Qualche settimana fa ho fatto un’esperienza istruttiva, a tu per tu con alcuni esponenti di spicco della classi dirigenti del mondo agricolo e politico trentino.

All’ordine del giorno dell’incontro c’era la replica a chi critica il modello produttivo plasmato dalle politiche provinciali di questi decenni, a chi ritiene che ci sia un approccio alla terra troppo intensivo e con un utilizzo eccessivo di sostanze chimiche velenose che si disperdono nell’ambiente.

Le critiche sono state respinte al mittente con un coro di unanime sdegno: in Trentino si produce in modo salubre e il sistema dei controlli dà garanzie certe sia sulla salute umana sia sul rispetto della natura.

La vigilanza sugli aspetti epidemiologici spetta all’Azienda provinciale servizi sanitari, che a sua volta rassicura anche presentando l’esito di uno studio effettuato in valle di Non dal quale non emerge nessun motivo di allarme.

Eppure fuori dalle istituzioni non tutti sono così tranquilli; anzi, molti cittadini un po’ si preoccupano, svolgono accertamenti scientifici, prendono nota di eventuali fenomeni degni di approfondimento (come la presenza di residui di pesticidi nel territorio o nelle persone) e seguono con attenzione la tematica del rapporto con la terra.

Dunque, se possiamo dirci tutti rasserenati dal quadro clinico fotografato da autorità competenti e imprese del settore, vien fatto di chiedersi se in ogni caso per il “verde Trentino” della farfalla non sia il caso di cominciare a voltare pagina, a indirizzare il futuro della sua agricoltura, forte dell’autonomia speciale, verso le coltivazioni biologiche, la diversificazione dei prodotti, il recupero delle varietà tradizionali ormai largamente dimenticate: anche questa è biodiversità.

In quell’incontro ho girato la domanda ai presenti e devo confessare che ho ricevuto risposte deludenti: il biologico non scaldava i loro cuori e si andava da risposte minimaliste sulla scarsa redditività di questo modello agricolo fino a veri e propri esercizi di furore ideologico contro chi sceglie di coltivare abbandonando il “più sicuro e meno pericoloso” paradigma chimico.

Ho concluso che è davvero improbabile un dialogo fra i due mondi dell’agricoltura intensiva e di quella biologica o biodinamica (quest’ultima definita con ghigno dai miei interlocutori “una religione”).

Però, mi è venuta in mente Vandana Shiva, quando confuta alcune visioni consolidate nel mainstream agroindustriale.

zenone sovilla

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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