Probabilmente, passate le lacrime e gli scaricabarile di circostanza, anche stavolta la politica nazionale sarà poco incline a umanizzare le politiche su immigrazione, asilo politico e accoglienza umanitaria.

Il tragico naufragio della settimana scorsa a Lampedusa ha riaperto una questione ultraventennale ed è mortificante ritrovarsi, oggi, a ribadire gli stessi concetti che una parte della comunità italiana tenta invano, da anni, di imporre quantomeno nell’agenda parlamentare.

Sarà per timori legati al marketing elettorale, sarà per l’appiattimento “bipartisan” della lettura di questo fenomeno, fatto sta che la distanza fra la realtà e la visione che ne dà la politica è inquietante.

Probabilmente a imbrigliare l’azione legislativa è anche la presenza nella maggioranza di governo di partiti che hanno avuto un ruolo centrale nel varo della legge Turco-Napolitano, con il centrosinistra che nel 1998 istituì fra l’altro gli odiosi centri di permanenza temporanea (Cpt)  sul cui impianto si è innestata, connotandola definitivamente in termini securitari e liberticidi, la legge Bossi Fini, varata dal centrodestra nel 2002.

Che il principale interprete delle più sterili visioni punitive in materia di accoglienza e di mobilità umana, la Lega Nord, da due anni sia formalmente all’opposizione non è stato sufficiente affinche i governi (Monti prima e Letta poi) inserissero tra le assolute priorità una riforma profonda della normativa nazionale e un pressing a livello comunitario, per attuare nuove prassi sull’accesso alle frontiere, in modo da porre definitivamente fine alle processioni delle “carrette del mare” che finiscono spesso in tragedia. Eppure non stiamo parlando di numeri vertiginosi: a Lampedusa e dintorni sbarcano ogni anno in trentamila circa, per poi tentare di disperdersi e raggiungere il nord Europa (ma spesso finiscono incarcerati nei Cie, i centri di identificazione ed espulsione, gli eredi bossiani dei Cpt: quando si dice l’accoglienza).

Invece di attuare un nuovo dispositivo che dia dignità all’aspirazione degli essere umani di muoversi nel mondo, si è imboccata la strada della militarizzazione, inducendo i barconi a cercare sempre rotte diverse, più lunghe e pericolose, per sfuggire alle motovedette armate.
La settimana scorsa siamo stati scossi da una tragedia che è provocata indirettamente dal “cattivismo”, non dal “buonismo”,  giusto per usare il linguaggio di chi, all’interno dello stesso Parlamento italiano, non ha saputo tacere nemmeno di fronte alla morte e l’ha utilizzata a bieco scopo propagandistico. Negli anni scorsi si è arrivati addirittura a stipulare accordi con Paesi stranieri, con il risultato di accrescere i pericoli per le persone che tentano di attraversare il Mediterraneo: si stima che nel canale di Sicilia e dintorni negli ultimi vent’anni siano morti annegati 20 mila esseri umani. La tragedia della settimana scorsa ci ha solo ricordato una storia che scorre giorno dopo giorno davanti ai nostri occhi, ma se i naufragi avvengono in alto mare, passano più o meno inosservati.

Anche il pietismo di chi premette sempre una distinzione tra profughi in fuga da zone a rischio e altri semplici migranti appare un atteggiamento che coglie solo una parte della realtà e nega sostanzialmente il diritto alla mobilità economica a chi non viaggia con un passaporto del mondo ricco.  Eppure sappiamo, fra l’altro, che gran parte dei profughi africani, in realtà, cerca asilo nei Paesi confinanti, nella speranza di poter tornare a casa al più presto.

Caliamo un velo pietoso, infine, su chi, dopo aver elaborato o tollerato l’attuale assetto normativo, oggi tenta di scaricare tutte le responsabilità sull’Unione europea (che certamente è corresponsabile, per la sua mancanza di coordinamento, ma non può diventare il capro espiatorio per assolvere un’Italia giustamente sotto accusa).

Dunque, che fare? Nell’immediato si tratta di aprire un corridoio di accesso per i migranti, in modo da sottrarli alle tragedie del mare e alle organizzazioni dei viaggi illegali. Chi sale sui barconi della morte, spesso ha già tentato tutte le vie legali, ha fatto una trafila nei consolati e nelle ambasciate europee trovando solo dinieghi. L’Italia, più che sbraitare sulle colpe degli altri europei, avrebbe dovuto da tempo spendersi a Bruxelles per l’attuazione di dispositivi diplomatici che consentano a queste persone di ottenere visti temporanei con i quali fare un viaggio normale (un aereo costa meno del furto che oggi subiscono dai trafficanti del mare) verso il Vecchio Continente anche per chiedere asilo ma anche per semplici motivi di lavoro soggetti poi a un iter trasparente, non basato su premesse criminalizzanti.

Quindici anni fa suggerivamo che andare a prendere queste persone con nostri traghetti era la soluzione più umana e razionale.

Nel frattempo sono morte in mare diverse migliaia di persone e il “problema” persiste, ma l’Italia è rimasta al punto di prima; anzi, peggio.

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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