di Andrea Gallina *

Quando Marx scriveva su Die Presse il 31 dicembre del 1862 sulle conseguenze economiche di una probabile guerra tra Inghilterra e Stati Uniti per il controllo del cotone, concluse che “nessuno in Inghilterra osa raccomandare la guerra per il bene del solo cotone. Sarebbe meno caro dare da mangiare a tutti i distretti del cotone per tre anni a spese dello stato che entrare in guerra con gli Stati Uniti per un anno”.
Ad un anno dall’inizio dell’invasione dell’Iraq da parte della coalizione alleata guidata dagli Stati Uniti ancora non è chiaro se la guerra sia stata fatta per questioni di sicurezza nazionale (la lotta preventiva al terrorismo), per il controllo del petrolio, per ridurre una ipotetica egemonia regionale dell’Iraq in Medio Oriente, per soddisfare l’esigenza di egemonia mondiale di alcuni settori ultraconservatori degli Stati Uniti, o “semplicemente” per questioni economiche: cioè mettere in moto l’economia di guerra con tutte le implicazioni sul piano dell’indotto scientifico-tecnologico. Ridurre le cause ad uno solo di questi fattori è un limite, alla loro concomitanza è improbabile. Rimane il fatto che un punto centrale ma poco dibattuto è che la guerra in Iraq segna un passo importante nella trasformazione in corso del sempre mutabile e imprevedibile Capitalismo. Il capitalismo del XXI secolo è quello del warfare, dei giochi di guerra, dell’economia della “pace” e della “sicurezza”.

Qualsiasi siano le ragioni della guerra, questa c’è ed è un affare serio. E anche se i suoi fini non sono solo quelli militari e imperialisti ha comunque bisogno di un mega-apparato mediatico, politico e militare di dimensioni notevoli in grado di mistificare, convincere e operare per la causa comune della “democrazia” e delle “libertà individuali”. E sulle spalle di questo mega-apparato c’è chi si arricchisce anche con il rischio di rimetterci le penne.

Le conseguenze economiche di ogni guerra sono state di solito stimate da due punti di vista: 1) i probabili effetti sull’economia dell’aggressore e sull’economia mondiale, solitamente calcolati prima dell’inizio delle ostilità; 2) le conseguenze per il paese “liberato”, solitamente calcolate appena finite le ostilità. A questi due esercizi aggiungo un terzo, cioè le conseguenze economiche della guerra durante il conflitto e legate all’indotto scientifico-tecnologico-industriale e dei servizi creato dai bisogni della guerra.

Le stime prima del conflitto

Nel febbraio del 2003 quando ormai l’invasione era quasi pronta e data per scontata si scatenò negli Stati Uniti un acceso dibattito sul costo della guerra. L’economista -professore all’Università di Yale- William Nordhaus pubblicò un rapporto sulle conseguenze economiche della guerra in cui evidenziava che i costi dell’invasione nello scenario peggiore (vicino a quello che si sta verificando oggi) sarebbero stati di 140 miliardi dollari solo per le spese militari e fino a 600 miliardi di dollari per l’occupazione, ricostruzione e aiuti umanitari. A queste cifre sulle quali molti hanno concordato aggiungeva che circa 1200 miliardi di dollari dovuti a inflazione, aumento prezzi del petrolio, deficit, etc. sarebbero stati letteralmente bruciati nel giro di pochi anni. Il punto più importante di questo studio fu però quello di mettere in evidenza che nella storia il costo previsto delle guerre è stato sempre ampiamente sottostimato.

Premesso questo, le stime prodotte dall’Ufficio del Tesoro del Congresso americano indicano che 10 miliardi di dollari spesi in armamenti generano 40 mila posti di lavoro in meno rispetto allo stesso ammontare speso in programmi civili. A questo aggiunge l’economista americano Richard Yoder della Eastern Mennonite University, la concentrazione della spesa in beni non di consumo, cioè i B-52 e le bombe a grappolo, fa aumentare l’inflazione. Ma la memoria umana è notoriamente corta. Nel 1953 il generale Dwight Eisenhower disse che “per ogni pistola prodotta, ogni nave da guerra armata, ogni missile lanciato significa nel fondo che una rapina è stata fatta a quelli che sono affamati e non sono nutriti, a quelli che hanno freddo e non sono vestiti”. Con il budget per la spesa militare in Iraq si potrebbero assumere negli Stati Uniti circa 1 milione e mezzo di insegnanti scolastici e avere classi meno numerose; formare circa 7 milioni di lavoratori che hanno perso il lavoro negli ultimi tre anni, aumentare la spesa per l’aiuto allo sviluppo come fu fatto con il Piano Marshall. Ma i potenti non ascoltano, perché loro sono i primi a trarre beneficio dalla guerra.

Il business della guerra durante il conflitto

Ma chi sono questi nuovi signori della guerra? Non solo l’intreccio tra politica e business raggiunge con la questione irachena livelli mai registrati precedentemente, ma registra anche un giro d’affari che fa invidia a molti imprenditori.

Dall’ex Ministro della Difesa Henry Kissinger direttore della Kissinger Associates una consulting company che annovera tra i suoi clienti Osama Bin Laden e la CIA, al vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney ex direttore della Kellog Brown & Root sussidiaria della Halliburton Texas (ancora oggi la maggiore impresa contrattista per il mistero della Difesa -nonostante gli scandali di maggiorazione dei prezzi in cui fu coinvolta durante la guerra in Iugoslavia), e dal primo “sceriffo” americano per la ricostruzione e gli aiuti umanitari in Iraq Jay Garner presidente della SYColeman (dalla quale dipende il sistema dei missili Patriot) fino al Ministro della Difesa Donald Rumsfeld, le personalità politiche che hanno occupato e che occupano posti di rilievo nel governo degli Stati Uniti hanno interessi economici diretti nel conflitto in Iraq.

Ma come è potuto succedere che la guerra –un settore tradizionalmente pubblico- sia stata privatizzata con tale efficienza e rapidità? Le strategie di warfare moderno rispondono alla logica del capitalismo: flessibilità, “core competence”, outsourcing e razionalizzazione. Soltanto la consulenza richiesta nel 1992 dall’allora ministro della difesa Dick Cheney per capire come il settore privato può aiutare le truppe americane nelle zone di guerra è costata circa 9 milioni di dollari. La società incaricata? La Brown & Root (successivamente si chiamerà Kellogg Brown & Root) di cui Cheney diventerà direttore esecutivo nel 1995 e fino al 1999. L’opportunità offerta da questo nuovo mercato dell’industria militare privata è troppo grande per essere offuscata da questioni etiche. Dal 1994 al 2002 il ministero della Difesa degli Stati Uniti ha stipulato 3061 contratti con 12 imprese militari private del valore di 300 miliardi di dollari (e pensare che con soli 11 miliardi dollari si potrebbe risolvere il problema dell’accesso all’acqua potabile per 1 miliardo di persone!). Il 90% di questi contratti è in mano a due sole imprese la Kellogg Brown & Root e la Booz Allen Hamilton il cui direttore esecutivo Ralph Shrader è stato onorato nel 2001 del prestigioso premio David Sarnoff che si dà a personalità che hanno dato un contributo significativo alla pace nel mondo (!)

I costi della guerra a conflitto concluso

E che dire dell’Iraq postbellico? Chi si farà carico della ricostruzione?

Nella storia il successo della guerra è determinato dal successo della pace. Nel 1919 John Maynard Keynes scriveva che l’imposizione delle riparazioni alla Germania sconfitta fu “abominevole e detestabile”. Oggi l’economista di Princeton Alan Krueger si domanda: “l’Iraq postbellico assomiglierà alla tragedia della Germania della Prima Guerra Mondiale o al successo della Germania della Seconda Guerra Mondiale?”. Anche se i piani di ricostruzione non sono molto conosciuti, la spinta prevalente all’interno dell’amministrazione Bush tende più per la prima ipotesi. Forse l’Iraq non subirà lo stesso diktak ma la nebbia della crisi finanziaria che avvolgerà l’Iraq postbellico sarà più fitta delle peggiori tempeste del deserto.

Per finanziare la guerra in Iran, l’invasione del Kuwait e la Prima Guerra del Golfo Saddam Hussein ha preso in prestito ingenti somme di denaro (anche americano e italiano), a cui si aggiungono i 320 miliardi di dollari di richieste di indennizzo ricevute dalla Commissione delle Nazioni Unite per le Compensazioni dal Kuwait. In totale secondo lo studio del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali di Washington (www.csis.org) le obbligazioni contratte dall’Iraq ammontano a circa 400 miliardi di dollari. Con una popolazione di 24 milioni di persone questo significa che ogni cittadino iracheno, donne e bambini compresi, avrà circa 16 mila dollari di debito, cioè sei volte il reddito pro capite annuo di 2500 dollari recentemente stimato dalla CIA. Rispetto alla Germania post I Guerra Mondiale le riparazioni dell’Iraq saranno in proporzione tre volte maggiori, il debito estero che si accumulerà sarà di dieci volte quello attuale in Argentina e Brasile (noti debitori) e assorbirà il 50% delle esportazioni per un numero di anni indefinito. Le conseguenze per gli investimenti esteri e per l’economia sono facilmente prevedibili. E le soluzioni? Secondo gli autori del rapporto “Una pace più saggia: una strategia d’azione per l’Iraq postbellico” Fredeick Barton e Batsheba Crocker (www.csis.org/isp/pcr/index.htm) le misure da adottare sono quelle della moratoria di cinque anni (sul modello della proposta del Club di Parigi per la Iugoslavia) e l’arresto immediato del pompaggio del petrolio da parte dell’ONU per rimborsare il Kuwait.

Oppure c’è chi va oltre come gli economisti di Harvard Michael Kremer e Seema Jayachandran, sostenendo che il debito contratto da un regime repressivo non può essere trasferito ai governi successivi, anche se, concordano i due economisti, l’Iraq a differenza di Haiti, Serbia, Bosnia, Afghanistan o Ruanda può generare valuta estera e quindi con una moratoria di qualche anno si potrebbe rianimare l’economia irachena asfissiata dalla guerra. Ma come la pensano Putin, che ha un credito con Saddam di 64 miliardi di dollari, e Chirac e Schroeder, anche loro tra i maggiori creditori? Il problema del debito dell’Iraq solleva non solo una questione importante di diritto internazionale, ma soprattutto diplomatica: chi si affaccerà per primo alla porta della Casa Bianca per chiedere le dovute riparazioni?

Il dibattito tra gli economisti, a poche settimane dall’entrata in scena delle Nazioni Unite, rassomiglia vagamente a quello tra Keynes e Veblen nel 1920 quando di fronte all’allarmismo di Keynes l’economista di Chicago rispondeva che si trattava di un errore di valutazione, di un gioco diplomatico che Keynes avrebbe sopravvalutato con eccesso di fantasia …invece venti anni dopo la storia gli dava purtroppo ragione.

In attesa di una nuova conferenza di Parigi non ci resta che aspettare di fronte alla CNN in attesa di vedere altre immagini di odio e rancore, di politici impegnati a farsi notare in televisione o di cittadini occidentali coperti di sangue in seguito all’ennesimo attentato. Oppure, non ci resta che rispondere con un grido di pace all’arroganza di chi con questa guerra ciecamente si arricchisce. Anche se non spetta a noi prevedere oggi quello che non accadrà domani è meglio -diceva Keynes- avere una vaga ragione che essere precisamente in torto.

* Andrea Gallina è direttore del Centro Federico Caffè,
Dipartimento di Scienze sociali, Università di Roskilde
Danimarca
Questo articolo è tratto dal forum del sito del Gruppo di Lugano [www.ilgruppodilugano.it/].

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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