle norme sul lavoro che trasferisce altro potere dai cittadini alle imprese, una legge di stabilità che dimentica i poveri poveri (gli 80 euro elettorali vanno a chi ha uno stipendio), l’assenza di un piano di conversione produttiva per ridisegnare e far ripartire l’economia nazionale.

Insomma, là fuori c’è anche un’Italia che non condivide e che suggerisce altro per migliorare un po’ la situazione in un Paese in cui da anni i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ma con questa Italia il premier-segretario non parla, al massimo la «rispetta» (sarà composta da milioni di gufi, rosiconi  e menagrami poco abbienti che non vanno alle cene elettorali ma alle feste dell’Unità?).

La distanza fra le prassi renziane e una serie di riferimenti valoriali della sinistra, traducibili in precise azioni concrete, è evidente se si esamina ciò che questo governo realmente fa e ciò che non fa.

Al netto degli slogan e dei tweet propagandistici, Renzi mette in atto politiche di stampo sostanzialmente conservatore, in linea di massima assimilabili a quanto hanno fatto nei decenni recenti o stanno tentando di fare oggi gli schieramenti neoliberali in alcuni Paesi europei. In Norvegia, per esempio, dove dopo anni di centrosinistra è al potere la destra, si vuole rendere più «flessibile» il mercato del lavoro: tradotto significa condizioni peggiori per le persone e migliori per le aziende, ma questo dettaglio lo ricorda sonoramente, opponendosi insieme ai sindacati, l’Ap, il partito laburista, cioè i socialdemocratici (non la minoranza interna dei socialdemocratici…).

Anche gli 80 euro sono una forma pietistico-propagandistica che utilizza la spesa pubblica anziché introdurre una trasformazione sistemica. Il bonus va solo ai dipendenti, ma ne è escluso pure chi guadagna meno di 8.145 euro: risparmiando qualcosa dei dieci miliardi necessari per il 2015, si potevano destinare quei fondi, per esempio, a istituti quali il reddito minimo di garanzia.

Il modello neoconservatore del renzismo in pratica, cioè tolti di mezzo slogan e vari artifici retorici meramente propagandistici (tanto amati dai molti adulatori tv del premier), è ben visibile anche nell’impianto del modello di sviluppo, rilevabile, fra l’altro, nel roboante decreto «sblocca Italia», che fra doverse amenità indica al Paese l’orizzonte dell’energia fossile e delle trivellazioni petrolifere in mare (altro che blablabla e tweet sulla green economy).

La totale assenza di una visione minimamente ispirata ai movimenti di opinione ecologisti si coniuga alla perfezione con il vuoto di elaborazione di un piano industriale innovativo: il governo Renzi intende rilanciare l’Italia con le solite, vecchie ricette, cioè ricominciando con le cementificazioni pubbliche e private (in un Paese massacrato) e assecondando i pruriti delle grandi lobby industriali (riaprendo anche il capitolo della privatizzazione di servizi essenziali, come quello idrico, oggetto di un referendum popolare sull’acqua bene comune il cui esito inequivocabile era già stato messo in discussione dal governo Monti).

In definitiva, nulla di nuovo. Un governo conservatore e a tratti reazionario che concorda buona parte della sua prevedibile azione con chi (Silvio Berlusconi e Forza Italia) negli ultimi vent’anni ha governato a lungo attirandosi gli strali del popolo di sinistra oggi rappresentato anche da Matteo Renzi (che però nell’assemblea di domenica sembrava avercela più con l’Ulivo che con il Cavaliere).

Il quadro presenta evidenti segni di ambiguità. Un’ambiguità che diventa illiceità morale se aggiungiamo un paio di considerazioni.

La gran parte dei parlamentari che sostengono il governo avevano assunto in campagna elettorale impegni programmatici totalmente diversi da ciò che appoggiano oggi: i cittadini che li hanno votati non sapevano che avrebbero fatto accordi con berlusconi per attuare riforme costituzionali liberticide e neocentraliste (con la riduzione anche degli ambiti di democrazia diretta che invece andrebbero estesi).  Cio senza dimenticare che sono stati eletti con una legge poi dichiarata incostituzionale.

Secondo, l’attuale presidente del consiglio non si è presentato alle urne illustrando il suo programma elettorale («più trivellazioni petrolifere, più inceneritori o più euro per tutti» che fosse), il che non è propriamente compatibile con una democrazia compiuta, sia pure rappresentativa e poco partecipativa. Sembra che l’opinione informata dei cittadini interessi veramente poco. E che pochi fra i grandi «osservatori» trovino tutto ciò scandaloso.

Forse dovremmo consolarci con la rinnovata candidatura olimpica di Roma e se siete fra quelli «ma anche no», preoccupati per gli sprechi, per Mafia Capitale, gli appalti, fatevene una ragione e non rompete i sogni agli italiani: «Sulle Olimpiadi non ci faremo fermare dai ladri. Se c’è chi ruba va in galera, si persegue e si va avanti senza ricorrere alla rinuncia».

No, non consola gran che. Allora, forse possiamo provare dando un’occhiata attorno, per capire se qualcosa si muove in Italia, mentre in altri Paesi si animano da anni i laboratori di idee (e di voti) divergenti dal main stream liberista (Podemos, Syriza, Die Grünen eccetera). Ecco, per esempio è Possibile, l’iniziativa lanciata da Pippo Civati, che rivolgendosi al mondo progressista e ambientalista propone anche un decalogo per un programma di governo che comprende il rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta.

Il bisogno di idee, contenuti, ragionamenti oltre gli slogan e le slide è evidente e urgente. Così come l’esigenza di trasformare le riflessioni critiche in azione politica concreta, cioè capace di incidere con idee innovative sulla deriva neoconservatrice in corso.

 

Zenone Sovilla

Zenone Sovilla

Giornalista e videomaker, creatore di Nonluoghi nel 1999, ha lavorato in Italia e all'estero per giornali e stazioni radiofoniche. È redattore Web del quotidiano l'Adige.

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