[ Tratto dal sito Web del gruppo Krisis – www.krisis.org ]

di Massimo Maggini


“…Il tramonto si compie insieme mediante il crollo del mondo improntato dalla metafisica e attraverso la devastazione della terra a cui la metafisica ha dato origine. Crollo e devastazione trovano il loro coronamento adeguato nel fatto che l’uomo della metafisica, l’animal rationale, è posto e fissato come l’animale che lavora (sott.mia) … All’umanità della metafisica, l’ancora nascosta verità dell’essere è negata. L’animale da lavoro è abbandonato alla vertigine delle sue produzioni, affinché da se stesso si distrugga e si annienti nella nullità del niente”.

(M.Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1976, pp.46-47).

Il passo di Heidegger citato,
al di là dei toni “apocalittici”, aiuta ad entrare subito nel cuore del problema.
Ciò che la tradizione filosofica, in particolar modo quella illuministica
ed empiristica, definisce “animal rationale” [1] – ovvero l’essere umano – diviene come esito finale di
questo percorso animal laborans, colui la cui essenza si risolve nel
lavoro. Non è questo il luogo per ripercorrere la strada che porta a questa
tragica conclusione, tantomeno è possibile capire qui ed ora perché “l’animale
razionale” possa e debba divenire “l’animale che lavora”. Basti per adesso
considerare questa indubbia verità: che da qualche tempo a questa parte l’essere
umano “vale”, cioè “è”, solo se lavora o comunque ha a che fare, in qualche
modo, con il lavoro.

Il lavoro è diventato, oramai
da lungo tempo, il metro attraverso cui misurare ogni cosa. Non è certo un
caso che questo assioma inizi a valere a partire dalla cosiddetta rivoluzione
industriale. Il circolo poco virtuoso che racchiude lavoro e capitale è ben
noto. Meno noti sono invece alcuni sviluppi di teorie sul non-lavoro, o meglio
contro il lavoro, che sono fiorite negli ultimi anni soprattutto in
Germania, e che cominciano solo ora a farsi sentire anche nel resto d’Europa.
È il caso del gruppo “Krisis”.

Questo gruppo, il cui più noto
autore è Robert Kurz – i cui libri riscontrano un certo successo in Germania
ma non solo – lavora da alcuni anni sulla tematica della crisi del capitalismo
e della fine del lavoro. [2] Prima di inoltrarmi nell’analisi, voglio però premettere
che non sono un apologeta né un lettore acritico di tutto ciò che proviene
da questo gruppo. Trovo tuttavia che le loro teorie abbiano diritto di cittadinanza
nel panorama intellettuale italiano almeno quanto quelle di un Gorz, di un
Aznar, del Reddito di Cittadinanza, del “lavorare meno lavorare tutti” o del
rifiuto del lavoro di operistica memoria, per non parlare dell’interessantissima
“etica hacker” alla finlandese. [3] Credo anzi che proprio dal colloquio tra queste dimensioni
teoriche possa nascere un pensiero all’altezza dei tempi. Per questo ritengo
utile e importante far circolare le teorie del gruppo Krisis, e comprendo
poco una certa ostilità di principio ad esse riservata, soprattutto in Italia.

Il manifesto contro il lavoro

Ma che cosa teorizza questo gruppo?

Per entrare nel merito della cosa,
niente di meglio che farci una passeggiata all’interno del loro testo più
divulgativo, il Manifest gegen die Arbeit (Manifesto contro il lavoro),
finalmente apparso anche in Italiano per i tipi di Derive/Approdi. [4]

Questo testo riassume, talvolta
inevitabilmente semplificando, i nodi cruciali del discorso di Krisis – discorso
che comunque si estende e dettaglia in una enorme mole di altre opere, la
maggior parte delle quali disponibili sul loro sito www.krisis.org
anche se, purtroppo, per lo più solo in tedesco.

La tesi da cui parte il Manifest
– che è poi quella più propria del gruppo stesso – è che oggi, dopo quella
che loro chiamano la “rivoluzione microelettronica”, è possibile affermare
che “il lavoro è morto”.

Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro. Tutte
le potenze del pianeta si sono alleate per difendere questo dominio: il Papa
e la Banca mondiale, Tony Blair e Joerg Haider, D’Alema e Berlusconi, sindacati
e imprenditori, ecologisti tedeschi e socialisti francesi. Tutti costoro conoscono
soltanto una parola d’ordine: lavoro, lavoro, lavoro!

Chi non ha ancora del tutto disimparato a pensare, si rende facilmente conto
che questa posizione è del tutto infondata. Infatti la società dominata dal
lavoro non sta vivendo una crisi passeggera, ma si scontra con i suoi limiti
assoluti. In seguito alla rivoluzione microelettronica, la produzione di ricchezza
si è sempre più separata dall’utilizzo di forza-lavoro umana, e in una misura
tale che fino a pochi decenni fa era immaginabile soltanto nei romanzi di
fantascienza. Nessuno può seriamente affermare che questo processo possa fermarsi
o addirittura essere invertito. La vendita della merce “forza-lavoro” sarà
nel ventunesimo secolo tanto ricca di prospettive quanto nel ventesimo la
vendita di diligenze. Ma chi in questa società non riesce a vendere la sua
forza-lavoro è considerato “superfluo” e finisce nelle discariche sociali.
(M, 5/6)

Per inciso, anche se non sempre
il gruppo Krisis esplicita ciò che intende per “lavoro”, va detto che il “lavoro”
che è “morto” è quello imposto dalla rivoluzione industriale in poi, che aliena
gli esseri umani da se stessi e dagli altri ed ha come unico scopo la realizzazione
di valore-merce ai fini dello scambio in vista di un accumulo continuo di
plusvalore. Secondo Krisis, questo lavoro non ha più gambe su cui sorreggersi,
perché i margini di estrazione di plusvalore si sono erosi in modo irreversibile
e definitivo con quella che il gruppo tedesco chiama “la rivoluzione microelettronica”.
Questa sorta di “III rivoluzione industriale” comporterebbe l’allontanamento
definitivo di lavoro vivo in favore di un uso massiccio di lavoro morto nella
produzione, con una conseguente drastica riduzione – secondo Krisis irrecuperabile
– della possibilità di estrarre plusvalore come frutto finale del processo
lavorativo. Con queste osservazioni, è possibile rispondere anche a chi sostiene
che Krisis voglia attaccare il “lavoro” meramente inteso come luogo e spazio
di alienazione psico-fisica. Nessuno vuole qui negare che si possa trovare
soddisfazione o realizzazione nel proprio lavoro. Questa gratificazione nel
proprio operare però, nell’ottica di Krisis, non è possibile entro ciò che
viene oggi definito “lavoro” – parola dunque con la quale essi non pensano
qualcosa di diverso dal lavoro capitalistico – ma solo in quell’attività che
ognuno svolge per propria soddisfazione e liberamente. Un’attività magari
non dissimile da quella svolta nel mondo del lavoro coatto, ma con la sostanziale
differenza di essere libera, creativa e veramente produttiva e utile per tutti,
con propri tempi e modi – il che, per mettere subito le mani avanti, è molto
diverso dal dire che si tratti fondamentalmente di una sorta di “auto-sfruttamento”. [5]

L’imperialismo del lavoro si riflette dunque nell’uso linguistico
quotidiano. Non solo siamo abituati a usare la parola “lavoro” in maniera
inflazionistica, ma anche su due livelli di significato completamente diversi.
Da tempo ormai, il termine “lavoro” non designa più soltanto (come sarebbe
giusto) la forma di attività capitalistica nella fatica tautologica, ma questo
concetto è addirittura diventato un sinonimo per ogni sforzo diretto a realizzare
un obiettivo, facendo così perdere le sue tracce. (M, 47)

Ma non anticipiamo troppo, e torniamo
all’inizio: il lavoro, dunque, è morto. Ma la società del lavoro non può e
non vuole riconoscerlo. Non può perché ha bisogno del sistema del lavoro per
continuare ad esistere, non vuole perché significherebbe riconoscere la propria
precarietà e la propria storicità. Si continua così ad esistere e ad essere
riconosciuti come esseri umani solo in quanto “forza-lavoro”, impiegata o
meno che sia, e se non riusciamo a venderci come tale, finiamo per perdere
ogni diritto di cittadinanza. Ovviamente, il potere ha il suo bel daffare
per mantenere questo climax di oppressione laburista: i media lavorano
a pieno ritmo, e tutta la scienza e la sapienza ufficiali si fanno in quattro
per tenere la gente sotto questo torchio. Il dato “oggettivo” della fine del
lavoro viene rovesciato e fatto apparire come fallimento soggettivo, favorendo
ad arte la colpevolizzazione di sé e una generale demoralizzazione.

Quanto più è evidente che la società del lavoro è veramente giunta alla fine,
tanto più violentemente questo fatto viene rimosso dalla coscienza collettiva.
Per quanto diversi siano i metodi di rimozione, hanno pur sempre un denominatore
comune: il dato di fatto, valido globalmente, che il lavoro si sta rivelando
un fine in sé irrazionale e ormai obsoleto, viene ridefinito con ostinazione
maniacale come il fallimento di individui, imprese o “siti produttivi”. Il
limite oggettivo del lavoro deve apparire come un problema soggettivo degli
esclusi. (M, 6)

Tutto ciò alimenta quello che
Krisis chiama l’apartheid sociale, ovvero un sistema sociale dove solo
un’élite (di solito decantata come più brava, più capace, e via dicendo)
riesce a trovare un posto al sole, mentre alla gran parte degli esclusi non
resta che finire ai margini della società. I rifiuti della magnifica e ricca
società del lavoro finiscono spesso preda di epifenomeni di questa società
stessa, come mafie, chiese o associazioni, con tutte le mefitiche conseguenze
che ben conosciamo. Vero anche che, specialmente secondo teorie marcusiane
e francofortesi, proprio questi “rifiuti” possono diventare potenziali rivoluzionari
ed eversori del sistema. Ma questo purtroppo, specie ora, è più vero in teoria
che in pratica. Il potere, soprattutto grazie al capillare lavoro dei media,
riesce spesso con successo a mettere a tacere tutte le istanze veramente rivoluzionarie,
smontandone la carica innovativa e liberatoria, e questo ad onor del vero
con una parte molto attiva svolta dalle sinistre di tutto il mondo – proprio
da coloro cioè che dovrebbero promuovere i movimenti emancipatori.

Veniamo proprio alla sinistra,
visto che è stata chiamata in causa. Tradizionalmente favorevole all’assunto
su cui basa il suo essere la società del capitale, e cioè quello per cui un
uomo senza un lavoro non è un uomo, si agita in questo mare aperto della crisi
del sistema come un bove impazzito. Là dove può e dove conviene, aziona tutte
le sue armi socialdemocratiche, con risultati penosi e dispendi assurdi; al
tempo stesso partecipa alla gestione della crisi nella speranza di afferrare
la fetta quanto più grande possibile della torta rimasta, spesso in competizione
con pescecani più avidi e più capaci di lei. Dove è invece insuperabile è
nel controllo sociale, che di solito le viene infatti affidato.

Fu il movimento dei lavoratori, nel XIX secolo e all’inizio del XX, a imporre
contro gli ottusi borghesi ulteriori livelli di depersonalizzazione nello
sviluppo del lavoro, come un secolo prima la borghesia aveva avuto in eredità
il sistema assolutistico. E questo fu possibile soltanto perché i partiti
dei lavoratori e i sindacati avevano avuto, nella loro adorazione del dio
lavoro, una relazione positiva anche con l’apparato statale e con le istituzioni
della gestione repressiva del lavoro. Non volevano più abolirli, ma occuparli,
in una sorta di “lunga marcia attraverso le istituzioni”. (M, 32)

Il ruolo di gendarme sociale le
si addice molto bene, visto l’ascendente che, nonostante tutto, riesce ancora
ad esercitare sulla gente. Ma l’agitarsi del potere non sarà capace, secondo
Krisis, di mascherare né differire ulteriormente ciò che si sta manifestando
come crisi irreversibile del lavoro, e quindi della società della merce.

Restiamo ancora un attimo sulla
sinistra e le sue mistificazioni: anche storicamente solo in apparenza la
sinistra si è contrapposta al capitale. In realtà condivide da sempre con
esso la venerazione del lavoro. Al massimo si è talvolta opposta allo sfruttamento
del lavoro, non certo al sistema del lavoro stesso. La sinistra ha sempre
parlato in favore della liberazione “del” lavoro, e non “dal” lavoro. Non
ha mai messo seriamente in questione ciò che il lavoro produce, né perché
lo produce. Ha invece spesso predicato la cieca difesa del “posto di lavoro”
e la “necessaria” ricerca di una “occupazione per tutti”, sbandierata come
sola garanzia per l’indipendenza e l’autonomia della singola persona.

La sinistra politica ha sempre venerato il lavoro con particolare zelo. Non
soltanto ha elevato il lavoro a essenza dell’uomo, ma ne ha anche fatto, in
maniera mistificante, il presunto principio opposto a quello del capitale.
Per la sinistra lo scandalo non era il lavoro, ma soltanto il suo sfruttamento
da parte del capitale. Perciò, il programma di tutti i “Partiti dei lavoratori”
fu sempre la “liberazione del lavoro” e non la “liberazione dal lavoro”. La
contrapposizione sociale tra capitale e lavoro è però soltanto la contrapposizione
di diversi (anche se diversamente potenti) interessi all’interno del fine
tautologico del capitalismo. La lotta di classe fu la forma con cui questi
interessi contrapposti si scontrarono sul comune terreno sociale del sistema
produttore di merci. Fu un elemento interno alla dinamica di valorizzazione
del capitale. Non importa se la battaglia fu combattuta per i salari, i diritti,
le condizioni di lavoro o i posti di lavoro; il suo cieco presupposto rimase
sempre il dominio del lavoro con i suoi irrazionali principi. (M, 20)

La verità è che la sinistra proviene
dalla stessa madre da cui nasce il capitalismo, e non è mai stata veramente
antagonista ad esso, tantomeno il soggetto dell’emancipazione umana. Un orizzonte
di liberazione deve dunque essere capace di guardare oltre la sinistra, così
come superare il suo riflesso speculare – il capitalismo – e camminare verso
una società senza lavoro, in direzione cioè di quel progetto rivoluzionario
che per primo Marx ha sistematicamente delineato e pensato come comunismo. [6]

“Oltre la disperazione dell’esistente,
verso il comunismo”

(vecchia scritta su un muro della
fortezza nuova di Livorno)

Seguendo sempre il Manifest,
torniamo ora nel merito del lavoro: a sostegno della sua orrida impalcatura,
la società del lavoro ha creato ambiti a latere che seguono passo dopo
passo lo svolgersi della normale frenesia quotidiana, pur non partecipandovi
direttamente, e senza i quali la stessa società del lavoro avrebbe grosse
difficoltà a riprodursi. Si tratta degli ambiti della famiglia e dell’intimità,
di ciò che di solito viene identificato con l’ambito classico delle “attività
femminili”. In questo spazio “altro” ma complementare al lavoro si sono saldati
gli stereotipi della donna madre, istinto e “natura”, e dell’uomo padre, lavoratore
e razionale. Stereotipi che perdurano nonostante i – comunque lievi – cambiamenti
sociali avvenuti tra i sessi, e che continuano a portare miseria ed infelicità
ad ogni singola persona, impedendone una piena realizzazione. All’uomo, infatti,
viene riservato l’ambito della forza, privandolo del suo essere emotivo e
sentimentale, mentre alla donna vengono affidati proprio questi ultimi, collocati
ad un livello di importanza inferiore rispetto alle esigenze del lavoro e
della produzione – dominio appunto dell’uomo – e relegati nel cerchio infernale
della ri-produzione.

Nel complesso sociale la sfera della cosiddetta vita privata e familiare, santificata
dall’ideologia borghese, in realtà viene sempre più svuotata e degradata,
perché l’usurpazione operata dalla società del lavoro coinvolge ormai l’intera
persona, il sacrificio totale, la mobilità e la flessibilità degli orari.
Il patriarcato non viene abolito, ma si imbarbarisce nella crisi inconfessata
della società del lavoro. Nella stessa misura in cui il sistema produttore
di merci va in pezzi, le donne vengono rese responsabili della sopravvivenza
su tutti i piani, mentre il mondo “maschile” allunga fittiziamente la vita
alle categorie della società del lavoro. (M, 24)

Paradossalmente, la donna al lavoro
– in questo contesto – è doppiamente fregata: ferma restando la scissione
fra le due sfere, essa subisce infatti i diktat di entrambe. La soluzione
anche qui può esser trovata solo nella società del non-lavoro, in una società
“altra” dove la sfera affettiva venga riconciliata con l’essere sociale.

Questa società “altra” non è certo
di facile costruzione. Tuttavia, rappresenta agli occhi di Krisis l’unica
soluzione reale. Questa possibilità appare meno peregrina se si tiene fermo
un punto importante, che informa tutta la teoria di Krisis: il capitalismo
deve essere considerato come un fenomeno storico, e non come l’esito finale
della storia. Un fenomeno sicuramente di portata enorme, tuttavia con un inizio
e, con ogni probabilità, una fine, come accade a tutti gli eventi storici,
per quanto rilevanti possano essere. Una fine, tuttavia, i cui esiti sono
al momento tutt’altro che chiari e decisi.

Dal punto di vista di Krisis, il
capitalismo è storicamente nato proprio con l’imposizione del lavoro. Senza
voler proporre alcuna visione nostalgica del passato, occorre riconoscere
che questo “fine tautologico” (il “lavoro” per come lo conosciamo noi oggi)
in altre epoche non esisteva affatto. Solo con la violenza e la forza gli
stati assolutistici, in espansione e alla ricerca di sempre più denaro per
i loro infami scopi, riuscirono ad imporre questo nuovo status.

La maggior parte degli uomini non è passata spontaneamente alla produzione per
mercati anonimi, e dunque alla generale economia monetaria, ma perché l’avidità
degli Stati assolutistici monetarizzò le tasse e contemporaneamente le aumentò
in maniera esorbitante. La maggior parte degli uomini dovette “guadagnare
soldi” non per sé, ma per lo Stato proto-moderno militarizzato e le sue armi
da fuoco, la sua logistica e la sua burocrazia. Così è venuto al mondo l’assurdo
fine in sé della valorizzazione del capitale, e quindi del lavoro.(M, 26/27)

Solo da allora l’uomo è diventato
“materiale umano” e infine “risorsa” utilizzabile per la valorizzazione del
capitale. Solo da allora, il tempo ha cominciato a “scarseggiare” e ad essere
equiparato al “denaro”.

Il movimento dei lavoratori nasce
solo dopo che il movimento contro il lavoro (ad esempio, i luddisti) fu definitivamente
sconfitto. Tale movimento, dei lavoratori, ha in genere assunto positivamente
i criteri della valorizzazione imposti dal capitale, arrivando tutt’al più
ad aggredire la borghesia in quanto accusata di esser “parassita” del lavoro,
e non certo in nome della liberazione dal lavoro. Con questo movimento nacquero
nuove esigenze di gestione del mondo improntato al lavoro: un democrazia (partecipazione
di tutti alle scelte di gestione) sociale (per appianare le difficoltà di
gestione). Ovvero, la socialdemocrazia, il più perfido sistema di dominio
della storia, un terribile inganno per i proletari e gli sfruttati di tutti
i paesi.

L’ideologia di una generalizzazione sociale del lavoro richiedeva però anche
un nuovo sistema politico. Al posto della suddivisione in ceti con differenti
“diritti” politici (per esempio il diritto di voto censitario) vigente nella
società dove il lavoro si era imposto solo in parte, dovette farsi strada
la generale uguaglianza democratica nello “Stato del lavoro” compiuto. E le
irregolarità nel funzionamento della macchina della valorizzazione, non appena
questa determinò l’intera vita sociale, dovettero essere appianate con lo
“Stato sociale”. E anche di questo processo il movimento dei lavoratori offrì
il modello. Con il nome di “socialdemocrazia” diventò il più grande “movimento
dei cittadini” della storia, che però si rivelò soltanto un autoinganno. Infatti
in democrazia tutto è trattabile, tranne i vincoli della società del lavoro,
che invece sono presupposti come un assioma. (M, 32/33)

Ma, sostiene Krisis, questo sistema
sta attraversando una crisi senza ritorno. Non saranno le simulazioni di benessere
mediatiche o il rigonfiamento artificiale della bolla finanziaria a salvarlo.
Tutto ciò potrà al massimo differire la crisi, non evitarla. La soluzione,
piuttosto, va cercata altrove. Occorre essere capaci di immaginare e costruire
una società senza lavoro. All’uomo di oggi, abituato alle costrizioni del
lavoro e a trovare in esso le sue fonti di senso, apparirà un’impresa enorme
se non impossibile. Tuttavia, l’emancipazione sociale può passare solo da
una “consapevole svalorizzazione del lavoro”. Rompere con la categoria del
lavoro sarà comunque difficile. Il punto di partenza deve perciò essere il
“rifiuto”, la non-accettazione dei diktat della produzione. “Bisogna
spezzare il monopolio tenuto dal ‘campo del lavoro’ sull’interpretazione del
mondo”. (M, 54) Si tratta di rompere questo dominio – materiale, culturale
e psicologico – e riappropriarci di un rapporto diverso con il mondo, la natura
e gli altri.

Dopo secoli di ammaestramento, l’uomo moderno non è più in grado, d’immaginarsi
una vita pura e semplice al di là del lavoro. In quanto principio assoluto,
il lavoro domina non soltanto la sfera dell’economia in senso stretto, ma
penetra nell’intera esistenza sociale, fino a toccare i minimi dettagli della
vita quotidiana e dell’esistenza privata. Perfino il “tempo libero”, il cui
significato letterale definisce di per sé un concetto carcerario, serve ormai
a “smaltire” beni, e provvedere così al loro indispensabile smercio. (M, 45/46)

La rottura con la categoria del “lavoro” non troverà delle
parti sociali pronte e obiettivamente determinate come ne trovava il conflitto
fra gli interessi immanenti al sistema. Si tratta di una rottura con la legalità
falsamente oggettiva di una “seconda natura”: dunque non un’altra realizzazione
quasi automatica, ma una coscienza che nega – un rifiuto e una ribellione
che non hanno dietro di sé nessuna “legge della storia”. Il punto di partenza
non può essere un nuovo principio astratto generale, ma soltanto il disgusto
di fronte alla propria esistenza come soggetto del lavoro e della concorrenza,
e il rifiuto di continuare a funzionare così a un livello sempre più misero.
(M, 54)

Sorge qui spontanea la domanda
sul “come”. Si fa presto a dire cosa non va, ma in positivo, per costruire
questo “altro” mondo, cosa dobbiamo fare, come possiamo agire? Domanda annosa,
che mette oggi più che mai in crisi più di un critico della società capitalistica,
sin dai tempi di Marx non ha mai trovato, di fatto, una chiara risposta progettuale.
Ma forse non può essere altrimenti, forse non è possibile anticipare la risposta,
poiché non può essere trovata a tavolino, ma solo nella “pratica di rovesciamento”
del sistema.

Si può in ogni caso provare a tratteggiare
alcune linee direttrici di azione. Vediamo cosa ci dice Krisis al proposito:
innanzitutto occorre formare alleanze mondiali di antilavoristi capaci di
strappare i mezzi di produzione alla macchina del lavoro e di prenderne il
controllo. Insieme, attaccare il modello della “proprietà privata” – vecchio
schema di lotta contro il capitale ingiustamente dimenticato oggi. Al sistema
dissennato di produzione delle merci deve sostituirsi un uso sensato delle
risorse, organizzato direttamente dai membri della società. Lo stato e il
mercato non avranno a questo punto più ragione di esistere, e potranno essere
sostituiti da un sistema di “consigli” in connessione tra loro. In una società
mondiale unita ed aperta, senza più confini e dove ognuno possa muoversi liberamente
entro una cultura dell’otium, non più caratterizzata dalla produzione
insensata ai fini dell’accumulo di plusvalore, ma da una cosciente creazione
di beni e opere finalmente utili ed equamente ripartiti, diventa inutile anche
l’astrazione denaro.

Il programma contro il lavoro non si alimenta con un canone di principi positivi,
ma con la forza della negazione. Se l’affermazione del lavoro è andata di
pari passo con l’espropriazione totale della persona e delle sue condizioni
di vita, la negazione della società del lavoro può consistere soltanto nella
riappropriazione, da parte della persona, del proprio nesso sociale con gli
altri a un livello storico più elevato. Perciò gli avversari del lavoro punteranno
alla formazione di alleanze di portata mondiale fra individui associati liberamente,
che strapperanno i mezzi di produzione e di esistenza alla macchina del lavoro
e della valorizzazione – che gira ormai a vuoto – e ne prenderanno il controllo.
Soltanto nella battaglia contro la monopolizzazione di tutte le risorse sociali
e di ogni potenziale di ricchezza da parte dei poteri alienati, cioè mercato
e Stato, si potranno conquistare spazi sociali di emancipazione. (M, 55)

Non sarà più il fine tautologico del lavoro e dell’“occupazione” a determinare
la vita, ma l’organizzazione dell’uso sensato delle possibilità comuni, che
non vengono dirette da una “mano invisibile” automatica, ma dall’agire sociale
cosciente. Ci si approprierà direttamente della ricchezza prodotta secondo
i bisogni, non secondo la “solvibilità”. Insieme con il lavoro scompariranno
l’astratta universalità del denaro e quella dello Stato. Al posto delle nazioni
divise, ci sarà una società mondiale che non avrà più bisogno di confini,
nella quale tutti gli uomini si muoveranno liberamente e potranno esigere
il diritto universale di ospitalità in qualsiasi regione del globo. (M, 56/57)

Le solite uscite utopiche senza
fondamento? I soliti fumosi vaneggiamenti piccolo borghesi? Può darsi, nessuno
vuole qui negare né affermare nulla una volta per tutte. Ma, a parte il fatto
che l’umanità le cose migliori le ha fatte proprio partendo da sogni, non
si può non stupirci di come, per contro, riesca a funzionare e a monopolizzare
ogni anfratto del possibile proprio l’utopia opposta, quella negativa del
capitale. Questa “utopia negativa” si è ben realizzata, e la sua efficacia
è innegabile: un sistema che provoca miseria, morte, malattie, alienazione
e desertifica il mondo.

Ma la fine della società del capitale/lavoro,
per Krisis, è tutt’altro che un’utopia – se con questo termine si vuole intendere
un fine irraggiungibile e vago. È una possibilità ben concreta. Questo in
particolar modo oggi perché, secondo il gruppo tedesco, i meccanismi di questa
società sono ormai al tracollo. Questo processo tuttavia, se non ostacolato
e indirizzato, finirà per provocare un imbarbarimento dei rapporti sociali
a tutti i livelli. La critica del lavoro diventa così indispensabile come
alternativa alla barbarie. Questa critica propone l’auto-determinazione e
l’auto-organizzazione contro lo stato, il cui status di controllore
non potrà che intensificarsi nella crisi, e la politica, ad esso legata, dei
garanti della società del lavoro. “Occorre legare le forme di una contro-società
con il rifiuto aperto del lavoro” (M, 64). In fondo, ancora una volta non
abbiamo da perdere che le nostre catene, e scusate se è poco.

Alcuni legittimi dubbi (e alcune
legittime risposte)

Naturalmente, come ogni opera
che si rispetti, anche il “Manifesto contro il lavoro” fa sorgere alcuni dubbi,
in genere più che legittimi. Senza la pretesa di esaurirli, proviamo qui ad
affrontarne qualcuno, e magari anche a dar loro alcune altrettanto legittime
risposte.

Un primo dubbio, che ci assale
sin dal primo momento in cui affrontiamo la lettura, riguarda senz’altro la
questione della “fine del lavoro”. È possibile oggi affermare seriamente qualcosa
come “il lavoro è morto”? Ha senso dire una cosa del genere, oggi che tutti
siamo “al lavoro”? Dire che oggi il lavoro, per come era richiesto prima della
società capitalistica non informatizzata, non è più necessario, non è una
madornale ingenuità? Non significa farsi ingannare dalle mosse del capitale
multinazionale, che disloca la produzione, e quindi il lavoro, là dove è per
lui più conveniente? Non significa anche travisare quella che è l’essenza
più genuina del capitalismo, ovvero il fatto che da sempre esso si fonda su
lavoro non necessario? Il lavoro, nel senso capitalistico del termine, in
realtà non è mai stato veramente necessario (almeno non nel senso dei bisogni
dell’uomo). Nei modi e nei tempi in cui lo ha posto la rivoluzione industriale,
il lavoro è sempre stato una violenta imposizione. È quindi assurdo giudicarlo
oggi obsoleto a causa della cosiddetta “rivoluzione microelettronica”. Ancora
oggi milioni di immigrati, e non solo, lavorano nei laboratori e nelle cantine
delle multinazionali occidentali, sottopagati e senza alcuna tutela. Il lavoro
di oggi è quello di sempre, e quindi parlare della sua “fine” è ridicolo.

Seconda obiezione: sulla sinistra.
Sparare a zero sulla sinistra, sul movimento operaio e la sua storia non è
un’arma che si ritorce contro? Di fatto, molti movimenti di sinistra hanno
lottato per migliorare le condizioni di lavoro, per ridurre la giornata lavorativa,
per ottenere diritti per i lavoratori altrimenti impensabili. Senz’altro tutto
ciò ha nociuto ai fini dell’accumulazione del capitale. Perché dunque sputarci
sopra? Non può essere, piuttosto, ancora una volta il movimento operaio e
più in generale la sinistra il motore del “rifiuto del lavoro” assumendolo
come nuova istanza rivoluzionaria? Se, insomma, non fosse la sinistra il problema,
ma al contrario la sua mancanza, il fatto cioè che oggi quello che manca è
una vera e propria sinistra? Una sinistra capace anche di appropriarsi dell’apparato
statale, invece di rigettarlo tout court, e rovesciarne la politica
in favore della gente?

Terza obiezione: la carenza
della parte progettuale. Indubbiamente questo è il lato più debole di tutta
la vicenda. Di “comunità autosufficienti” e “cooperanti” che si appropriano
della ricchezza sociale a favore di tutti sono pieni i libri. Questo antico
sogno, proprio già dei più antichi movimenti utopistici, viene giustamente
sbeffeggiato da Marx ed Engels sul “Manifesto del partito comunista” e nell’”Ideologia
tedesca”. Un esito così vago rilascia un cono d’ombra anche sul resto del
discorso di Krisis. Se tutto il ritornello sulla fine del lavoro non sa proporre
niente di più di questo anacronistico e ridicolo appellarsi a comunità di
liberi individui che, illuminate da una salvifica presa di coscienza collettiva,
salveranno il mondo, forse non andremo molto lontani per questa strada.

Quarta obiezione: ancora sulla
questione del lavoro. Poniamo che si riesca a convincere tutti che siamo arrivati
all’epoca della “fine del lavoro” e a coinvolgere un sacco di gente in un
progetto di liberazione che si fondi sull’uscita dal mondo strutturato sul
lavoro. Ma alla resa dei conti, sarebbe veramente possibile ipotizzare un
mondo senza lavoro? Già il senso comune qui obietta con vigore: “se nessuno
lavora, come si fa a vivere? Come fanno le cose ad andare avanti”? Se qualcuno
non lavora la terra, come facciamo a mangiare il pane? Se qualcuno non fila
i tessuti, come facciamo a vestirci? E via dicendo. In pratica, ciò che si
scoprirebbe alla fine è che del lavoro non si può fare a meno. Magari si può
riformarlo, distribuirlo più razionalmente, produrre cose sensate ecc. Ma
parlare di fine del lavoro, più che un’utopia, è un’autentica idiozia. Senza
considerare che per molti il proprio lavoro è una fonte di soddisfazione e
di piacere irrinunciabile, un luogo entro il quale è possibile trovare piena
realizzazione di sé e delle proprie capacità.

Quinta ed ultima obiezione:
l’abolizione del denaro. Fra tutte le esagerazioni di questo testo, questa
appare forse la più marchiana. Sempre il buon senso per primo si ribella:
“come è possibile vivere senza il denaro, specie nella nostra epoca? Come
possiamo comprare e vendere cose, in una parola scambiarci beni e servizi,
senza usare il denaro?” Se voglio andare in pizzeria, con cosa pago la pizza?
Se ho voglia di vedere un film, con cosa pago il biglietto? Non possiamo certo
tornare allo scambio di beni tra loro, o pensare di usare conchiglie e sassi
che sostituiscano il denaro. Oppure si pensa che nell’ipotetico mondo del
non-lavoro, nella società liberata vi sarà un tale livello di socialità che
ovunque sorgeranno bracieri per festini improvvisati e nessuno sentirà più
l’esigenza di andare in pizzeria? O vi saranno schermi su tutte le piazze
per vedere i più bei film dell’umanità? In altre parole, l’idea dell’abolizione
del denaro sembra la più assurda di tutte, e questa da sola dovrebbe bastare
a far recedere qualsiasi sano intelletto dal prendere anche solo un pochino
sul serio il discorso di Krisis contro il lavoro.

Termino qui con le obiezioni,
parziali e incomplete, che in realtà non sono proprio un mio parto ex-novo,
ma in qualche modo provano a riassumere vari commenti sentiti in giro dopo
la lettura del “Manifesto”.

Proviamo ora, prima di chiudere,
a vedere quali potrebbero essere le legittime risposte, anch’esse non conclusive,
a queste senz’altro legittimissime obiezioni.

La prima: da un punto di vista
razionale, il discorso sulla fine del lavoro segue in realtà una sua rigorosa
logica. [7] Un tipo di produzione non più legato a schemi del passato,
dove occorreva una maggior manodopera, ma determinato oggi da in larga parte
da processi automatici o informatizzati, rende di fatto impossibile una qualsiasi
“piena occupazione” nel senso del lavoro a vita otto ore al giorno. Questo
a prescindere dal fatto che il capitale abbia mai mirato o meno al “lavoro
per tutti” (equivalente naturalmente, nel meccanismo capitalistico a “sfruttamento
per tutti”). Ovviamente, affermare che oggi il lavoro per tutti è impossibile
ed anche inutile non equivale certo a dire che già oggi nessuno più lavora
e non vi sia necessità di lavoro per mantenere lo status quo. Affermare
una simile banalità è ben lungi dalle intenzioni di Krisis. Dire invece che
“il lavoro è finito” significa dire che sono definitivamente morte le condizioni
per le quali è stato, a suo tempo, dichiarato necessario il lavoro meccanico,
ripetitivo e senza interruzioni. Che poi possa non esser mai stato necessario,
ma solo imposto ed utile ai fini dell’accumulazione capitalistica, nessuno
qui lo nega, ma non è questo il punto in discussione ora. La questione è che
il superamento dell’orizzonte del lavoro appare oggi più che mai un orizzonte
in vista, una possibilità concreta, che è anche possibilità di farla finita
un volta per tutte con il tragico mondo mercificato del capitale. Il fatto
che, come viene giustamente fatto notare da più parti, si lavori più oggi
che in passato, e in condizioni molto peggiori di prima, non smentisce l’analisi
di Krisis ed anzi, in qualche modo, forse la avvalora. È proprio perché, secondo
il gruppo tedesco, a causa della concorrenza mondiale e della rivoluzione
microelettronica sono venuti definitivamente meno i margini per la valorizzazione
del capitale, che si è tornati a forme di lavoro semi-schiavistico, rinunciando
ad ogni patina di welfare e andando diretti verso lo scontro sociale.
Il capitale proverebbe cioè questa carta per tenere alti i margini di sfruttamento
del plus-valore, che solo in questo modo – cioè tagliando i costi, soprattutto
quello del lavoro – possono rimanere alti. Ma, affermano quelli di Krisis,
questo gioco, riuscito spesso in passato, oggi non è più possibile. Il capitalismo
si sta scontrando con il suo “limite assoluto”, e l’unica via d’uscita è,
per usare un vecchio motto, la catastrofe o il comunismo.

Secondo punto: la questione
della sinistra. È ben vero che una parte del movimento operaio, in genere
minoritaria, è stata un movimento contro il lavoro. Il sabotaggio e
il rifiuto del lavoro predicati dagli anni ’60 fino all’inizio degli anni
’80, solo per fare un esempio, sicuramente avevano molto in comune con le
attuali tesi di Krisis, e non si vede il motivo per il quale dovremmo scaricare
e dimenticare questa bella tradizione ed anzi non trarne istruttivi insegnamenti.
Solo che qui occorre usare termini diversi: più che di movimenti di sinistra,
si è trattato di un movimento verso il comunismo, un movimento essenzialmente
anti-statalista, anti-lavorista e di liberazione, esattamente il contrario
di ciò che caratterizza in genere la sinistra. La sinistra, che per tradizione
culturale e storia affonda le proprie radici nella socialdemocrazia, è essenzialmente
un apparato congegnato in funzione delle riforme, in vista di uno stato più
“buono” e sociale, di un lavoro più tollerabile e giusto e una codificazione
dei diritti e dei doveri più equa e democratica. Tutto questo è naturalmente
molto bello, ma non mette minimamente in crisi il capitalismo, ed anzi può
sostenerlo nei suoi momenti di maggior défaillance. Si pensi alle misure
keynesiane del dopo guerra o al welfare come arma di controllo dei
movimenti sociali: che cosa sono se non un efficace modo per tamponare le
falle enormi che in certi momenti si sono aperte nello scafo malandato del
capitale, e al tempo stesso la carotina per le masse inferocite e possibile
preda della rivoluzione comunista? Ovviamente nessuno vuole qui sputare sopra
allo stato sociale e alle sue facilitazioni, ed anzi può essere tatticamente
utile incoraggiarlo e promuoverlo. Ma la liberazione comunista è un’altra
cosa. Il discorso di Krisis sulla sinistra e il movimento operaio va proprio
contro questo tipo di sinistra e di movimento operaio, e indica invece, spesso
ammettiamo non in modo chiaro, ancora una volta verso il progetto originario
del comunismo.

Passiamo alla terza obiezione:
scarsa progettualità. Punto decisamente dolente, dobbiamo però riconoscere,
in tutta onestà, che non lo è solo per il discorso di Krisis. Sin dagli albori
delle istanze rivoluzionarie e di liberazione, il problema del “come sarà
dopo” ha rappresentato una sorta di limite delle teorie rivoluzionarie e un
problema irrisolto. Si pensi al progetto anarchico di trasformazione della
società, o alle utopie socialisticheggianti alla Morris, ma anche la Che
fare
di Lenin o alla NEP. L’unico che ha cercato di porre su un piano
più scientifico il progetto di una nuova società è senz’altro stato Marx.
Ma anche lui, capace come nessun altro di svelare i meccanismi dell’accumulo
del capitale e dello sfruttamento del lavoro, non è andato molto più in là
quando si è trattato di delineare i tratti della nuova società comunista.
I tentativi concreti poi realizzati, dalla rivoluzione leninista ai vari regimi
a conduzione socialista nati dopo di questa, lasciano a dir poco a desiderare.
Dunque, perché accusare proprio Krisis di una debolezza per quanto riguarda
la parte progettuale? È stato spesso notato come, di fatto, non sia possibile
delineare sin da subito ciò che sarà la nuova società. Questa famosa “nuova
società”, come l’altrettanto celebre “uomo nuovo”, sono in realtà improgettabili,
almeno al modo in cui si intende oggi “progettare qualcosa”. Non è certo possibile
delinearne i confini e la forma come si trattasse di disegnare una mappa catastale.
È pensabile solo in termini diversi e forse solo apparentemente più vaghi:
per esempio nelle sue linee guida fondamentali (fine della proprietà privata,
comunione di risorse e beni, libertà e reale possibilità di accesso per tutti
a queste risorse, loro uso sensato e mirato, fine di ogni sfruttamento, un
diverso rapporto con il mondo e con gli altri, ecc.). Diversamente ne andrebbe
meno la costitutiva libertà che deve assolutamente caratterizzare questo nuovo
stato delle cose, e se va di mezzo quella, ogni progetto di liberazione naufraga
ancora prima di cominciare. [8]

Sulla quarta obiezione, la
risposta è in un certo senso semplice: nessuno afferma che, di punto in bianco,
l’intera società smetterà di produrre beni e che finiremo in quattro e quattr’otto
per ritrovarci in un mondo apatico e pigro, pieno di ragnatele e nullafacenti
che invadono le strade strascicandosi in attesa della morte. Questa immagine
demenziale, che appare agli occhi di qualsiasi persona ragionevole del tutto
esagerata ed assurda, viene incredibilmente sovente sventolata come prima
risposta alle tesi del non-lavoro, naturalmente con particolare insistenza
proprio dai sostenitori dell’attuale sistema del lavoro, i quali sono disposti
tutt’al più a vederne un possibile miglioramento, non certo un suo rovesciamento
o una sua radicale trasformazione. In realtà la produzione di pane o di pizze
non cesserebbe, né quella di vestiti o biciclette. Cesserebbero invece lo
spreco che caratterizza il sistema attuale della produzione, l’assurda e inutile
costrizione al lavoro, il suo sfruttamento e l’incredibile inutile dispendio
di energie e tempo per il fine “tautologico” del lavoro. Ovvero, si cesserebbe
di scavare buche per poi riempirle di nuovo, e si farebbe solo ciò che è veramente
utile alla vita, escludendo le miriadi di produzioni e occupazioni dannose
– dal ragioniere alla fabbrica d’armi, dal funzionario statale alla produzione
di automobili, dall’agente finanziario al soldato – che devastano oggi la
vita e il mondo. L’inutile sovrapproduzione e l’iniqua distribuzione di oggi
sarebbero le prime a cadere, per giungere poi ad una produzione sensata e
mirata. Sia chiaro: nessuno vuol tornare ad una fase pre-scientifica, tantomeno
rinunciare alla capacità tecnica acquisita. Solo, un conto è esserne schiavi,
un altro è rapportarvisi in modo libero e creativo. Utopia? Se vogliamo chiamarla
così, perché no?

Infine, ultimo punto: sull’abolizione
del denaro. Effettivamente, pensare un mondo senza denaro appare un po’ difficile.
Presuppone un livello di socialità estremamente più alto e più stretto di
quello attuale, che non credo si possa avere in tempi brevi. Tuttavia, non
bisogna dimenticare che per la maggior parte della sua storia l’umanità ha
fatto tranquillamente a meno del denaro, e quando esso ha fatto parte dell’economia
di un territorio, non ha mai avuto il ruolo preponderante che ha oggi, ma
anzi è sempre stato relegato ai margini della società. Il denaro, inoltre,
altro non è che la forma astratta che prende il valore – astratta ma, come
ben sappiamo, per un altro verso anche molto concreta. Una volta venuta meno
la valorizzazione, vien meno anche la necessità del denaro, o comunque la
sua importanza, che non potrebbe che ridursi in modo consistente. Sbaglia,
comunque, chi pensa che l’abolizione del denaro darebbe solo luogo alla rinascita
di usi e mezzi “primitivi” ai fini dello scambio. Qui non si tratta di cambiare
l’uso del denaro con quello di conchiglie o sassi colorati, né di tornare
a scambiare una gallina per due pani. Neanche si tratta di riproporre una
iperfetazione di una economia da socialismo reale, con buono pasto e buono
acquisto distribuiti e regolati dallo stato. Si tratta piuttosto di un progetto
ben più articolato, che non potrà vedere la luce, a mio avviso, se non come
esito finale del percorso di liberazione. Perché di percorso si tratta, ovviamente.
Percorso che può anche passare per misure transitorie e probabilmente insufficienti
quali potrebbero essere il reddito d’esistenza o il “doppio assegno” alla
Gorz, o anche le proposte di “denaro e servizi gratis” proprie di alcune frange
del movimento. [9] Misure cioè che, con tutti i loro limiti, potrebbero
comunque aprire spazi di tempo e di vita essenziali per permettere a questa
nuova società in costruendo di trovare proprie forme e propria vita.
Ma nel merito, su queste cose, lascio qui volentieri la parola al movimento,
e chiudo il discorso.

Breve considerazione conclusiva
non scientifica

Obiezioni e risposte, che sono
una piccola parte delle possibili obiezioni e delle possibili risposte in
riferimento al discorso di Krisis, sono qui state solo accennate. Altre potrebbero
essere l’accusa di un eccessivo oggettivismo, o di una troppo ottimistica
fiducia nel ruolo della “coscienza” nei processi liberatori. La speranza sarebbe
che questi dubbi e queste obiezioni fossero una prima parte di un dibattito,
magari vivace e fecondo, che si articoli e viva di vita propria. Che gli argomenti
di Krisis abbiano le carte in regola per rappresentare uno stimolo e una proposta
affascinanti per il nostro futuro, è per me fuor di dubbio. L’importante è
aprirsi ad essi, e non rifiutarli a-priori in nome di tesi precostituite e
intoccabili.

In summa, che cosa dice
Krisis, che tanto scandalizza la sinistra e tanto indigeribile sembra essere
per il pensiero comune? Il tentativo operato è quello di ottenere il rovesciamento
del capitale sottraendogli il terreno su cui si fonda, cioè il lavoro. Questa
operazione è agli occhi di Krisis oggi quanto mai necessaria, poiché il capitalismo
si sta scontrando con il proprio limite assoluto e invalicabile e sta crollando,
portandosi dietro tutta la società. In questo contesto, sarebbe più che mai
un’illusione bella e buona pensare che si possa liberare il lavoro,
così come che si possa “riformare” e “umanizzare” lo stato. Altrettanto illusorio
sarebbe oggi pensare che il “Movimento operaio” potesse fare qualcosa di diverso
dal difendere l’esistente, tradotto nel “posto di lavoro” – che comunque sarà
sempre meno disponibile per tutti. Non è certo questo “allargamento a tutti”
del lavoro ciò che interessa oggi al “movimento operaio”, ma, anzi, entrare
in competizione con il proprio “concorrente” oppure con chi il lavoro non
ce l’ha. È pur vero che, al di là delle organizzazioni classiche del movimento
operaio, che sicuramente sono riconoscibili in questa descrizione, vi sono
situazioni operaie antagoniste che mirano ad altri fini e cercano di andare
in direzione opposta. Tuttavia, queste organizzazioni sembrano destinate,
almeno per ora, ad un endemico minoritarismo, ed anche ad andare incontro
a grosse difficoltà di tipo progettuale e propositivo. Sul fatto che il problema
possa essere la mancanza di proposte all’altezza dei tempi, e che per esempio
rivendicare il “lavoro fisso” possa non essere una carta adeguata da giocare,
non posso né voglio pronunciarmi, e lascio volentieri a futuri dibattiti la
chiarificazione della cosa – che comunque, a mio avviso, deve essere messa
all’ordine del giorno, e con una certa urgenza.

Il pensiero del gruppo Krisis,
poi, nega radicalmente la possibilità che una trasformazione dell’esistente
possa passare da una qualsiasi riforma dello Stato o possa comunque vedere
come attore principale lo Stato o la politica ad esso legata.

Naturalmente, è il caso di
ribadirlo, dire “no” allo Stato non significa dire “no” ad ogni tipo di organizzazione
sociale complessa, così come dire “no” al lavoro non significa dire “no” ad
ogni tipo di attività organizzata, dire “no” alla democrazia non significa
aprire le porte ai totalitarismi e dire “no” al denaro rinunciare a qualsiasi
possibilità di scambio. Non si deve appiattire le argomentazioni di Krisis
entro la stretta e classica trappola manichea del “questo o quello”, del “bianco
o nero”. Non è nemmeno un aut/aut tra due poli conosciuti e solo apparentemente
invalicabili. Si tratta piuttosto di compiere una sorta di “salto” anche immaginativo,
per ricominciare a pensare in termini nuovi (ma forse anche antichi) un altro
mondo, che in effetti sembra possibile, ma solo a patto di avere il coraggio
di inaugurare una nuova radicalità, ormai da troppo tempo latitante.

Sugli esiti e la praticabilità
delle argomentazioni di Krisis, il discorso resta, come deve essere, aperto.
Non vi sono strade segnate, e nessuno può dire adesso quale direzione prenderanno,
meno che mai quelli di Krisis. Se il mondo imboccherà la strada della liberazione
o della barbarie totale, oppure se resterà in stallo entro una impasse
dominata dallo stato di guerra permanente, velato o meno che sia, questo non
può dirlo nessuno. Il nostro compito è, naturalmente, quello di promuovere
la trasformazione in direzione di quello che una volta, preso nel pieno senso
liberatorio del suo termine, veniva chiamato comunismo. Una critica complessiva
alla “globalizzazione capitalistica”, in vista di un rovesciamento “globale”,
non può che passare anche da una critica del lavoro. A chiunque abbia a cuore
una reale liberazione, e non una timida quanto inutile “modificazione” dell’esistente,
non resta dunque che giocare questa partita. Pascalianamente, è una scommessa
che dobbiamo fare. Come sempre, abbiamo un mondo da guadagnare.