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Zenone Sovilla

È quasi paradossale che ci sia voluto un evento straordinario – il raduno delle Harley Davidson in val di Fassa, ovviamente intitolato “Dolomiti Run” – per sollevare una questione di enorme rilevanza quale la massiccia presenza delle motociclette sulle strade in quota delle Dolomiti.

All’idea che nel prossimo week-end un migliaio di motociclisti organizzati invada i passi qualcuno ha reagito con una serie di osservazioni critiche condivisibili, a cominciare da Michil Costa, albergatore gardenese e figura nota anche per l’impegno sulle tematiche ladine, turistiche e ambientali. Una sobria lezione di buon senso è venuta anche dall’assessore altoatesino all’Ambiente, Michl Laimer, che con l’occasione ha rilanciato il progetto di chiudere al traffico i passi dolomitici, perlomeno in determinate fasce orarie.

Entrambe le voci che si sono alzate dal vicino Sudtirolo hanno espresso contrarietà alla rumorosa manifestazione fassana e si sono richiamate alla necessità che il turismo sulle montagne monumento dell’umanità sia sempre più orientato verso criteri di sostenibilità.

Spiace osservare che, al contrario, dal versante trentino abbracciando con esplicita convinzione la filosofia del turismo di massa (vedi l’intervista sull’Adige del 23 agosto ad Andrea Weiss, direttore dell’Apt della val di Fassa) si difendano iniziative più consone a una prateria disabitata del Texas che a un microcosmo delicato come le Dolomiti. Salvo naturalmente spendere qualche parola avveniristica – dal sapore più che altro di circostanza – sul turismo e la mobilità sostenibili come questioni che riguardano solo la politica, le sue decisioni e i suoi investimenti alle calende greche.

Nel frattempo, i soggetti in prima fila nel turismo che fanno? Contribuiscono remando contro? Mah…

Intanto, fra un raduno e l’altro, il degrado della mobilità sulle Dolomiti prosegue e, se del caso, peggiora, mentre sul fronte dei correttivi siamo più o meno alle boutades da bar sport.

Il tutto in una delle vallate alpine che più sta subendo la pressione turistica in termini quantitativi.

È vero, come osserva Luigi Casanova di Mountain Wilderness, che appare difficile, allo stato attuale, limitare in qualche modo il transito delle moto sulle Dolomiti finché non si interviene anche sulle automobili.

Tuttavia, è altrettanto evidente che l’impatto delle motociclette è decisamente più pesante, sia in termini di inquinamento acustico sia di rischio di incidenti.

A chi si ostina a difendere questo modello di turismo aggressivo, vien fatto di chiedere se sia mai salito a godersi l’atmosfera in cima ai principali passi dolomitici, da giugno a settembre, trasformati in un mare di lamiere che rompono senza pausa il silenzio del “patrimonio dell’umanità”, con ricorrenti sussulti dovuti a questo o quel pilota che si cimenta sui tornanti con il suo bolide rombante quasi fosse in pista.

La questione che ragionevolmente chi vive questi territori dovrebbe porsi in modo stringente è: come portare in quota – ai passi o altrove – lo stesso numero di persone, anzi, di più, limitandone al massimo l’impatto ambientale (abbattendo per quanto possibile inquinamento acustico e atmosferico)?

La risposta risiede nell’organizzazione di efficienti servizi di trasporto in quota, sui passi e non solo, dal fondovalle, creando un sistema di navette (dove possibile elettriche) connesso con gli impianti di risalita esistenti. Certo, non un processo semplice; ma nemmeno impossibile.

Una piccola rivoluzione che, una volta assestatasi, probabilmente porterebbe in quota molti più turisti/clienti intenzionati a vivere per un po’ i luoghi e non solo a transitarvi più o meno di corsa (e forse anche a spenderci più soldi di chi infila un tornate dopo l’altro col ginocchio a terra).

Le zone più spettacolari guadagnerebbero una nuova dimensione di vivibilità rispondendo a una crescente richiesta di relax che proviene dalla vasta fetta di turisti che rifiuta il “mordi e fuggi”, specie nel tempio rappresentato dalle geometrie naturali delle Alpi.

Le Dolomiti si collocherebbero fra le avanguardie internazionali del turismo sostenibile, centrando presumibilmente due obiettivi con un’unica mossa: rispettare di più l’ambiente naturale (e chi ci vive) e accrescere il proprio peso specifico nel mercato.

Purtroppo questa prospettiva, che parrebbe la più ragionevole per un ecosistema alpino unico e fragile, oggi resta fantapolitica, a causa dell’arretratezza di larga parte delle classi dirigenti che tendono ad assecondare i peggiori istinti della “massa” turistica, se serve per l’abbuffata, anche scimmiottando a duemila metri sul livello del mare caroselli rumorosi da riviera adriatica.

Come se fosse la stessa cosa.

D’altra parte, qualcosa di strano c’è, se mentre il traffico invade le vallate, la Provincia autonoma di Trento decide di spendere nove milioni di euro per tre minibus a idrogeno da sparare in mondovisione per la passerella dei Mondiali di fondo in val di Fiemme (con gli stessi soldi si compra una cinquantina di autobus euro 5 o euro 6, come spiega l’Adige del 23 agosto).

Tant’è, che sorge una domanda: ma i montanari, i depositari delle tanto declamate (e strumentalizzate a fini turistici…) tradizioni alpine, che cosa vedono di compatibile con la loro condizione antropologica nel corteggiare eserciti di persone che trovano simpatico espandere l’eco del rombo dei loro motori da una parete all’altra dei Monti Pallidi?

Dobbiamo ritenere che sia questa la celebratissima “filosofia montanara”?

O sarà forse il caso di ragionare sui limiti di alcune attività?

Di chiedersi se non si sia perso il senso della moderazione e che forse si possa ripartire da un suo recupero, certo, ragionato, condiviso, progressivo, illuminato, vantaggioso?

In proposito, sia Michil Costasia l’assessore Michl Laimer si sono richiamati anche alla fondazione Dolomiti Unesco.

In effetti, spesso verrebbe da dire, se ci sei batti un colpo.

Certo, fin qui c’è ben poco di che entusiasmarsi e non so quante aspettative sia ragionevole riporre su questo fronte.

Per quanto mi riguarda, sto aspettando dal 29 giugno scorso una risposta dalla Commissione nazionale italiana dell’Unesco a un email in cui chiedevo un commento alle dichiarazioni rilasciate ai mass media dal segretario generale della fondazione Dolomiti Unesco, Giovanni Campeol, nel’ambito del dibattito sulla limitazione del traffico a motore sui passi dolomitici nel periodo estivo.
Fra le dichiarazioni, facilmente reperibili online, rilasciate nella seconda metà di giugno, si legge: «Se vuole chiudere i passi Reinhold Messner lo faccia a casa sua» (il Gazzettino, 6 giugno 2011) oppure: «Ci risulta che l’aria nei luoghi Unesco sia pulita».

Apparentemente non proprio uno spot per il turismo sostenibile.

 

In tanto grigiore, non mancano, per fortuna, segnali in controtendenza.

Uno di questi l’ho notato l’altro giorno, in una delle mie consuete escursioni al passo Giau, uno dei molti gioielli delle nostre Dolomiti: il Comune ladino bellunese di Colle Santa Lucia ha installato sul suo versante del valico dolomitico due autovelox che, secondo quanto riportato dalla stampa locale, hanno principalmente proprio l’obiettivo di scoraggiare i centauri troppo pesanti sull’acceleratore.

Autovelox al passo giau, Belluno

Uno dei due autovelox al passo Giau, versante agordino, a pochi tornanti dal valico.

Per curiosità ho cercato qualche racconto o reazione nei forum motociclistici online e vi ho trovato sostanzialmente commenti sarcastici o ironici, insieme ad avvisi rivolti ai colleghi per non cadere nella trappola.

Non so quanto il mio campione sia rappresentativo e mi auguro che la realtà mi smentisca; tuttavia l’impressione che ho avuto non era propriamente di soggetti preoccupati dei rischi dello sfrecciare nei tornanti ma del rischio di finire immortalati dalla polizia.

Comunque sia, gli autovelox sono là e fanno il loro mestiere: direttamente, dissuadendo che infrange il limite dei cinquanta orari; indirettamente, dimostrando a noi tutti che intervenire per difendere le Dolomiti si può in molti modi. Basta essere convinti che i correttivi vanno introdotti presto. Possibilmente prima dell’avvento (molto presunto) dell’idrogeno.

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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