di Riccardo Orioles *

Generazioni.
Questa è la terza generazione del movimento antimafioso. La prima, a metà Ottanta, era “il partito di Falcone e dei ragazzini”. La seconda, primi anni Novanta, fu quella che poi confluì nella Rete. Questa terza, che andava crescendo – per chi voleva vederla – da quasi due anni, si aggrega attorno all’associazionismo “apartitico”, in particolare Libera e l’Arci. Rispetto alle prime due, è cresciuta meno nel dramma e più nel lavoro quotidiano. Il suo capolavoro non è una fiaccolata o un corteo ma la paziente, e vincente, opera per la gestione sociale dei beni sequestrati ai mafiosi. A poco a poco, con cifre piccole ma via via sempre più consistenti, ha tradotto in realtà visibile la grande intuizione degli anni Ottanta (“I Siciliani”, il Centro Impastato) secondo cui il sistema mafioso, meccanismo non eversivo ma di classe e di potere, si batteva essenzialmente con la mobilitazione sociale. E questo, essenzialmente, è il filo di tutti questi vent’anni. Sia i “vecchi” che il nuovo movimento antimafioso sono cresciuti essenzialmente fuori dai partiti. All’inizio era ancora fortissimo (la prima manifestazione per dalla Chiesa partì dalla Fgci di Palermo) il peso della tradizione comunista, che però non coincideva esattamente con quella del partito nazionale (Licausi e Togliatti non erano la stessa cosa); la “politica” e il “partito” furono assunti dunque nei loro aspetti migliori, abbastanza marginali rispetto alle tendenze “modernizzatrici” del resto della sinistra italiana.

La Rete fu un partito, sì, ma alle origini non voleva esserlo affatto: piuttosto una specie di confederazione fra tante di realtà di base, espressioni spontanee della “società civile”, con una forte partecipazione di cattolici (che proprio in quel momento cambiò il baricentro della politica italiana). Di solito, quando si parla – fra “vecchi” – della Rete, la nostalgia riguarda quel momento fondante, e non l’infelice esperienza del vero e proprio partito, travolto da innocenti (ma pestifere) ambizioni personali e da un ingenuo desiderio di farsi “riconoscere” a tutti i costi dalla politica ufficiale. Alla fine, coi leader in lite per le candidature e i militanti ormai privi di timone, proprio a Palermo il candidato della destra (un vecchio arnese dell’estremismo fascista, Lo Porto) battè pesantemente il candidato della Rete, l’anziano e rispettatissimo giudice Caponetto. La crisi era morale, e profonda; e riguardava non tanto i politici quanto il rattrappirsi civile della popolazione. La Rete tuttavia, e il movimento antimafioso di cui essa era in gran parte rappresentante, non s’era attrezzata né politicamente nè culturalmente ad attraversare questo riflusso. E collassò.
La fine della Rete (il nuovo Ds non essendo neanche lontanamente all’altezza dei vecchi “communisti”) lasciò campo aperto al tipico riflusso ciclico della storia siciliana. Fallito Garibaldi (o Spartaco, o Giuseppe Alessi, o Licausi, o Orlando) l’ordine torna indiscusso e più feroce di prima. Pochi resistono, molti si chiudono nel privato, e la massa dei “sorci” torna a galla. Tale è la folla dei postulanti davanti al palazzo del nuovo vicerè, Cuffaro, che a un certo punto costui è costretto a dileguarsi attraverso l’antico sotterraneo costruito, nel palazzo reale, dai vecchi vicerè spagnoli. Resistono, nelle città e nei paesi, gruppi isolati di militanti. Resistono, apparentemente, più per dignità e per morale che per realismo. Eppure, anche questo sarebbe stato giustificato: il movimento antimafioso, cioè per la redistribuzione dei poteri in Sicilia, aveva toccato corde tanto profonde, aveva lanciato – con tutti i suoi limiti – un messaggio talmente radicale, da rendere assolutamente impossibile cancellarlo del tutto. Alla sua cancellazione dalla vita pubblica (per opera della destra, ma con la complicità di quasi tutta la sinistra ufficiale) corrispondeva anzi un suo più doloroso radicamento nella coscienza individuale.

La crisi Borsellino, adesso, è stata rapidissima. La destra andava verso una svelta e indiscussa vittoria elettorale, con l’unica incertezza sulla ripartizione dei posti fra destri puri (Cuffaro), destri frondisti (Lombardo) e centristi da acquisire in corso d’opera (Bianco), e si adoperava anzi per anticipare il più possibile la data delle elezioni. La sinistra ufficiale, reduce da sconfitte elettorali una più disastrosa dell’altra, proponeva affannosamente improbabili candidature di notabili, presentatori tv, industriali dei liquori e chi più ne ha più ne metta: buio fitto. Improvvisamente, prima dall’Arci e da Libera e poi ripresa dal “pool” dei piccoli partiti, spunta la parola d’ordine: “Borsellino!”. E altrettanto improvvisamente torna il sole. I militanti si mobilitano, la gente ricomincia a parlare di politica, la destra comincia a sollevare eccezioni sulle regole del gioco. Quella che sembrava una pacifica elezione di provincia diventa improvvisamente una scadenza politicca minacciosa e centrale, un caso Vendola moltiplicato per dieci. Miracolosamente (o forse no: poichè nel dna della nostra sinistra c’è anche questo sapersi sollevare al di sopra delle proprie miserie nei momenti cruciali) i leader tradizionali della sinistra, dapprima impappinati e confusi, stanno al gioco; i vari notabili fanno atto di sottomissione uno dopo l’altro. In questa fase è decisivo il ruolo di Claudio Fava, Leoluca Orlando e Beppe Lumia, i capi storici (veramente un pò logori) dell’antimafia dei partiti.
Improvvisamente ritornano i capipolo della loro bella stagione: appoggiano la Borsellino con tutte le loro forze, lasciando anche capire che se i partiti non ci staranno potrebbero andare avanti da soli. Intanto, in tutta l’isola, i comitati pro-Borsellino spuntano come funghi. Il resto è storia di ora. Si comincia a parlare – in pochi: ma se ne parla – di un governo regionale non bilanciato fra notabili di partito ma esemplarmente composto da tutti i capi riconosciuti dell’antimafia vecchia e nuova: da Orlando a Fava, da Tano Grasso alla Siracusa, da Lumia a Umberto Santino, tutti umilmente e orgogliosamente “comisarios” di un governo che da quel momento cesserebbe di appartenere a una sola regione per diventare prefigurazione ed esempio su scala nazionale.

E adesso? Fino a una settimana fa, bisognava parlare bene degli antimafiosi – del loro entusiasmo, del loro coraggio, del loro ostinatissimo rifiorire nelle condizioni più avverse – e dei più giovani specialmente, un vero dono di Dio a questa Sicilia dalla memoria lenta. Adesso però, adesso che – ecco, ora osiamo scriverlo – forse si vince, è il momento di dare uno sguardo severo, di cercare di individuare il più possibile i punti di debolezza, quelli che ci hanno fatto perdere l’altra volta (qualcuno deve pur farlo, e tanto di laudatori “adesso” ce n’è più che abbastanza). Il primo problema riguarda la mancanza di disciplina, di organizzazione e di coordinamento.
I comitati sono sorti dappertutto, e hanno lavorato benissimo, ognuno nella sua zona. Ma questo non basta. è bastato per vincere le primarie, probabilmente basterà per vincere le elezioni, ma non basterà assolutamente per governare. Per governare – per governare davvero, per *rivoluzionare* un assetto sociale che, con aggiornamenti minimi, è ancora quello del feudo e dei baroni – ci sono tutte le forze tranne quella, culturale ed etica, che nei decenni forma il common sense politico e l’organizzazione. Non bastano i sostituti: non basta – non basterà – affidarsi alle strutture (peraltro mediocri) dei partiti ufficiali, non basterà neanche ripetere l’errore della Rete e tentare, in mancanza di meglio, un ennesimo partito tradizionale. No. L’organizzazione politica nuova, che per vent’anni è stata in maturazione e di cui si riscontrano finalmente le condizioni, deve sorgere qui e ora. Non un altro partito, non contro i partiti, non al rimorchio dei partiti ma una rete, flessibile e complessa, egualitaria e competente, di cittadini profondamente pari fra loro, senza famiglie di notabili, senza palazzi.

Chi e contro chi.

“Non sono la candidata dell’antimafia”, “Folle la sfida antimafia contro mafia”, “Non bisogna scatenare la vecchia battaglia antimafia che non risolve niente”. Va bene: però per me la Borsellino è esattamente la candidata dell’antimafia, nè più nè meno, e la battaglia è essenzialmente fra movimento antimafia e poteri mafiosi. Non è “politico”? Non sta bene? Ok: ma anche Solidarnosc, che in teoria si batteva per aumenti salariali e cose del genere, in realtà era prima di tutto – volerlo o no – antisovietica. E per buone ragioni: gli aumenti salariali (e la libertà) non potevano arrivare se prima non se ne andavano i carri armati sovietici, che purtroppo erano lì, qualunquisti, impolitici, sfuggenti a qualsiasi articolo di Merlo o Stella, ma estremamente concreti. Così, se la mafia non se ne va, tutto il resto è poesia.
Non illudiamoci di votare a Stoccolma.

* Tratto dalla e-zine di Riccardo Orioles Catena di San Libero.

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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