di Lorenzo Guadagnucci

Il dottor Michelangelo Fournier, per definire quel che vide dentro la scuola Diaz, ha usato l’espressione “macelleria messicana”. L’attuale ministro degli Esteri, sei anni fa alla Camera, parlò di “notte cilena”. Si ricorreva e si ricorre ancora agli esotismi sudamericani, ma la realtà purtroppo è un altra: alla Diaz fu una “mattanza italiana”, come è ben noto in tutta Europa. Fu una “mattanza italiana” perché in questi sei anni è stata coperta, avallata, in certi momenti e da certi personaggi anche rivendicata. Fournier ha detto in tribunale di avere taciuto finora su quanto aveva visto per “spirito di appartenenza”, ed è proprio questo il punto. Quella notte alla Diaz, e più in generale nei giorni di Genova, lo stato di diritto fu accontanto, la Costituzione fu platealmente calpestata. Uno “spirito di appartenenza” correttamente inteso, avrebbe dovuto spingere non solo Fournier a parlare subito, ma il capo della polizia a chiamare a rapporto i responsabili del blitz, il ministro degli Interni a chiederne la sospensione dei dirigenti coinvolti nell’operazione, il capo del governo a domandare scusa ai 93 pestati ed arrestati ingiustamente, il parlamento ad avviare una commissione d’inchiesta.

Ci ritroviamo invece, a sei anni di distanza, col capo della polizia ancora al suo posto, coi funzionari imputati che sono stati nel frattempo promossi, col parlamento che tiene in un cassetto il progetto di commissione d’inchiesta e con la classe politica che fa finta di niente. Possibile che il ministro degli Interni non abbia niente da dire? Possibile che nessuno si senta in dovere di dare spiegazioni, di chiedere scusa? Alla scuola Diaz, il 21 luglio di sei anni fa, la polizia di stato ha perso la faccia, in tribunale sta perdendo anche l’onore. In questi mesi hanno sfilato in aula decine di vittime-testimoni che hanno tutti descritto la stessa cosa: un pestaggio violento e ingiustificato, una spedizione punitiva indegna di un paese civile. E’ tutto passato sotto silenzio e nessuno dei dirigenti di polizia imputati si è sentito finora in dovere di presenziare alle udienze, come se un processo così grave e delicato non meritasse la loro attenzione.

Ora sembra che gli altissimi dirigenti imputati non intendano seguire l’esempio di Vincenzo Canterini e Michelangelo Fournier, che almeno hanno accettato di rispondere alle domande di giudici e parti civili. Pare che si avvarranno della facoltà di non rispondere. Se così fosse, sarebbe un fatto gravissimo, da denunciare con forza. I dirigenti di polizia sotto processo sanno o non sanno di essere alti funzionari dello stato e non imputati qualsiasi? Tacere, nel loro caso, vuol dire rifiutare di collaborare alla ricerca della giustizia, vuol dire evitare di assumersi responsabilità. E’ forse questo che intendono per “spirito di appartenenza” e “senso dello stato”? Eppure avremmo diritto, come cittadini, ad avere una polizia credibile sotto il profilo etico e democratico, e guidata da dirigenti al di sopra di ogni sospetto. O no?

[ tratto da www.aprileonline.info ]

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da www.carta.org

Non c’era bisogno del ripensamento di Michelangelo Fournier per sapere, anche sul piano processuale, quel che accadde alla scuola Diaz il 21 luglio 2001. Decine di testimonianze convergenti hanno già chiarito la dinamica dei fatti. L’outing del vice questore, all’epoca vice di Vincenzo Canterini alla guida del reparto mobile che fece irruzione nella scuola, ha messo però a nudo almeno due cose: l’ipocrisia della polizia di stato e il malinteso “spirito di appartenenza” – come Fournier l’ha definitio – che la caratterizza.

Non c’è nessuno, all’interno della polizia di stato, dall’ultimo dei piantoni al capo Gianni De Gennaro, che ignori quel che successe dentro la scuola genovese: una spedizione punitiva decisa per ragioni politiche e d’immagine (colpire il Genoa social forum, riscattare con un po’ di arresti una gestione disastrosa dell’ordine pubblico), un pestaggio sistematico e selvaggio, 93 arresti arbitrari sulla base di prove costruite ad arte, una falsificazione totale nella ricostruzione offerta all’opinione pubblica. In tribunale i poliziotti imputati stanno offrendo uno spettacolo inquietante: ognuno cerca di tutelare se stesso, con tanti saluti al senso dello stato, alla responsabilità istituzionale, alla deontologia professionale, tutte cose considerate – evidentemente – irrilevanti. Vincenzo Canterini, la settimana scorsa, si è esibito in una deposizione quasi irreale, tanta era la leggerezza del suo tono (“La ragazza che pareva morta in una pozza di sangue? L’ho vista, ma non ne ho scritto nella relazione, perché non toccava a me occuparmene”: è solo una perla di una deposizione che meriterebbe d’essere ascoltata per intero, giusto per farsi un’idea di come un polizioto col rango di questore interpreta il suo ruolo). Michelangelo Fournier, per lo meno, ha trovato la forza – a sei anni di distanza! – di dire la verità: cioè che ha assistito personalmente a pestaggi e violenze. Alcuni capisquadra, nelle loro relazioni di servizio, avevano già scritto altrettanto, quindi Fournier non è un eroe, ma un funzionario cui è mancata la capacità di fare il suo dovere al momento debito (cioè subito) e che dà un’accezione assolutamente errata e fuorviante dello “spirito di appartenenza”.

Chi ha davvero a cuore l’istituzione per la quale lavora, tiene prima di tutto alla sua onorabilità, a maggior ragione quando si parla di forze dell’ordine, le quali hanno il monopolio legale dell’uso della forza e sono quindi tenute a farne un uso correttissimo e scrupoloso, nel rispetto pieno delle regole e dei diritti di cittadinanza. Lo “spirito di appartenenza” dovrebbe quindi indurre a non nascondere errori e malefatte, che potrebbero nuocere al prestigio dell’istituzione. In questi anni abbiamo invece assistito alla demolizione sistematica della credibilità della polizia da parte dei suoi stessi funzionari e dirigenti. Nessuno ha mai rinnegato la sciagurata operazione alla Diaz. Il capo della polizia, con il silenzio e qualche volta con l’azione, ha avallato di fatto quell’operazione. Sono state ostacolate le indagini, i dirigenti imputati hanno ottenuto inopinate promozioni e hanno avuto anche l’arroganza, in mesi e mesi di udienze, di non presentarsi mai in tribunale.

Canterini e Fournier, per lo meno, hanno avuto la dignità di rispondere alle domande dei pm e degli avvocati, sembra invece che gli altri dirigenti imputati (da Gratteri a Luperi, da Mortola a Caldarozzi) intendano avvalersi della facoltà di non rispondere. E’ una scelta legittima sotto il profilo processuale, visto che la procedura lo consente, ma devastante sotto quello etico-politico.

Questi dirigenti non sono imputati qualunque, ma alti rappresentanti di un corpo dello stato che ha gravemente compromesso, nel luglio 2001, la sua credibilità e quindi il rapporto il rapporto di fiducia con la cittadinanza. Dovrebbero collaborare con la giustizia e condivedere almeno la responsbilità morale dell’accaduto. Si limitano invece a cercare la salvezza individuale. Ma se anche tutti venissero assolti – Canterini e Fournier come Gratteri e gli altri – che cosa cambierebbe? I fatti restano e la macchia che deturpa il volto della polizia e quindi dello stato non sarebbe certo cancellata. Il rapporto di fiducia fra cittadini e forze dell’ordine sarebbe irrimediabilmente compromesso. E’ forse questo che si cerca?

Lorenzo Guadagnucci

[ www.carta.org ]

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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