[b]di Fabio Gavelli[/b]

Bella la nuova Kia Cerato, motore 1500 turbodiesel, 16 valvole. E costa “solo” 12 mila 870 euro, come informa la pubblicità sui maggiori quotidiani. Peccato che quell’auto dovrebbe costare 100 mila dollari. Sarebbe la cifra necessaria se nel prezzo della macchina fossero compresi tutti i costi che normalmente vengono scaricati sulla collettività: inquinamento, rumore, incidenti. Il calcolo non è casuale, è la stima fatta da Todd Litman (1), del Victoria Transport Policy Institute, un centro di studi ambientali del Canada. Ha semplicemente inserito quelle che gli economisti chiamano “esternalità” nei costi di produzione del bene. Un processo che vale anche per altri beni e servizi. Di recente due studiosi inglesi, Lang e Pretty (2), hanno valutato che i prezzi di frutta e verdura contengono costi “nascosti” pari all’11,8% dovuti soprattutto alle lunghe percorrenze fra il campo e la tavola. Nei manuali di economia si continua a leggere che i prezzi sono l’incontro di domanda e offerta, ma questo non accade praticamente mai. Quando non sono i produttori a fissare direttamente il prezzo (nel caso di monopoli e oligopoli), ci pensano i dazi, i sussidi e mille altre forme a “correggere” quello che viene spacciato per libero mercato. Nessuno poi valuta i costi della distruzione dell’ambiente: quelli restano a carico della comunità. Profitti per pochi, costi per tutti. I prezzi attuali non sono equi, nè trasparenti. Primo punto: occorre spendere energie per diffondere questo pensiero e trasformare i sudditi dello spot in consumatori critici.

I COSTI DEL MONDO IN COSTRUZIONE

Siamo talmente imprigionati e indottrinati dai messaggi pubblicitari che ci piovono addosso, che siamo (quasi) tutti persuasi che “fare a meno” di qualche oggetto potrebbe essere vissuto come una catastrofe. Paolo Barnard nel suo articolo Porto Alegre e il costo di un altro mondo possibile se lo chiede esplicitamente: “Quali saranno le rinunce al consumo che ci toccheranno? Potrò volare Roma-Londra-S.Francisco-N.York per 1400 euro? Quante auto a famiglia?”. Insomma, per essere più buoni e più etici, quanto bisognerà soffrire? Si dice spesso che tutto il sistema ruota attorno a 800 milioni di consumatori ricchi. Per soddisfare loro (dunque noi) bisogna imporre povertà e sottosviluppo a tre miliardi di persone. In realtà va considerato anche il miliardo e 200 milioni di consumatori “affluenti” – diciamo la media borghesia – di cinesi, indiani, messicani e degli altri paesi in via di sviluppo, come ricordano gli studiosi Myers e Kent nel loro libro sui nuovi consumatori (3). La realtà dunque è molto variegata. Cominciamo con i privilegiati: c’è chi si può permettere la Twingo e la cambia ogni 10 anni e chi si compra il motor yacht da 25 milioni di euro. Per questi ultimi, “l’altro mondo di Porto Alegre” sicuramente sarebbe un dramma. Ma sono pochissimi, anche se hanno un potere enorme. Ma tutti gli altri? Davvero avranno solo da perdere da un mondo più equo e più responsabile dal punto di vista ambientale? Thoreau scrisse a metà dell’Ottocento che la massa degli uomini vive vite di quieta disperazione (4). Da allora questo vuoto è stato riempito soprattutto di oggetti. A lungo ci ha dato l’ebbrezza, da tempo non è più così. Se fossimo davvero felici, non parleremmo di paradosso della felicità: in base a questa teoria economico-sociale gli americani hanno raggiunto il top alla fine degli anni Cinquanta, poi tensioni sociali, stress e depressione hanno preso a dilagare. E dire che alcune vie d’uscita si vedono. Un esempio: abbiamo talmente radicata in noi l’idea della proprietà delle cose, che ci sembra rivoluzionario un concetto semplice: passare dalla proprietà all’uso. In “Sobrietà” (5), Gesualdi ci ricorda che possedere un’auto significa sacrificarle 500 ore di lavoro all’anno. A una persona equilibrata l’auto serve per andare da un posto a un altro, non la carica di altri significati. Il car sharing va in questa direzione. Posso fare a meno di acquistare un libro, se lo trovo alla vicina biblioteca pubblica, non avrò bisogno di una lavatrice mia, se (come accade già in Germania) ce ne sono un paio nelle cantine del condominio. Se è vero che il cambiamento spaventa, potremmo anche andare incontro a delle sorprese.

FERMARE CINA E INDIA?

Ma i nuovi abbienti, quel miliardo e passa di persone dei Paesi in via di sviluppo che da poco tempo possono comprarsi tv color, telefonini e automobili, ancora non sono stanchi di questo standard di vita. Anzi. Gli abbiamo venduto con i sistemi più raffinati il brand occidentale, non possiamo pensare che la sobrietà li affascini. Chi può avere l’autorevolezza per chiedere che quei Paesi non commettano gli stessi errori nostri? In base a quali ragionamenti potrà almeno essere preso in considerazione? Perché un freno si imporrà, se non altro per ragioni ambientali: i 170 milioni di cinesi motorizzati che si prevedono entro il 2020 non tarderanno a produrre effetti devastanti. I Paesi più ricchi potranno suggerire e promuovere uno sviluppo responsabile solo se loro per primi l’avranno adottato.

UN PASSO ALLA VOLTA

Forse è vero che i movimenti sociali si sono soprattutto concentrati nella critica all’attuale sistema e a tratteggiare uno scenario molto lontano. Si intuisce la meta all’orizzonte, ma non è chiaro il percorso per avvicinarsi. Se “l’altro mondo di Porto Alegre” non è alle porte, vale la pena prepararsi a un lungo periodo di transizione. In questo senso, non ci si muove nel vuoto. Il consumo critico, il commercio equo e solidale, la microfinanza, i gruppi di acquisto, i bilanci di giustizia, i sistemi locali, le tecnologie ad alta valenza ambientale: sono tutti passi concreti. Non sono la soluzione del problema, ma indicano un cambiamento di rotta. E’ ancora poco? Certo che sì, anche se fino a una decina d’anni fa non c’era quasi nulla. Ma le buone pratiche, quelle che nascono dal basso e non i modelli teorici, andrebbero fatte conoscere di più affinché germoglino sul territorio. Contribuirebbero a diffondere anche un diverso modello culturale: quello che volentieri scambierebbe l’ultimo telefonino o le “sneaker” di Shaquille O’Neal per qualche ora in più da spendere con gli amici, a leggere un libro o a correre in un parco. Moltiplicare le esperienze virtuose, mettendo in pratica la strategia della lumaca, mi sembra un metodo valido anche per evitare che un’eventuale contrapposizione fra sostenitori della decrescita felice e timorosi della decrescita punitiva finisca per paralizzare ogni azione di cambiamento.

Note.
(1) Kalle Lasn, “Culture Jam” – Mondadori
(2) www.sciencedirect.com
(3) N.Myers-J.Kent, “I nuovi consumatori” – Ed.Ambiente
(4) H.D.Thoreau, “Walden, ovvero la vita nei boschi” – Mondadori
(5) F.Gesualdi, “Sobrietà”, Feltrinelli

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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