di Nando Sigona

[da Diario, anno X n. 28, 15.7.2005]

L’appuntamento è alle tre all’ostello dove vivono nel sud di Londra, in zona cinque, ai margini dell’antico borgo di Bromley. Ho preso appuntamento con Mohamed e Saleh una settimana fa, volevo ascoltare la loro storia e chiedere che cosa significa essere rifugiati in Gran Bretagna. Poi ci sono state le bombe nella metropolitana. L’autobus 30, che collega il quartiere turco di Hackney con il centro della città, è saltato portandosi via la vita di bianchi, neri, immigrati, inglesi, musulmani, cristiani e atei. Così mi trovo sulla corriera per Londra con una serie di domande e dubbi nella testa. E anche paura. Le orecchie captano i rumori più improbabili, gli occhi scrutano le facce degli altri viaggiatori. Penso alla mia barba e alla carnagione scura e a cosa gli altri posso pensare di me. Forse avrei dovuto tagliarmela. Ogni borsa, zaino, sacca, anche il sacchetto nero dell’immondizia appeso al sedile alle mie spalle, diventano sospetti. Mi ritorna in mente il primo volo aereo dopo l’11 settembre, il sudore e la nausea fino all’atterraggio a Londra Stansted, poi di corsa ai bagagli per uscire prima possibile dall’aeroporto.

È venerdì, il giorno dopo le bombe. La corriera arriva alla stazione di Victoria in perfetto orario, la strade sono sgombre, o così mi sembra. Dalla fermata dell’autobus mi dirigo alla stazione ferroviaria. Il treno per Bromley parte dal binario due. Le persone attraversano gli immensi spazi della stazione come saette. Le casacche fluorescenti della polizia marcano il territorio e fanno da guida, e conforto, ai viaggiatori smarriti. I bar di solito affollati delle aree di attesa sono semi-deserti. I pochi avventori devono essere agenti in borghese o malintenzionati, penso preoccupato. Il treno è in orario. Di nuovo gli stessi sguardi scrutatori, dati e ricevuti. Arriviamo a destinazione in ventitre minuti. Secondo le indicazioni che ho scaricato da internet, c’è ancora un po’ di strada da fare. Devo prendere l’autobus 61 o il 267. Arriva prima il 61. È un autobus rosso a due piani, identico a quello che è saltato per aria a Tavistock Place. Con la scusa di non sapere dove scendere, resto al piano di sotto, vicino all’autista. È la prima volta che visito questa parte di Londra. Chiselhurst è una zona residenziale, le case a schiera si trasformano gradualmente in ville e la vegetazione si intromette negli interstizi tra i lotti, non i soliti prati inglesi, ma boschi di alberi secolari, cespugli di more e lamponi, e roseti. Quando le costruzioni iniziano a diradarsi, si insinua il dubbio di aver sbagliato strada e senza aspettare l’indicazione dell’autista decido di scendere. Sono nel mezzo di un bosco. Le poche case che aprono sulla strada sembrano sigillate, nemmeno un’anima a cui chiedere indicazioni. Mi incammino verso una zona che sembra più abitata. Nella vetrina di un’agenzia immobiliare sono esposte le foto di alcune proprietà della zona, i prezzi vanno da novecentomila a tre milioni di sterline. Ci manca ancora un miglio mi dice un operaio seduto in una land rover parcheggiata nel giardino di una villa in riparazione.

IL RIFUGIO

L’ostello non l’avevo visto. Non affaccia direttamente sulla strada, bisogna girare a destra, in un vialetto alberato. Ha un’apparenza distinta, mattoni rossi e qualche archetto a decorare le finestre. Mohamed mi guida nella sala comune, al piano terra. Ci sono alcune poltrone, un divano, due tavoli e uno specchio. Un ampio balcone apre direttamente sul giardino, una distesa di prato verde dove nei giorni di sole lui e il suo amico Felipe dell’Angola giocano a calcio per ore. Mohamed ha diciassette anni. È arrivato a Londra appena tre mesi fa con un programma di inserimento dell’ Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. È nato in Liberia, poi la guerra civile l’ha spinto alla fuga in Egitto, dove ha vissuto tre anni.
«Avevo appena quattordici anni quando ho lasciato la Liberia. Sono partito solo, non ho piu avuto notizie della mia famiglia da allora». Come era la vita in Egitto? «È stata dura, ogni aspetto della vita. Dipendi sempre dagli altri, non puoi lavorare. Ci sono regole e divieti ovunque e c’è molto razzismo contro i neri, anche nelle istituzioni».
Come sei arrivato qui?
«La situazione in Egitto era diventata insostenibile per varie ragioni. Ho avuto la fortuna di accedere al programma di rinserimento dell’ACNUR, loro mi hanno portato in Gran Bretagna». Nei tre anni in Egitto, Mohamed ha imparato a parlare arabo. Era l’unico modo per comunicare con qualcuno. Ora però preferisce non usarlo. « Qui dentro, nell’ostello, ci sono persone che passano tutto il giorno a parlare arabo. Qualche volta gli dico che dovrebbero fare uno sforzo per imparare l’inglese, ma loro niente».
Perché non ti piace parlare arabo?
«Per vari motivi – risponde, aspettando qualche secondo prima di aggiungere – mi ricorda quando ero in Egitto, e poi è la lingua dei terroristi, non mi piace che la gente pensi che parlo arabo».
Cosa ti aspetti dalla tua vita in Gran Bretagna?
«Quando sono arrivato, credevo di arrivare in una specie di paradiso. Tutto perfetto e accogliente. Ma non è stato così. Bisogna essere disposti a fare sacrifici. Ma questo è normale, ho capito dopo».
Saleh sta aspettando nella sua stanza. Lo chiamano con l’interfono e dopo pochi minuti e giù nella sala. Siamo seduti sul divano. Raccoglie le gambe sui cuscini e sorride. Ha quasi quaranta anni, di corporatura minuta. È curdo dell’Iraq e vive a Londra da quattro anni. «Ma sto all’ostello solo da otto mesi. Ho vissuto con dei lontani parenti per qualche mese agli inizi poi da solo, anche per strada. Dormivo nelle stazioni». Che programmi hai per il futuro? «Voglio prendere moglie. La mia famiglia mi ha trovato una ragazza in Kurdistan, devo andare in Iran per incontrarla. Poi torniamo qui, ma non a Chiselhurst. Qui è bello, c’è la natura, gli alberi. Ma non mi piace, nessuno parla la mia lingua. Mi sento solo».
Cosa pensi delle bombe nelle metropolitane?
«Non lo so, io sto in stanza tutto il giorno. Guardo la televisione. È meglio non uscire per strada in questi giorni, pensano che siamo tutti terroristi. Ma io sono curdo, sono stato nove mesi nelle prigioni di Saddam Hussein e non parlo nemmeno arabo».

A TINTE FOSCHE

Incontro il professor Zetter, esperto di politiche migratorie e di asilo politico, nel suo ufficio alla Oxford Brookes University. La stanza è piena di libri, foto, gingilli e immagini di luoghi lontani. Ci sediano su due poltroncine ricoperte di tela beige, a terra pile di carta e publicazioni varie.
Recentemente è apparsa nel volume collettaneo “Diritti rifugiati in Europa” (Relazioninternazionali) una sua analisi sulle politiche europe di asilo e la questione sicurezza, che conseguenze avranno le bombe di Londra sulla vita di rifugiati ed asilanti in Gran Bretagna?
«Sostanzialmente due e nessuna delle due positiva: prevedo un ulteriore inasprimento delle politiche migratorie e di asilo e una diffusa e generica colpevolizzazzione /a priori/ degli asilanti e dei migranti irregolari. L’equazione illegale uguale criminale, e probabilemente terrorista, si affermerà ancora di più, legittimando a sua volta controlli e divieti».
Quello che sta dipingendo è un quadro a tinte fosche. E se alla fine i colpevoli risultassero essere cittadini britannici, nati e cresciuti qui?
«La sostanza dei fatti non cambierà più di tanto per l’opinione pubblica e, in parte, per il governo. L’accellerazione subita negli ultimi giorni dal dibattito sull’introduzione della carta d’identità, che pure aveva susciatato un marea di critiche e cementato un’ampia coalizione contraria, ne è la prova. Temo che il governo userà gli attacchi terroristici per rompere questo fronte e far passare provvedimenti liberticidi e restrittivi come questo».
Che altre conseguenze avranno gli attacchi sulla vita civile del paese?
«In primo luogo- Zetter ribatte – qualsiasi tentativo di migliorare i rapporti tra le varie comunità etniche che convivono nelle nostre città corre il rischio di fallire. I tanti sforzi compiuti negli ultimi anni per recuperare le fratture prodotte dagli attacchi del 11 settembre rischiano di venire vanificati. La numerosa comunità musulmana britannica avverte la crescente ostilità della maggioranza. Ostilità che colpisce allo stesso modo musulmani autoctoni e nuovi arrivati, sia immigrati che rifugiati ».
C’è da dire, però, che la copertura che i media hanno dato agli attacchi è stata molto bilanciata. Tutti sembrano preoccupati da possibili ripercussioni di un atteggiamento allarmistico e accusatorio sulle relazioni interetniche.
«Ha ragione. Sin dall’inizio di questa drammatica vicenda, i media hanno tenuto un atteggiamento molto pacato e hanno cercato di non attizzare gli animi. Lo stesso governo, le prime dichiarazioni di Blair lo testimoniano, ha chiaramente mostrato di considerare prioritaria la questione del mantenimento della pacifica convivenza e solidarietà tra maggiornza e minoranze etnico-culturali». Ritorno al punto iniziale. Perchè allora si dice preoccupato per l’impatto degli attacchi sul diritto d’asilo? «Bisogna guardare alle conseguenze degli attacchi da molteplici prospettive. Nel breve periodo il governo ha interesse a mantenere la situazione per quanto possibile pacifica. Rischiare delle rivolte popolari contro i musulmani acutizzerebbe ancora di più la frattura esistente nel paese e sarebbe una vittoria per i terroristi che tentano di radicalizzare il conflitto sociale lungo linee religiose e frantumare la coesione sociale. Nel lungo periodo, però, si cercherà di accrescere i controlli sui residenti e restringere ulteriormente le possibilità di ingresso nel paese».

RIPERCUSSIONI

«Posso solo dire che ieri abbiamo ricominciato a bussare alle porte per cercare persone disponibili ad essere intervistate e in molti casi abbiamo trovato un’atmosfera piuttosto pesante, diversa dalle settimane scorse».
Alessio D’Angelo è un collaboratore del Dossier Immigrazione della Caritas e sta lavorando ad un progetto sull’accesso ai servizi sociali dei rifugiati nel borgo di Islington per la Middlesex University. Nelle ultime settimane ha battutte le strade di Islington alla ricerca di rifugiati disponibili a partecipare alla ricerca con un discreto successo.
«Ora – dice – molto più di frequente ci chiedono dettagli sul progetto con un’aria sospettosa, preoccupata e scettica. Qualche inglese incrociato per strada se n’è uscito con frasi tipo “dopo quello che è successo giovedì non voglio più aiutarla questa gente”, altri (inglesi e non) ci hanno fatto notare che “non è il periodo giusto per occuparsi di rifugiati”».
Il timore di un riacutizzarsi delle tensioni etniche ha spinto associazioni, organizzazioni politiche e religiose ad intraprendere misure ‘distensive’. Le due maggiori organizzazioni che riuniscono i musulmani di Gran Bretagna, il Muslim Council of Britain (accusato in passato di essere troppo vicino al governo laburista di Blair) e la Muslim Association of Britain (che ha svolto un ruolo chiave nel movimento pacifista inglese degli ultimi anni) hanno entrambe pubblicamente e senza riserve condannato gli attacchi terroristici. I leader dei principali gruppi religiosi hanno inoltre, in una dichiarazione congiunta, espresso la loro condanna degli attachi e invocato la solidarietà tra i loro correligionari. Ma la tensione è crescente.
Attacchi verbali e fisici contro moschee, luoghi di incontro e negozi frequentati da musulmani si sono ripetuti in tutto il paese a partire da giovedì. Due uomini hanno versato della benzina attraverso la buca delle lettere della moschea di Shajala, a Birkenhead, appiccando il fuoco subito dopo.
Considerata la situazione., Iqbal Sacranie, segretario del Muslim Council, ha invitato i musulmani, sopratutto le donne per la loro riconoscibilità a causa della hijab, a limitare per quanto possibile le uscite per strada e a muoversi in compagnia. Le parole di un giovane musulmano nel forum di discussione del Guardian racchiudono lo stato d’animo di molti: «Mi accusano per qualcosa di cui avrei potuto facilmente essere vittima. All’inizio, non lo credevo possibile – sicuramente la gente capirà che non tutti i musulmani sono responsabili degli attacchi, pensavo. Ma il mio cuore è andato a fondo quando, poche ore dopo le bombe, ho saputo che il Muslim Council of Britain aveva ricevuto migliaia di email ingiuriose. Questo […] mi deprime e mi lascia un sentimento di frustratione e sfiducia».

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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