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Comunque la si guardi, la vicenda tragica e immensamente triste della morte dell’orsa Daniza è una brutta storia per le istituzioni trentine e nazionali.
L’intera faccenda induce a riflettere sulle criticità emerse sia sul fronte politico sia sul versante tecnocratico.

Il caso specifico appare innanzitutto come uno specchio dell’approccio manchevole messo in campo dalla Provincia autonoma di Trento. Altro che quel poco elegante “sugli orsi nessuno può insegnarci nulla” pronunciato dal presidente Ugo Rossi, palesando peraltro un certo sprezzo nei riguardi del vasto movimento che richiamava l’ente pubblico a una valutazione scientifica del caso, ben prima che si arrivasse alla sedazione risultata letale.
In sistesi, come hanno osservato innumerevoli faunisti indipendenti: l’orsa Daniza, di fronte a un essere umano avvertito come una minaccia per i cuccioli, era intervenuta mettendo in campo, prima di scappare con la prole, una ragionevole forma di dissuasione con danni minimi per il malcapitato e imprudente cercatore di funghi rimasto leggermente ferito. Non avesse sentito il pericolo, Daniza se la sarebbe semplicemente data a gambe, come qualunque animale selvatico che percepisce la presenza umana (spesso tutt’altro che amichevole).
A fronte di questo comportamento del tutto normale per un animale selvatico, l’intervento ovvio dopo quell’episodio sarebbe stato un monitoraggio più stretto dei movimenti di Daniza e figli, per verificare che quell’incontro ravvicinato fosse (come effettivamente era) solo una fatalità e per accompagnare così l’orsa verso il letargo invernale.
Si è deciso invece, anche facendosi scudo di un discutibile parere ministeriale, di avviare la caccia grossa, rassicurando peraltro tutti circa l’esclusione di metodi rischiosi, quali appunto la sedazione, già costata la vita recentemente ad almeno altri due orsi affidati alle cure della Provincia autonoma di Trento nel progetto Life Ursus. E invece, ecco che si decide di usare il fucile, perché il trappolone non aveva funzionato. Nel frattempo, si sottolinea quasi a voler cercare un’incredibile aggravante, Daniza si è macchiata di altre razzie di capi di bestiame.
Il contesto e gli antefatti di tutto ciò ci parlano di una gestione che, da anni, sembra temere la trasparenza e preferire il profilo basso, forse nella speranza (illusoria) di minimizzare l’impatto sociale e le reazioni negative nei riguardi del’orso e specialmente delle sue razzie di capi di allevamento.
In realtà, in questo modo si è ottenuto l’effetto contrario: l’opacità ha ingigantito l’atteggiamento sospettoso o finanche ostile di una fetta di popolazione, nelle aree montane più frequentate dagli orsi.
Parimenti, un’insufficiente conoscenza dell’evoluzione del progetto e una serie di scelte operative non condivise, ha creato una frattura anche nei riguardi del mondo ecologista (memorabili, giusto per fare un esempio degli anni scorsi, le manovre provinciali per depotenziarne il peso nel comitato faunistico provinciale). Fra parentesi, meriterebbe un approfondimento d’analisi lo squilibrio storico nel rapporto tra la Provincia e i mondi venatorio (assai rappresentato nella tecnocrazia che conta) e ambientalista (sostanzialmente escluso dal potere e appena tollerato nelle sedi in cui tocca almeno ascoltarlo).
Le cose avrebbero preso probabilmente una piega diversa se fin dall’inizio – un decennio fa – l’ente pubblico avesse investito significativamente nell’informazione e nella formazione, a cominciare dagli allevatori, chiamati a modificare le loro prassi per proteggere gli animali. A chi svolge questa attività andava garantito il massimo supporto, non solo in termini di indennizzo; ma fin dall’inizio bisognava anche mettere via via a fuoco le situazioni, i periodi dell’anno e le zone di rischio maggiore, ragionando insieme sul da farsi (per esempio se in qualche caso un certo alpeggio fosse ritenuto troppo esposto). Agli orsi serve un certo spazio e la filosofia del ripopolamento di specie in passato decimate dall’uomo, andava forse accompagnata anche da confronti estesi su eventuali correttivi in relazione alle politiche sull’habitat e sulla progressiva antropizzazione a scopi economici, specie turistici, di alcune porzioni di montagna.
L’orso, insomma, ci interroga sul nostro rapporto con la terra e con gli altri animali.
Ci voleva, poi, una diversa attività di informazione specifica rivolta a residenti e turisti: avrebbe diffuso conoscenze preziose e favorito un rapporto più trasparerente fra l’ente pubblico e la gente, sottraendo spazi a chi si accanisce contro Life Ursus con furore ideologico antropocentrico. Forse non si è fatto abbastanza in questo senso proprio per prevenire gli allarmismi; ma si è ottenuto il risultato contrario.
Non è dato sapere gran che nemmeno sugli interventi di dissuasione (acustici o di altro genere) attuati dai forestali trentini per orientare gli spostamenti e il comportamento di qualche orso, specie per evitarne l’avvicinamento ai centri abitati con il rischio che diventasse “confidente”.
A volte si è avuta l’impressione che il nucleo operativo specializzato avesse bisogno di maggiori investimenti in termini di uomini e mezzi: se le cose stessero davvero così, bisognerebbe chiedersi il perché e chi lo abbia deciso.
Un capitolo a sé dei passi falsi targati Life Ursus riguarda poi il coinvolgimento delle zone limitrofe, italiane e straniere. E qui va chiamato in causa anche il governo nazionale, che oltretutto è parso alquanto assente nella vicenda Daniza, mentre avrebbe potuto offrire o imporre al Trentino l’invio di suo personale esperto a supporto della Provincia.
Peraltro, il corpo forestale dello Stato aveva manifestato formalmente il suo dissenso sulla cattura di Daniza e si era rivolto anche direttamente alla Provincia di Trento esprimendo forte preoccupazione per la sorte dei cuccioli e ipotizzando che la sottrazione della madre avrebbe potuto configurare una forma di maltrattamento nei riguardi dei figli. Ma anche l’invito del corpo forestale nazionale a una rivalutazione del caso era stato accolto a Trento con la sicumera che ha fin qui caratterizzato l’atteggiamento istituzionale. Ora i forestali dello Stato stanno già indagando sulla morte di Daniza ipotizzando il delitto di maltrattamento e uccisione di animali (quello stesso corpo nazionale qualche anno fa scoperchiò lo scandalo vergognoso dell’inquinamento in Valsugana che era sfuggito ai controllori trentini).
Oggi, con il gruppo di orsi del Brenta che supera la cinquantina di esemplari, siamo ormai nella fase di migrazione naturale, grazie alla quale il numero di quelli presenti in questa fetta di Trentino potrebbe stabilizzarsi o anche diminuire via via. Ma se i primi migranti finiscono abbattutti in Svizzera (l’ultimo caso, nei Grigioni, in val Poschiavo, sette mesi fa, grida vendetta al cielo: un giovane orso per nulla problematico ucciso appena uscito dal letargo) o morti in Austria e Germania, sarà (fortunatamente) difficile alimentare questi flussi. Altri lasciano il Brenta e se la cavano perché entrano in aree selvagge e protette fuori provincia ma in Italia.
Di fronte a innumerevoli inviti alla prudenza, concertazione e trasparenza, il Trentino ha scelto evidentemente un’altra strada e oggi l’espressione “orso dannoso” (cara ai leghisti locali che sopprimerebbero subito Life Ursus) viene ripetutamente riferita a Daniza anche dall’assessore competente, Michele Dallapiccola: sembra davvero una fotografia dello stato dell’arte e di un orizzonte sempre più denso di nubi, con la politica incapace di aprire uno scenario di innovazione e prigioniera di un localismo piccolo piccolo. Un’illusione di autosufficienza che ora sta massacrando l’immagine del Trentino, coltivata nei decenni a suon di centinaia di milioni di euro pubblici in promozione turistica.

Ora, però, di fronte al fallimento rappresentato dall’ennesima morte accidentale di un orso trentino, qualcuno dovrebbe assumersene umilmente responsabilità e conseguenze serie, sia fra i politici sia nella tecnocrazia provinciale, troppo spesso pericolosamente vicina alle stanze del potere. Perseverare con superiorità nel rifiuto di una qualunque autocritica sarebbe veramente troppo.

Zenone Sovilla

Zenone Sovilla

Giornalista e videomaker, creatore di Nonluoghi nel 1999, ha lavorato in Italia e all'estero per giornali e stazioni radiofoniche. È redattore Web del quotidiano l'Adige.

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