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di Andrea Licata

Chiediamoci quali possibilità concrete, a livello teorico e pratico, vengano offerte dalle università italiane nell’attuale contesto democratico di approfondire seriamente le grandi questioni dell’ecologia, denunciare pubblicamente problemi sociali come la povertà estrema, discutere in maniera laica della necessità di progetti di disarmo o sperimentare forme solidali di economia… o anche solo di studiare il capitalismo in maniera indipendente e non ideologica. E diciamolo subito: non ci si può fare troppe illusioni sull’andamento della situazione universitaria italiana e sulla volontà politica dei suoi dirigenti di ragionare su cambiamenti utili e lungimiranti, vista la scarsità di progetti su questi temi (a parte rare eccezioni ed iniziative sporadiche, che tuttavia meriterebbero un’adeguata critica in grado di valutarne caratteristiche e risultati).

Bisogna analizzare con onestà intellettuale i ristretti spazi di libertà concessi dall’attuale organizzazione degli studi. Il sistema universitario italiano è fatto di “filtri” preventivi (commissioni per la valutazione e l’ammissione di studenti e ricercatori, numeri chiusi o programmati, test d’ingresso, concorsi solo formalmente aperti per l’assegnazione di borse di studio), condizionamenti nascosti in aggiunta alle direttive ministeriali (comprendono i legami politici ed economici dell’università con le altre istituzioni, i vari rapporti di forza esterni ed interni ed un luogo che si caratterizza anche per privilegi, quote, concorsi dai risultati già stabiliti e raccomandazioni molto diffuse), gerarchie consolidate dai toni medievali ed una rigida divisione del potere (a capo di un ateneo c’è un Rettore, detto Magnifico, che non è eletto dagli studenti, i quali però pagano le tasse, ma ha molto potere nelle scelte che li riguardano), controlli più o meno espliciti (esami, pressioni, colloqui, richiami, il sospetto per chi esprime idee o ha posizioni di dissenso), punizioni (rischio di esclusioni, giudizi negativi e bocciature, ricatti occupazionali o relativi alla carriera, perdita di lavori, mancato rinnovo di finanziamenti per ricercatori e docenti), una situazione di competizione frenetica, obblighi per tutti di “produrre” e l’invito a partecipare alla messa cantata del capitalismo… e un conseguente sfinimento collettivo.

Il linguaggio degli atenei italiani è oggi spudoratamente commerciale e poco comprensibile a chi ama ragionare (crediti e debiti come in una banca, risorse umane, capitale culturale (?), studenti definiti nei Consigli di Amministrazione come materie prime, pubblicità dei corsi in televisione, rincorsa delle mode, materie che si moltiplicano assumendo nomi difficili da decifrare). Prevale l’impostazione cattedratica tradizionalista e potenzialmente autoritaria dell’insegnamento, sempre la stessa da decenni, e il poco tempo concesso agli studenti per la ricerca libera, le domande (spesso relegate all’ultimo minuto), l’esercizio della scrittura e la frequentazione delle biblioteche: l’insieme fa impressione.

Le amministrazioni delle università di Stato tollerano alcune iniziative marginali non completamente allineate alle esigenze del capitalismo privato, ma senza appoggiarne il rafforzamento; esse appaiono molto distanti dalle esigenze/emergenze reali, come l’analisi delle cause delle guerre e della rapida distruzione ambiente, oggi globali e preoccupanti. I dirigenti degli atenei italiani si sono arroccati assumendo una posizione rischiosa e vivono un certo isolamento rispetto all’esterno. Bisogna moderare i toni se si vuole essere ammessi a lavorare negli atenei, che sembrano aver scelto ancora la via più semplice, quella del basso profilo: non c’è tempo per riflessioni che vadano alla radice nelle facoltà di economia o scienze politiche, troppo compromesse con il potere. Bisogna giustificare, andare avanti, correre e produrre (anche in tempo di guerra o di possibile catastrofe ecologica). A storia, filosofia o lettere, considerate meno strategiche e redditizie, facciano eventualmente come gli pare: si tratta di descrizioni e visioni lontane dal qui e ora, ma non s’illudano di essere valorizzate o di guadagnarci se non sapranno adattarsi o se aumenteranno le voci fuori dal coro.

Non è curioso che siano così rare le critiche degli esperti ad un sistema economico evidentemente aggressivo? L’impoverimento culturale è notevole: qui si insegna e pratica la cantilena del capitalismo e la difesa fino alla morte della proprietà privata, chi resta indietro è perduto. Siamo di fronte a studiosi laici o ai nuovi adulatori dello status quo?

Il dibattito negli atenei è ridotto al minimo indispensabile a salvare la parvenza democratica, anche a causa (ed attraverso) dei ritmi elevati imposti, degli obblighi a cui gli studenti e i docenti sono sottoposti e della progressiva piega aziendale degli atenei, che sono alla costante ricerca di fondi.

L’idea degli industriali e proprietari di imprese organizzati, semplice ed efficace, è di utilizzare a fini privati un’istituzione che si finanzia con soldi pubblici, scegliendo i prodotti come al supermercato.

Le aziende spiegano al Rettore e agli Organi centrali come uno studente deve essere “formato”, ma sono pronte a farsi avanti e a elargire finanziamenti se gli serve, valutati i programmi, i docenti e le ricerche. Anche i militari sono sempre più interessati alla “formazione” ed avanzano pretese. E l’incompatibilità fra cultura libera e militarismo? E la libertà della ricerca? Intanto, anche in Italia, cresce la presenza di iniziative “della Difesa”. Alcuni docenti, una minoranza, sono impegnati nel “sociale”, ma perlopiù a titolo personale e come attività del tempo libero e del volontariato, ossia in aggiunta agli impegni accademici per i quali sono retribuiti: svolgono queste attività extra in maniera spesso trafelata e poco efficace, talvolta slegata al proprio insegnamento. L’università, non a caso, non è al centro delle riflessioni dei movimenti per la pace ed il progresso sociale.(1)

Il fenomeno può essere spiegato storicamente: se un considerevole numero di docenti di Sinistra ha fatto ingresso negli atenei dopo le proteste degli anni Sessanta, questi stessi, avendo accettato l’organizzazione gerarchica subiscono ora la restaurazione conservatrice e la riduzione della loro presenza da parte del sistema che hanno a suo tempo accettato. L’università si propone come luogo affidabile di formazione ed appoggio della classe dirigente per le imprese private e le istituzioni, non come luogo aperto di discussione. Possibilmente niente riflessioni eccessive sulla pace o altre idee strane, sembra essere il messaggio. Eventualmente se ne può parlare, ma in termini molto concreti e possibilmente in collaborazione con i militari. Per il resto, avanti tutta. “Comunque vada sarà un successo”: una posizione pericolosa, quasi religiosa, di delega ed appoggio nei confronti della classe dirigente.

Per un universitario di area pacifista è divenuto difficile trovare appoggi negli atenei italiani in termini di riconoscimenti, mezzi e docenti di riferimento. Non mancano invece gli stimoli all’esterno, segnale di possibili importanti cambiamenti: basti pensare all’enorme diffusione mondiale d’autori vicini ai movimenti di base, come gli intellettuali americani contro la guerra Howard Zinn e Noam Chomsky.

In assenza di movimenti universitari significativi, il panorama è quello di un progressivo appiattimento ed adattamento al progetto neoliberista, il fiato sul collo delle imprese e la paura di perdere i finanziamenti in un futuro prossimo di privatizzazione totale, dall’acqua … all’informazione.(2)

Con tutti questi progetti ambiziosi l’ultima cosa di cui il capitalismo ha bisogno è la libera elaborazione di analisi critiche ben argomentate.

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(1) L’attività degli atenei si concentra sulla ricerca cosiddetta scientifica, che però, spesso e volentieri, non è neutrale o indipendente, in quanto subisce i ricatti del potere politico-militare ed economico attuale evitando i temi scomodi, compresa, appunto, la questione del militarismo, il rapporto fra capitalismo e guerre, la voracità del sistema economico dominante, il divario fra nord e sud, la distruzione ambientale ad alta velocità, la privatizzazione della natura. (…)

(2) Cfr. Jean Ziegler, La privatizzazione del mondo, 2003, Marco Tropea Editore, Milano.

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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