di Massimo Virgilio

Uno stato può decidere di tutelare i propri interessi all’estero senza affidarsi alla mediazione delle istituzioni sovranazionali preposte a questo compito, ma intraprendendo azioni, anche violente, unilaterali e in spregio delle norme di diritto internazionale. Tale stato finisce così per rappresentare un elemento di forte instabilità per tutta l’area nella quale si trova ad operare. Se poi ad avere un simile atteggiamento è la nazione più potente del mondo, dotata di un’economia con ramificazioni in ogni settore e in ogni continente, di una tecnologia avanzatissima e di un apparato militare che non teme eguali, allora l’instabilità non può che coinvolgere il mondo intero. Ne è convinto Noam Chomsky, professore di linguistica al Massachusetts Institute of Technology e noto esponente della cultura libertaria americana. L’unilateralismo degli Stati Uniti – scrive l’intellettuale radicale nel suo saggio-intervista dal titolo “Presidente Bush”, edito da Rizzoli – accompagnato da un’aggressività e da un attivismo militare senza precedenti nella storia, “hanno fatto crescere considerevolmente la paura e il disgusto – l’odio, a volte” nei confronti del governo di Washington. L’America dei neconservatori si sente un Impero. E come tale si comporta. La realtà è però più complessa. Se si considera la sola forza militare, allora gli U.S.A. possono effettivamente essere definiti un Impero. “Non vi è mai stato nulla che corrispondesse neppure lontanamente al predominio militare sul mondo detenuto oggi dagli Stati Uniti”, afferma al riguardo l’autore. Ma se si analizza la questione dal punto di vista della forza economica, industriale e finanziaria, allora le cose cambiano. Il sistema americano, infatti, non è il solo esistente. Esso è costretto a fare i conti con un’Europa sempre più forte, con al centro la Germania e la Francia, e con un sistema asiatico, incentrato sulla Cina e sul Giappone, in continua espansione. Questo fatto, seppure reale, è però privo di valore per l’amministrazione statunitense. L’apparato bellico statunitense è talmente vasto, ben equipaggiato, efficiente e quindi potente da non temere rivali. E i falchi di Washington vogliono utilizzare tale strapotere militare per sostenere gli affari americani ovunque nel mondo. Per Chomsky il loro pensiero è chiaro: “Noi abbiamo le armi, faremo quello che ci pare e piace. E se non vi sta bene vi allungheremo un bel ceffone”. Nella loro visione la guerra diventa uno strumento, neppure tanto estremo, per affermare gli interessi nazionali sempre e in ogni luogo. L’approvazione delle Nazioni Unite o di paesi alleati non è indispensabile per agire sullo scacchiere internazionale. Se questa approvazione c’è, bene, altrimenti se ne può fare tranquillamente a meno.

E’ questo atteggiamento prepotente e prevaricatorio a preoccupare la gente. La quasi totalità della popolazione del pianeta pensa “che gli Stati Uniti siano la maggiore minaccia per la pace mondiale” e avverte come un pericolo gravissimo per l’equilibrio del pianeta l’intenzione “aperta e manifesta” della dirigenza americana “di dominare il mondo attraverso la forza e assicurarsi che per il futuro non vi sia alcuna possibilità d’opposizione”.
L’11 settembre ha dato l’occasione a Bush e ai suoi consiglieri di mettere in pratica quella che fino a quel momento era solo un’idea che circolava nel ristretto ambiente neoconservatore: salvaguardare e sviluppare a livello planetario gli affari dell’Impero americano, usando “liberamente la forza militare contro ogni potenziale minaccia” alla sua egemonia globale. E così, con la scusa di tutelare la propria sicurezza, Washington ha inviato truppe e armi prima in Afghanistan e poi in Iraq. Se l’intervento armato contro l’oscurantista regime dei taliban a Kabul ha potuto trovare una giustificazione nell’appoggio – campi d’addestramento, finanziamenti, reclutamento – che tale regime forniva ad Osama bin Laden e alla sua organizzazione terroristica al Qaeda, l’attacco contro la spietata ma laica dittatura di Saddam Hussein a Baghdad, che nulla ha avuto a che fare con gli attacchi alle Torri Gemelle, non è stato facile da giustificare agli occhi dell’opinione pubblica americana e mondiale. L’opposizione al conflitto iracheno, imponente e generalizzata, “ha obbligato il governo a ricorrere ad una massiccia campagna propagandistica, con la collaborazione di tutti i media, per convincere un pubblico poco propenso a ritenere l’Iraq una minaccia imminente per gli Stati Uniti e direttamente coinvolto nelle azioni di terrorismo, compresi gli attacchi dell’11 settembre”. Per coprire le vere motivazioni dell’invasione organizzata contro Saddam, vale a dire impossessarsi dei ricchi giacimenti petroliferi iracheni e far affluire nelle casse delle multinazionali a stelle e strisce miliardi e miliardi di dollari derivanti dalla partecipazione alla ricostruzione post bellica dell’Iraq, Bush ha dovuto ricorrere a dosi massicce di “vere e proprie menzogne”. Ma “fare ricorso alle menzogne implica il fatto che, quando poi si viene a conoscenza della verità, la gente prova un grande scetticismo nei confronti” di chi quelle menzogne ha pronunciato. Ed è proprio quello che è capitato al Presidente americano da quando i retroscena del conflitto iracheno sono diventati di pubblico dominio. “Il significato fondamentale della presenza militare statunitense risiede nell’affermazione del controllo degli Stati Uniti sulle riserve energetiche del Medio Oriente, che sono di gran lunga le più significative del mondo, con la prospettiva di diventarlo ancora di più negli anni a venire”.
E la democrazia che l’amministrazione Bush ha dichiarato di voler esportare, dopo l’Afghanistan e l’Iraq, in tutto il Medio Oriente?

Non è forse vero che le bombe e le cannonate americane sono servite a distruggere due regimi disumani che altrimenti avrebbero continuato ancora per lunghi anni a seminare la morte fra le rispettive popolazioni? Non è forse vero che grazie ai soldati statunitensi due popoli prima oppressi hanno finalmente potuto imboccare la via che, seppure fra grandi difficoltà, li porterà alla libertà e all’autodeterminazione? La risposta di Chomsky a queste domande è tagliente. Non si tratta che di “retorica meravigliosa”. E’ “più che auspicabile” che nella regione si sviluppino movimenti democratici, ma è anche certo che “se fosse data voce alla popolazione, probabilmente non sarebbe una voce che gli Stati Uniti vorrebbero ascoltare, o che tollererebbero”.
Recenti e accurati sondaggi internazionali, infatti, hanno messo in evidenza il fatto che “la maggioranza delle popolazioni – dal Marocco al golfo Persico – desidera una maggiore partecipazione dei religiosi islamici alla politica”, e la quasi totalità è convinta che l’occupazione del suolo iracheno da parte delle truppe americane “sia motivata solo dall’interesse a controllare il flusso petrolifero in Medio Oriente e ad appoggiare l’estensione del potere israeliano”. L’autore, poi, si mostra in disaccordo con quegli analisti che ritengono l’abbattimento della dittatura di Saddam Hussein, la pacificazione e la democratizzazione dell’Iraq utili a rendere più prossimo il raggiungimento della pace fra israeliani e palestinesi. “Dipende – scrive – da che tipo di pace si abbia in mente. Da un certo punto di vista, le conquiste di Hitler in Europa avrebbero potuto portare la pace, proprio com’era suo intento dichiarato. Perfino i regimi più efferati adottano la retorica più enfatica. E le conquiste tedesche avrebbero portato la pace, se i russi non avessero inflitto una pesante sconfitta alle loro armate e gli americani e gli inglesi non fossero intervenuti. Ora gli Stati Uniti si aspettano che questa nuova, imponente dimostrazione di potere porti quel genere di pace prodotto dalla resa”.

Sono anni ormai che Noam Chomsky attraverso libri, articoli e interviste descrive gli U.S.A. come uno Stato terrorista. Le ferme denunce nei confronti dell’arrogante violenza che ha caratterizzato l’operato delle amministrazioni, democratiche e repubblicane, che nei vari decenni si sono succedute a Washington gli hanno procurato l’astio del governo americano, il quale, come ha dichiarato lo stesso Chomsky, “probabilmente” lo fa costantemente sorvegliare dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. La guerra di Bush e dei falchi neoconservatori contro l’Iraq non ha fatto altro che rafforzare l’autore nelle sue convinzioni. Gli Stati Uniti d’America, scrive senza tanti giri di parole, “utilizzano un certo tipo di terrorismo (…) diretto prevalentemente verso l’esterno. Sono un grande Stato terrorista a livello internazionale”. La gente deve rendersi conto che l’aggressività americana rischia di precipitare il mondo intero nel baratro di un conflitto armato generalizzato e permanente, nel quale tutti si arrogano il diritto di intervenire con la forza, anche preventivamente, contro chiunque rappresenti una minaccia ai propri interessi.

La violenza più volte usata dagli U.S.A. nei suoi rapporti con altre nazioni e altri popoli, della quale l’occupazione dell’Iraq non è che l’ultimo esempio in ordine di tempo, anziché favorire la pace e la concordia, ha stimolato “la proliferazione delle armi di distruzione di massa” e ha fomentato il terrorismo. A questa violenza, che rappresenta una grave minaccia per l’intera umanità. ci si deve quindi opporre nettamente e ostinatamente. Senza illudersi che tale opposizione possa essere attuata dall’alto, ad opera, cioè, degli stati, dei governi, dell’O.N.U. “Il punto è – conclude Chomsky – che gli apparati di potere non sono enti morali. Anzi, non si trovano nemmeno entro il dominio della morale. Ne discutono, però non valutano le cose in termini morali”. Solo la popolazione può valutare e agire in termini morali perché solo essa conosce quale è il suo vero bene. Spetta alla gente, dunque, il compito impegnativo ma fondamentale di contrastare la violenza di quelle amministrazioni, negli Stati Uniti d’America come nel resto del mondo, che sacrificano gli interessi dei cittadini a beneficio degli affari delle grandi corporazioni che le sostengono e le finanziano.

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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