[Tratto dal quotidiano l’Adige di Trento del 3 maggio 2007 – www.ladige.it – che pubblica un brano del nuovo libro «La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili»]

di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo

I soldi gettati a pioggia sulla montagna e le città e le contrade sono tanti da strappare una vecchia battuta in tedesco maccheronico: quella della «Kassen von Mezzogiornen». L’accorta e capillare distribuzione di denari pubblici ai cittadini (è stata incentivata con moneta sonante perfino la scelta di colori adatti all’ambiente dei teloni che coprono i covoni di fieno!) equivale anche qui alla coltivazione del bacino elettorale.
Il quale ha sempre ricambiato dando soddisfazioni alla Svp e ai suoi alleati.
È o non è anche questo un costo della politica?
Stipendi altissimi, assistenti personali, un mucchio di benefit, autoblu a volontà e magari con la targa della Protezione civile come quella dei due presidenti provinciali che possono così evitare di rispettare il codice stradale come i comuni mortali.
Il presidente della Provincia altoatesina prende ogni mese 23.685 euro, il suo vice 22.439, un assessore 21.192, il presidente dell’assemblea consiliare 18.699, il suo vice 15.582. E giù giù, a cascata, sono tutti contenti: un capo dipartimento trova in busta paga 111.701 euro l’anno, un capo ripartizione 80.944, un direttore di scuola professionale 69.114, il direttore sanitario della Asl di Bolzano 228.255, il direttore generale 180.288, un primario di media anzianità 189.908.
Perfino i finanziamenti ai partiti, nel vicino Trentino da anni governato dall’inventore della Margherita Lorenzo Dellai, sono esenti da controlli.
Lo denunciò il segretario diessino Mauro Bondi: «Non c’è obbligo di rendiconto e si possono spendere come si vuole i soldi che riceviamo come finanziamento al gruppo politico. Il mio, quello dei Democratici di sinistra, ha circa 150.000 euro all’anno come dotazione finanziaria per le spese. Posso essere onesto o disonesto. A mia scelta». La prova? Il consigliere della Quercia portò Antonello Caporale, della «Repubblica», a fare shopping, partendo da una gioielleria: «Quello Zenith Open Chrono nero, lo vede lì? Costa 7500 euro ma è bellissimo. Dico che è un regalo, un presente da portare in Germania ai nostri amici dell’Spd. Chi controlla? E chi me lo vieta?». Nessuno.
Tanto è vero che Franco Tretter, l’ex presidente regionale già arrestato in flagranza di reato perché aveva fregato proprio degli orologi in un negozio, se l’è cavata senza danni anche da un processo in cui era accusato di avere comprato in una boutique quattro vestiti, quattro camicie e tre cravatte pagandole con un assegno del gruppo consiliare del Patt, il Partito autonomista trentino tirolese, di cui era uno dei leader. Secondo i difensori i compiti del gruppo non sono definiti dalla legge e quindi il giudice non poteva sindacare le singole scelte. Nemmeno sui colori delle camicie e i disegni delle cravatte.

Quanto ai vitalizi, nel 2006 a Bolzano si sono dati una regolata. Decidendo, per la prima volta nei palazzi della politica italiana, di passare dal sistema retributivo al sistema contributivo. Per capirci: i nuovi eletti (per i vecchi, regole vecchie) avranno la pensione solo a 65 anni e sulla base di quanto hanno versato. Meglio tardi che mai. Era uno scandalo che doveva finire: 2196 euro netti per una legislatura, 3690 netti per due, 5168 netti per tre, 6637 netti per quattro… Ancora più stupefacente però, agli storici del futuro, appariranno le reazioni sull’«Adige» della casta dei privilegiati trentini davanti alle polemiche sui vitalizi. Come Paolo Tonelli, per tre lustri consigliere di Democrazia proletaria e benedetto da una pensione deluxe quando aveva solo 50 anni: «Queste erano le regole che mi sono trovato quando è stato il mio turno». Il democristiano Giorgio Grigolli: «Cosa devo fare? Andare in piazza con i cartelli a protestare?». Il leghista Erminio «Obelix» Boso, che dopo aver barrito per anni contro i politici di «Roma ladrona» avrà la vecchiaia addolcita sia dalla pensione di senatore sia da quella di consigliere provinciale, trova queste domande proprio insopportabili: «Non sono questi i problemi! Prendetevela con i burocrati…».

A farla corta, tra le Province sorelle è in corso da anni una gara (solo recentemente rallentata) ad autoconcedersi il più possibile. Una volta vince una, una volta l’altra. Il presidente del Consiglio provinciale altoatesino Riccardo Dello Sbarba, per esempio, alla voce «spese discrezionali» aveva nel 2006 a disposizione 22.810 euro e il suo collega trentino Dario Pallaoro 355.000. Meglio: avrebbe avuto. Prima di cedergli la poltrona per andare a Roma a fare il deputato, il suo predecessore Giacomo Bezzi aveva infatti svuotato la cassa. Per fare cosa, di tutti quei soldi? «Ah, non lo so…» risponde Pallaoro. Non trova assurdo avere quindici volte più del collega di Bolzano? «Ah, non lo so… Si vede che lì hanno deciso così.» Non trova folle avere, come Totò Cuffaro in Sicilia, il quadruplo del presidente Napolitano? «Ah, non lo so…» Fatto sta che i soldi sono così abbondanti che l’agenzia di rating internazionale Fitch, bestia nera dell’Italia, ha concesso nel 2007 alle due Province sorelle il punteggio massimo. La tripla A: affidabilità totale. Va da sé che, se potessero, si trasferirebbero lì decine di comuni.

La slavina originata dal ruzzolare del fagiolo di Lamon, un paese che fino al referendum per passare dal Bellunese al Trentino era noto solo a chi ama la «pasta e fasoi», rischia di travolgere tutto e tutti. Certo, il virus della «traslochite» non ha infettato solo il Nord. Né i soli confinanti delle aree autonome. Ma è a ridosso di Trento e Bolzano che il fenomeno nei primi anni del secolo si è fatto vistoso: perché restare nel Veneto se nel giardino di là l’erba, concimata coi fertilizzanti dell’autonomia speciale, è più verde? Il virus, con relativi referendum, s’è diffuso come un’epidemia. A sentire i promotori, per ragioni nobilissime e struggenti: le tradizioni culturali! Il retaggio dei nostri avi! I valori morali!
Poi leggi le tabelle distribuite a suo tempo a Lamon e capisci. Libri scolastici: gratuiti fino alla 5a elementare in Veneto, fino alla 3a media in Trentino. Libri presenti nelle biblioteche comunali: 2 per abitante a Lamon, 10 nella vicina Canal San Bovo. Lista d’attesa per una mammografia: 5 mesi in Veneto, 50 giorni in Trentino. Spesa annua dei Comuni per abitante: 587 in Veneto, 1175 in Trentino. Entrate tributarie comunali per abitante: 258 euro in Trentino, 426 nel resto d’Italia. Se Trento e Bolzano grondano di competenze e comprano libri e gestiscono la sanità e amministrano il sistema scolastico, è perché la Regione non c’è più. È solo una scatola che il Grande Padre dei sudtirolesi Silvius Magnago ha svuotato completamente…

Sul versante orientale delle Alpi le poltrone non sono meno dorate. Il sindaco di Trento (110.000 abitanti) prende ogni mese 8810 euro, quello di Rovereto (35.000) 7890, quello di Arco (15.000) 6969, quello di Ala (8000) 3287. Stipendi da leccarsi le dita. Ma mai quanto quelli dei colleghi altoatesini: il borgomastro di Badia (3000 anime) guadagna 4745 euro, quello di Bressanone (19.000) 9371, quello di Merano (35.000) 9943, pari al triplo del sindaco di Gubbio che è grande uguale. Per non dire di Bolzano che per grandezza è solo quarantaquattresima tra le città italiane ma paga il primo cittadino 12.434 euro, il suo vice 9322 e ogni assessore 6217. Cioè mezzo migliaio di euro più del sindaco di Firenze Leonardo Domenici, presidente dell’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani.
Che per gestire una città con 370.000 abitanti, un patrimonio artistico straordinario, 10 milioni di turisti l’anno, prende non solo molto meno della metà del collega bolzanino, ma addirittura meno di Christoph Gufler, sindaco di Lana, un paese vicino a Merano che ha qualche notorietà solo per la chiesetta di Santa Margherita con tre absidi in stile romanico e Armin Zöggeler, campione olimpico di slittino. Cosa c’entra, tutto questo, con l’autonomia?

GIANANTONIO STELLA e SERGIO RIZZO sono gli autori del libro «La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili», edito da Rizzoli, da cui è tratto questo brano e da oggi disponibile nelle librerie

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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