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È uscito il numero di dicembre-gennaio di A – rivista anarchica [ www.arivista.org ] del quale proponiamo un articolo. In fondo troverete il sommario della rivista e i contatti per ricevere saggi omaggio o per abbonarsi.

di Pino Cacucci

A poche ore dalla sua elezione a presidente dell’Iran – cioè del paese che un tempo chiamavamo Persia e che da millenni si distingue come il “nemico naturale” del mondo arabo – i mezzibusti dei telegiornali si affannavano a pronunciarne l’ostico cognome producendo suoni ingarbugliati. Ci ha pensato lui, in capo a pochi mesi, a costringere tutti a imparare la pronuncia esatta. Lo ha fatto nel modo più banale e volgare: guadagnandosi le prime pagine dei giornali a livello internazionale con una sparata degna di un guitto della politica. “Israele va cancellata dalle carte geografiche”. Apriti cielo.
La bolsa clac dell’Impero si è dovuta faticosamente rimettere l’elmetto e fare il proprio dovere: fungere da grancassa agli sproloqui di una marionetta per tentare di distogliere l’opinione pubblica dal disastro in corso. Nessun giornale italiano si è preso la briga di ricordare alcuni punti chiave della carriera di Ahmadinejad, primo fra tutti l’Irangate o Iran-Contras, e suona persino sospetto il silenzio calato frettolosamente sulla partecipazione di Ahmadinejad al sequestro del personale diplomatico Usa a Teheran del 1979.

In Texas, guarda caso

Credo valga invece la pena di “prenderla alla larga”. Torniamo con la memoria ai lontani anni sessanta, quando sbarcava in Texas Muhammad bin Laden, il patriarca della nefasta dinastia. Già allora uno degli uomini più ricchi dell’Arabia Saudita, in Texas cercava nuovi affari.
Ne avviò diversi, ma un misterioso incidente aereo lo tolse di mezzo del 1968. Gli successe il figlio prediletto, Salem, fratello di quell’Osama che oggi è celeberrimo (anzi fratellastro, perché i bin Laden amano possedere un harem e raramente i figli hanno la stessa madre). Salem fonda nel 1973 una compagnia aerea in Texas, la Bin Laden Aviation, ed entra in contatto proficuo con Bush senior, papà George, erede di un impero petrolifero e agente Cia fin dal 1961, cioè dalla Baia dei Porci in avanti. Dagli affari in combutta con Salem ottiene così tanti soldi e appoggi da diventare capo della Cia nel 1976, per poi introdurre nel giro anche il figlio George W., che diventa socio del capostipite bin Laden fondando la Arbusto Energy, multinazionale petrolifera. Nel consiglio di amministrazione figurano due nomi eccellenti: Khaled bin Mahfouz, odierno alleato di Osama e personaggio di spicco dell’invenzione mediatica chiamata Al Qaeda (nessun terrorista usa questa sigla per rivendicare attentati ma ogni attentato che torna comodo all’Impero è targato Al Qaeda), e James Bath, entrambi uomini chiave nel successivo scandalo della Bank of Commerce and Credit International, che la magistratura statunitense nel 1988 ha accusato di essere la banca che ricicla il denaro del narcotraffico per conto della Cia con il fine di finanziare gruppi terroristi nel mondo, dall’Iraq al Nicaragua, da Cuba all’Afghanistan, e ovviamente in Pakistan, dove venivano smistati i micidiali missili antiaerei Stinger poi finiti anche nelle mani dei Contras e di altri mercenari in Centroamerica, tanto da aver spinto in tempi recenti Colin Powell a tentare di rastrellare le rimanenze nel timore che vengano usati “in malo modo”…
Alcune postille prima di passare al vero motivo di questo esercizio di memoria:

* la Bank of Commerce and Credit International aveva stretti rapporti con il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi – e quindi con la loggia P2 – e con la Banca Nazionale del Lavoro di Atlanta.
* Salem bin Laden, raggiunta una posizione di eccessivo potere nel clan Bush, perisce in un “incidente aereo” guarda caso in Texas, confermando che il mezzo di trasporto meno sicuro al mondo è un velivolo su cui viaggia un uomo che minaccia gli interessi di qualche statunitense, peggio se petroliere (vedi Enrico Mattei, o anche Samora Machel statista del Mozambico, o Omar Torrijos presidente di Panama, o l’ingombrante Zia Ul-Haq in Pakistan, eccetera eccetera).

Quel sequestro pilotato

E torniamo dunque a quel cialtrone di Ahmadinejad.
Nel 1979, con Bush a capo della Cia e Jimmy Carter presidente inviso ai potentati petrolifero-militari, il giovane comandante dei Pasdaran – i guardiani della rivoluzione islamica persiana – capeggia il sequestro del personale dell’ambasciata Usa a Teheran. È il 4 novembre, e i pasdaran prendono in ostaggio cinquantacinque tra funzionari e impiegati con il pretesto di volere l’estradizione dello Scià rifugiatosi a New York dopo il trionfo di Khomeini. Mentre nell’intero Iran le esecuzioni sommarie diventano un’orgia di sangue – con l’immagine particolarmente originale delle gru a cui vengono impiccati ad altezze vertiginose tutti i sospetti “comunisti” in modo che si possano vedere da ogni punto della città – le lobby che tramano per distruggere politicamente Carter trattano sottobanco con i pasdaran, e quindi con Ahmadinejad. L’obiettivo è di far durare il sequestro almeno fino alle elezioni, in modo da favorire Ronald Reagan. E il sequestro durerà addirittura quattrocentoquarantaquattro giorni… È il risultato sperato da George Herbert Walker Bush, massone di Rito Scozzese Antico e Accettato, nonché capo della Central Intelligence Agency. Difficile che ci siano documenti da desecretare riguardo una delle covert action più sporche dell’intera storia della Cia, quella che fece perire nel deserto iraniano un intero reparto dei famigerati Navy Seals, truppe d’elite fiore all’occhiello della macchina bellica statunitense, commandos che vennero inviati da Carter per liberare gli ostaggi con un blitz e che, assurdamente, perirono tutti quando i loro elicotteri si sarebbero “scontrati a vicenda”, una versione ufficiale insostenibile per uomini di tale esperienza di combattimento e di volo strumentale e a vista. Chi li fece crepare nel deserto, quei militari che avrebbero potuto salvare Carter dal crollo di immagine e proiettarlo verso la rielezione?
Il 16 gennaio 1981 la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra, cioè le banche centrali di Usa e GB, trasferiscono 7 milioni di dollari (5 tramite Chase Manhattan Bank e 2 tramite Citibank, entrambe controllate dalla famiglia Rockefeller) in un conto presso una banca iraniana a Teheran. Il 21 gennaio Ronald Reagan si insedia alla Casa Bianca e annuncia la liberazione degli ostaggi…
Oltre ai dollari, i pasdaran ottennero anche armi, e fu Israele a organizzare reperimento e consegna. Ma sarà soprattutto con il successivo affaire Iran-Contras gestito dal colonnello Oliver North, cioè la triangolazione che vedeva l’Iran rifornito di armi e i proventi usati per finanziare i mercenari antisandinisti in Nicaragua, mettendo in moto un mostruoso meccanismo che porterà negli Usa tonnellate di cocaina – risultato degli accordi con i piloti che andavano a rifornire i Contras in Honduras e con i cosiddetti Managua Boys, i rampolli delle famiglie somoziste residenti in Usa che ne gestivano lo smercio – in seguito al quale Israele si incarica di armare l’Iran integralista, come già faceva con Hamas in funzione anti OLP di Arafat.

Attaccato agli stessi fili

Oggi l’ingrato – o comunque ipocrita – apprendista stregone Ahmadinejad, per distogliere i sudditi dal disastro economico e dalla corruzione che dilaga nel suo sventurato paese, annuncia che Israele va cancellata dalle carte geografiche. Proprio lui che deve tutto a Israele e agli Stati Uniti della dinastia Bush, senza i quali non esisterebbe. Però rischia di sbagliare le mosse, perché sembra non aver fatto tesoro della Storia, quella degli Imperi che usano gli ascari e poi se ne liberano spietatamente, creano Frankenstein e poi fingono di averne perso il controllo per poterne invadere la nazione di appartenenza (do you remember Noriega ex agente Cia?).
A meno che Ahmadinejad non stia continuando a fare la marionetta attaccato agli stessi fili di quando prolungava il sequestro dell’ambasciata fino a far vincere le elezioni a Reagan su volere della Cia guidata da Bush, cioè per gli interessi dell’apparato che da oltre mezzo secolo impone al mondo un’economia di guerra, terrorizzando il pianeta perché è terrorizzato dall’ipotesi di doversi adeguare a un’economia di pace, nella quale il denaro pubblico non terrebbe più in piedi un sistema di privilegi economici ereditato dalla Guerra Fredda.

Pino Cacucci

A proposito di quest’ultimo argomento, consiglio vivamente la lettura del saggio di Jacques R. Pauwels, Il mito della guerra buona, edizioni Datanews.

URL dell’articolo: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/313/17.htm
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