È uscito il numero di novembre di A – rivista anarchica [ www.arivista.org ] del quale vi proponiamo un interessante articolo sulle genuflessioni dei partiti di fronte all’invasività della chiesa cattolica in Italia. In fondo troverete il sommario della rivista e i contatti per ricevere saggi omaggio o per abbonarsi.

di Carlo Oliva

Non è certo il caso di scandalizzarsi se gli uomini di chiesa s’intromettono nelle cose civili. È il loro mestiere e lo hanno sempre fatto, da che mondo è mondo, in forme assai più moleste di quelle cui ci è toccato di assistere negli ultimi tempi. In quanto portatori di un quadro valori tanto rigido da poter essere spacciato, nonostante certe palesi assurdità, per “naturale” (come a dire l’unico possibile), non si sono mai rassegnati a lasciarne l’applicazione alla libera scelta dei membri della comunità.
Sono convinti, sulla base di oscure speculazioni teologiche, che l’umanità, massa damnationis per definizione, abbia una deplorevole tendenza a sviarsi dal retto cammino (intendendo per tale quello che indicano loro) e considerano proprio dovere, anzi, proprio “compito pastorale”, riportarcela e tenercela. Lo fanno, a loro dire, per il bene stesso degli interessati e si capisce che in questa prospettiva il ricorso a un qualche metodo coercitivo è, non che lecito, doveroso.
La libertà di scelta, tanto in campo teoretico quanto sul terreno pratico, è strumento troppo pericoloso per lasciarlo a disposizione di tutti: capace sarebbe, la gente, di adottare comportamenti e costumi, sul piano morale e politico, tali da ostacolare l’esplicarsi nel mondo del piano provvidenziale. E non dite che certe questioni, come quelle sessuali e familiari, sono affatto private e che non si capisce proprio – per esempio – perché il clero dovrebbe dolersi se qualcuno che religioso non è decide di convivere senza sposarsi o di praticare l’omosessualità.
A parte il fatto che già il fatto stesso che qualcuno si dichiari non religioso – dal loro punto di vista – grida vendetta , non c’è materia, per quanto personale e privata, non c’è opzione possibile in cui la chiesa, forte della sua secolare saggezza e dell’assistenza diretta dell’Onnipotente, non pretenda di dire la sua. Impedirglielo sarebbe (è) abuso gravissimo.

Nervi saldi e tanta pazienza

Visto che noi, poveri laici, di quella assistenza non disponiamo e i nostri maestri hanno deciso, un paio di secoli fa, che non si può impedire a nessuno di credere in quello in cui crede (e di dichiararlo, se ne sente il bisogno) non possiamo far altro che lasciarli dire.
In fondo, i vari Ratzinger, Ruini e compagnia bella sono cittadini come gli altri e, come gli altri, possono dire tutto quello che pensano. Se ritengono che la procreazione assistita sia una iattura e le famiglie di fatto una catastrofe e le convivenze omosessuali un abominio, be’, devono poter dar voce a questo convincimento e li si può solo pregare di stare attenti a non offendere nessuno. Eventuali dubbi sulla loro buona fede, possibili sospetti sulla natura più terricola che oltremondana delle loro motivazioni, non autorizzano nessuno a togliergli la parola.
Il fatto che diano degli altrui convincimenti una raffigurazione distorta e caricaturale, vedendovi il riflesso di “comportamenti disordinati” e associandole all’ambigua categoria del relativismo, senza rendersi conto che nel pensiero moderno il valore della libertà di pensiero non discende affatto dalla incapacità di scegliere tra ipotesi diverse, bensì dalla consapevolezza che ciascuna scelta individuale, per chi la compie, non è affatto come relativa, ma è, al contrario, tale da impegnarci tutti a difenderla da qualsiasi tentazione altrui di sindacarla con la forza, dimostra che ci muoviamo, noi e loro, su piani troppo diversi per interagire proficuamente, ma non esclude la possibilità, anzi il dovere, del dialogo. Per cui, nervi saldi e portiamo pazienza.
Certo, tutto ciò rappresenta, se non proprio un’ingiustizia, sicuramente una asimmetria fastidiosa, ma non se ne scappa. La chiesa è ben consapevole della contraddizione (che è stata teorizzata da Joseph De Maistre agli inizi del XIX secolo) e ci lavora da un pezzo. Ci chiede la libertà per sé, in base ai principi del mondo laico, per potercela poi negare in base ai propri. E come se non bastasse aggrava la pretesa con un atteggiamento di perpetua e petulante recriminazione, come se i poteri e i privilegi di cui gode e dispone nella società d’oggi non fossero abbastanza e se l’essere stata privata dalle vicissitudini storiche della possibilità di un ricorso automatico al braccio secolare (il rogo, per intenderci) configurasse un intollerabile abuso.
Ma sono cose, naturalmente, cui dovremmo essere abituati. Sappiamo che ogni volta che il papa dichiara solennemente che Dio non può essere escluso dalla società o qualcosa del genere intende affermare soprattutto il proprio diritto a imporci (a farci imporre) per legge certe opzioni e certi comportamenti e, pur nel pieno rispetto di questa sua aspirazione, ci sentiamo tenuti a operare perché non la realizzi. Chi vivrà, come si dice, vedrà.
Quello di cui dovremmo tutti più proficuamente scandalizzarci, forse, è la corrività di tanti esponenti laici di fronte a queste singolari pretese. E non alludiamo, ovviamente, agli esponenti del centrodestra, sul cui laicismo, quando sia per avventura affermato, è sempre stato lecito dubitare, trattandosi notoriamente dei moderni eredi di quell’alleanza tra trono e altare che tanta acqua ha portato, nei secoli, al mulino della reazione.
Che certi noti ex miscredenti siano stati recentemente fulminati sulla via di Damasco del pensiero ruiniano e ratzingheriano non può stupire chi riflette su come, per il pensiero di destra, il valore sommo resti sempre quello del mercato, il che significa che tutto si può e si deve mercificare, per cui anche delle proprie idee è lecito disporre liberamente in cambio dell’appoggio che una struttura potente e articolata come quella della chiesa può assicurare nel momento del bisogno.
E poi loro non credono all’uguaglianza, né dei diritti né dei doveri. Personalmente si considerano affrancati da certi divieti che considerano inadatti agli strati più eletti della popolazione (basta guardare, per restare su uno degli argomenti del contendere più recenti, alla loro vita familiare), ma non per questo disdegnano l’opportunità di servirsi delle normative religiose per tenere al suo posto il popolo bue. Dovrebbero vergognarsi, naturalmente, ma è proprio grazie all’assoluta mancanza di vergogna che sono arrivati lì dove sono.

Un aspetto della contestazione a Ruini in occasione del convegno di “Liberal” a Siena

I diritti sacrificati

Ma gli altri, degli altri, santiddio, cosa dobbiamo dire? Come rispondere ai silenzi di Prodi, ai distinguo di Rutelli, agli outing interessati di Fassino e di Bertinotti? Anche loro, naturalmente, hanno il diritto di dire o non dire quello che pensano, oltre a quello di rivendicare, se lo giudicano opportuno, la propria familiarità con i vescovi, gli studi compiuti dai gesuiti, l’assidua ricerca del trascendente e quant’altro ritengono possa servire ad allontanare da loro la pericolosa nomea di mangiapreti, che evidentemente considerano pericolosa in vista dello scontro finale con la controparte.
Ma se a questa esigenza si sacrifica il dovere di garantire i diritti individuali, di difendere l’uguaglianza di tutti a prescindere dall’atteggiamento che ciascuno può assumere di fronte alla chiesa, allora si cade in una contraddizione ben più grave di quella dei tanti “atei devoti” che affollano le file della destra.
Ma chi milita da una certa parte, perbacco, al problema dei diritti individuali non può essere indifferente; sulla loro intangibilità non può transigere; sull’impossibilità di farne oggetto di scambio non può dubitare. Altrimenti lo scontro con la destra, già truccato sotto tanti aspetti, diventerebbe affatto indistinto dal punto di vista ideologico, riducendosi, per ben che vada, a un problema d’immagine e di capacità di pubblica affabulazione. E in questa notte oscura in cui tutti i gatti sono bigi la coscienza dei cittadini finirebbe irrimediabilmente per perdersi.
Già. A pensarci bene, è appunto quello che sta succedendo.
Ma allora?

Il sommario di A rivista anarchica novembre 2005

Carlo Oliva Clericalismo / Asimmetrie laiche (e non)
Antonio Cardella Germania / Un esito scontato
Andrea Papi Rappresentatività / Democrazia in pillole
Edoardo Puglielli Sfruttamento / La nuova schiavitù
Marco Pandin Musica&idee
Movimiento Libertario Cubano America Latina / Una rete senza centro
Sébastien Dubost e Gilles Lucas Francia / Lotta dura nei fast food
Felice Accame A nous la libertè / Il business della creatività
Francesco Codello Rassegna libertaria / Educatore e utopista
Ivan Bettini Rassegna libertaria / Una storia operaia
Raul Pantaleo Volontariato / Condividere valori e sogni
Paolo Lazzini Poesia / Fricassea
Mauro Macario Poesia / Parco della rimembranza
Alessio Lega … e compagnia cantante / Matteo Salvatore
*** Tamtam / I comunicati
Ippolita Cyberspazio / Open non è free
Massimo Ortalli Ritratti in piedi / Fiori a Marsiglia
The man of the moon Casella Postale 17120 / Sentirsi soli
Antonio Cardella e Ludovico Fenech Casella Postale 17120 / Un dibattito presunto
Donato Romito Casella Postale 17120 / La meglio gioventù
*** I nostri fondi neri / Sottoscrizioni

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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