Un caro amico, Bob, mi scrive dalla California, dove si occupa di analisi dei sistemi politici. Mi segnala l’esperienza interessante del libero stato di Vardadò, che si trova in un’isola non meglio precisata di un oceano a me ignoto.  Vardadò è una repubblica che fin da epoca remota ha sviluppato un’organizzazione democratica della convivenza.
Non ha mai partecipato a guerre, perché questa come altre decisioni di rilievo è affidata direttamente al popolo. E a Vardadò il popolo ha sempre detto no.


L’isola presenta indicatori statistici invidiabili, in fatto di libertà, diritti civili e politici, pluralità e indipendenza dell’informazione, equa distribuzione di reddito e patrimonio, sicurezza dei lavoratori, innovazione tecnologica, qualità dell’ambiente urbano e naturale, inclusione sociale, educazione e salute.

Uno scenario frutto dell’esperienza empirica di svariati decenni nei quali si è sperimentato e riformato. Prendendo atto dei fallimenti sistemici via via rilevati, si sono introdotti correttivi precisi e sofisticati, che trovavano la condivisione di una larghissima maggioranza di cittadini. Il fondamento pare sia l’idea di una società umana orientata a minimizzare concretamente la sofferenza e il disagio fra tutti suoi appartenenti. La chiamano prassi della pari dignità.

Una delle riforme che hanno segnato la storia di Vardadò è nota come “modello delle tutele crescenti per gli eletti”.

In sostanza, si tratta di un sistema di verifica dei risultati ottenuti dai rappresentanti nelle istituzioni politiche, a cominciare dai parlamentari. A costoro, in sintesi, viene garantito un salario d’ingresso (lo chiamano proprio così, come se fossero semplici operai) di 85 fasòi (la valuta locale) che equivalgono a circa 1500 euro rapportati al costo della vita (al netto delle spese di viaggio e alloggio nella capitale).
La dinamica salariale dei parlamentari, però, è legata a una serie di indicatori statistici sulla qualità della vita collettiva.
Indicatori individuati e certificati con la collaborazione di alcune agenzie internazionali e università straniere.

Fra gli altri, giusto per menzionarne alcuni, troviamo la congruenza delle retribuzioni, dei contratti e dei contesti lavorativi (dice che la precarietà genera malattie); il rapporto fra tempo di vita e tempo di lavoro; la distribuzione del reddito e dei patrimoni; i tassi di morbilità e mortalità specie se correlati a fattori di rischio causati da attività umane (come l’inquinamento industriale o quello da traffico); la salubrità degli alimenti; la piena attuazione del diritto universale allo studio; l’incidenza della corruzione nelal vita pubblica; l’andamento della mobilità sociale (le opportunità per tutti i cittadini di realizzarsi a prescindere dalle condizioni di origine).

Bob mi spiega che a Vardadò coltivano da decenni l’idea (forse un po’ stravagante agli occhi di un elettore italiano del 2014) che nessuno deve rimanere indietro, che non basta scrivere da qualche parte, magari scolpito sulla pietra, che prima di tutto viene il rispetto per la persona: a garantire la tendenza verso questi obiettivi condivisi dev’essere la stessa architettura istituzionale.

Ecco dunque che i menzionati indicatori (e diversi altri sui quali sorvolo) sono un paramentro sul quale si basa la stessa rappresentanza politica: se più di un indicatore risultasse negativo nella verifica annuale, gli eletti si vedrebbero decurtato il loro salario del 10 per cento.
Se il quadro clinico in peggioramento seguitasse un secondo anno, la decurtazione sarebbe del venti per cento.
Qualora infine i segnali di involuzione si presentassero anche l’anno successivo, un’eventuale iniziativa dell’uno per cento del corpo elettorale sarebbe sufficiente per far decadere l’assemblea legislativa e indire nuove elezioni con lo scopo di rinnovare il personale politico prima della scadenza naturale (prevista dopo un quinquennio).

Viceversa, a fronte di miglioramenti delle misurazioni statistiche sullo stato di salute della società (c’è fra pure una curiosa misurazione del tasso di “felicità” individuale e di gruppo), gli eletti vedrebbero incrementarsi i loro emolumenti, sia pure solo sotto forma di voucher, cioè di buoni utilizzabili per il pagamento di una serie di beni o servizi (si va dal fitness ai viaggi, fino agli acquisti tecnologici in alcuni negozi online).

Secondo il racconto di Bob, questo sistema ha reso particolarmente vicino, trasparente e funzionale il rapporto fra cittadini e classe dirigente, peraltro assai condizionato dal continuo turn-over dovuto al limite del mandato elettorale (non oltre i cinque anni sullapoltrona: qui non sopportano l’idea del politico narciso e carismatico, magari un po’ arrogante, accentratore e autoritario). Peraltro, nel caso di miglioramenti statistici (e sociali) rimarchevoli, scatta la possibilità premiale di candidarsi una volta anche oltre questo termine.

Il turn-over della rappresentanza consente a molti di fare un’esperienza diretta nelle istituzioni a livello centrale o locale. Oltretutti, Vardadò ha diffuso il potere secondo un modello federale e comunitario, con forte autonomia territoriale e frequente ricorso a strumenti di democrazia diretta, investendo moltissimo sulla informazione indipendente: come ripete spesso il mio amico dalla California «conoscere per deliberare».
Fra parentesi, nell’isola, le reti telematiche di ogni natura sono considerate un’infrastruttura essenziale, alla stregua delle strade e delle ferrovie: se ne occupa direttamente la comunità e ognuno vi ha eguale accesso, così come circola liberamente nella vita quotidiana (in genere in treno, bicicletta o autobus elettrici).

Bob dice pure che dopo la grande riforma istituzionale, il tasso di felicità continua a crescere.
E sostiene che una spinta al miglioramento di numerosi indicatori arrivò quando i cittadini approvarono in via sperimentale (per poi sancirla definitivamente) l’abolizione del potere esecutivo: il governo era diventato via via un organo sempre più invasivo, costringeva il parlamento a ratificare acriticamente decreti e altre norme scritte nel consiglio dei ministri. Queste leggi rivelavano spesso una natura regressiva: causavano, cioè, un arretramento di indicatori rilevanti per la qualità della vita. La gran parte della gente stava sempre peggio, una minoranza invece se la spassava sempre più.

Il quinquennio senza governo fu invece particolarmente fruttuoso dal punto di vista del benessere sociale. Dopo la competizione elettorale, il parlamento discuteva e votava leggi e regolamenti, l’apparato tecnocratico era semplicemente tenuto ad attuare le disposizioni. La sorveglianza di questo meccanismo era affidata principalmente a commissioni di garanzia a loro volta elette dai cittadini ai quali, peraltro, erano assicurati altri strumenti di intervento, soprattutto per fermare o correggere processi legislativi contrastanti con le indicazioni programmatiche espresse in campagna elettorale.

 

Qui ingannare i cittadini chiamati alle urne è considerato particolarmente disdicevole, come testimonia la fuga in massa da quel partito che – senza nemmeno annunciarlo prima del voto – una volta tentò di sottrarre molti poteri alle autonomie locali e anche di scippare al popolo la scelta dei membri delle commissioni parlamentari di garanzia; oppure quell’altro partito, letteralmente collassato dopo aver proposto riforme del lavoro che per far concorrenza alle isole vicine avrebbero peggiorato la vita di molte persone, qualcosa – mi spiega Bob – simile ai nostri contratti atipici, interinali, collaborazioni aleatorie e sottopagate.

Diversamente da ciò che accade in altri Paesi meno sviluppati, a Vardadò dire una cosa (per esempio, di sinistra) e poi fare il suo esatto contrario (scelte politiche di destra) equivarrebbe a un suicidio politico, a una totale perdita di credibilità.

Ciò accade perché a Vardadò quasi tutti sono molto appassionati di politica e bene informati.

La discussione è molto vivace e altrettanto civile: si bada al sodo, si evitano forzature se una minoranza è fermamente contraria, non volano mai insulti politici.

Probabilmente – mi dice Bob – succede perché si è radicata l’idea che ci può azzuffare sull’una o l’altra questione (ultimamente litigano sul tracciato di una ferrovia) ma l’importante è sempre perseguire una prospettiva condivisa di bene comune e ritrovarsi tutti, quanto meno, su ciò che assolutamente non si deve fare per non arrecare danno a qualcuno di noi.

La solita prassi della pari dignità.

Una specie di socialdemocrazia 2.0.

A Bob ho risposto che Vardadò mi sembra tanto l’isola che non c’è.

Zenone Sovilla

Zenone Sovilla

Giornalista e videomaker, creatore di Nonluoghi nel 1999, ha lavorato in Italia e all'estero per giornali e stazioni radiofoniche. È redattore Web del quotidiano l'Adige.

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