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Tempo fa sul Manifesto si è parlato della campagna in corso per la limitazione della diffusione delle Suv (Sport utility vehicles) in città; gli articoli hanno suscitato in alcuni lettori reazioni emblematiche dell’intreccio mostruoso di conflitti d’interesse che rende così maledettamente complessa la discussione sul problema del potere e delle sue espressioni, anche sulle strade. Per esempio, una lettrice molto indignata e di sinistra ritiene che non sia serio occuparsi dell’esplosione dei fuoristrada sulle nostre vie, urbane ed extraurbane. Non riesco a immaginare come definirebbe l’occuparsi, come mi capita di fare, del ruolo della bicicletta nella dinamica di destrutturazione e redistribuzione del potere nelle organizzazioni umane. La signora, che peraltro avrà le sue rispettabili ragioni per possedere un gippone diesel, afferma tra l’altro di sentirsi sicura nel suo superbo veicolo. E infatti la questione non è tanto la pericolosità di queste super-automobili per chi ci viaggia dentro (tuttavia l’argomento è controverso ed esistono test su strada interessanti in termini di tenuta e di frenata), quanto per chi ne subisce il violento impatto. I soggetti che vedono diminuire il loro livello di sicurezza sono gli esseri umani, pedoni e ciclisti in primis, contro i quali la signora di sinistra, con la sua massa enorme, rischia di schiantarsi. Tra l’altro, come ad alcuni sarà noto, i rischi rappresentati dall’impatto di questi e di altri veicoli sul corpo umano sono oggetto di una direttiva europea che dovrebbe indurre i costruttori a pensare un po’ di più alle conseguenze sui pedoni e sui ciclisti in caso di investimento.
Le condizioni di distribuzione del reddito date nella nostra società, come la signora potrà facilmente intuire, non consentono a ogni cittadino o nucleo familiare di dotarsi di una Suv: i più uguali (sicuri) degli altri in caso d’impatto tra veicoli sono tendenzialmente i più ricchi (di destra o di sinistra) possessori di gipponi o di altre vetture di ambiziose dimensioni e dotazioni di sicurezza.
In altre parole, siamo di fronte a una delle innumerevoli sfere nelle quali si riproducono le diseguaglianze di reddito e una delle loro principali manifestazioni empiriche: i più poveri muoiono o si ammalano di più e prima degli altri.
Alla stessa stregua si può osservare che la signora nel gippone diesel si permetterà, in virtù del suo reddito superiore, di contribuire in misura maggiore all’intasamento degli spazi urbani e al consumo di risorse energetiche non rinnovabili (come noto, i gipponi richiedono per chilometro percorso una quantità di carburante notevolmente superiore a quella di un’utilitaria; secondo alcune stime su valori medi, il 70% in più), ciò è vero sia in termini relativi al modello di veicolo utilizzato sia probabilmente in termini assoluti (determinati dalla quantità di chilometri pro capite percorsi: chi ha più soldi di solito viaggia di più).
Tutto ciò detto, la signora è ovviamente legittimata dalle norme vigenti (per ora) a utilizzare la sua Suv e a inquinare di più (consapevole, spero, che se lo facessero tutti, le cose sul pianeta precipiterebbero drammaticamente). Così come nessuno le vieta (né ora né mai, si spera…) di votare “a sinistra”. Potrebbe tuttavia rassegnarsi a farlo evitando perlomeno canzonature primitiviste (del tipo: l’alternativa al gippone è il ritorno al medioevo tecnologico) all’indirizzo di chi ritiene che occuparsi anche di fuoristrada o di biciclette (o magari di celle fotovoltaiche) sia probabilmente inevitabile, per comprendere e disturbare le dinamiche della iniqua diffusione del potere e del denaro nelle nostre società.
Il postulato, che potremmo chiamare “biopolitico”, che ogni essere umano nasce con una identica quantità di potere soggettivo disponibile (e per quanto mi riguarda aggiungerei, pensando a Ivan Illich, di velocità relativa disponibile) viene quotidianamente confutato dalla rete irregolare di distribuzione del potere economico-politico-sociale-psicologico e dai suoi punti di elevata concentrazione.
Chi ha a cuore il postulato “biopolitico” e ha presente la malignità del quadro sociale che lo degrada (nonché l’ambiguità dell’idea e prassi del “bene comune”) trova numerosi terreni nei quali impegnarsi per la riduzione della sofferenza umana qui e ora (malattia, morte, sfruttamento, distruzione di risorse collettive) e proprio il traffico e la mobilità rappresentano un nodo centrale per comprendere il paradigma della società gerarchica del dominio, per metterlo in discussione e per ottenere risultati immediati in termini di vite salvate a livello locale e globale. Le relazioni umane sono caratterizzate dalla costituzione di “gerarchie” (anche nel mercato del traffico) e sta a noi “di sinistra” destrutturare e limitare queste dinamiche diseguali, in una eterna tensione alla eguaglianza intesa come pari dignità reale di ogni individuo .
Nel mio piccolo e modesto pamphlet “Bicicrazia” cerco proprio di indicare la forza politica di un impegno nel nome della bicicletta, accanto a un percorso pragmatico di riconquista degli spazi urbani (e non) alla mobilità a energia metabolica. La bici come simbolo e strumento della lotta contro un sistema economico e politico che ai più non sa garantire neanche l’aria pulita ma che continua inesorabilmente a perpetuare se stesso e la sua immagine edulcorata di entità immateriale che assicura tutto a tutti purché accettino le regole del gioco della competizione. Il mercato viene spacciato al cittadino globale come una sorta di utopia del non-potere, cioè del potere di tutti assicurato dalla mano invisibile delle dogmatiche leggi liberiste che ci fanno uguali purché competitivi; in realtà siamo di fronte a un sistema di dominio oligarchico, efficiente per pochi e fallimentare per molti, tanto più mortale quanto più vengono aperti i rubinetti della sua deregolamentazione (aumentano, per esempio, le diseguaglianze sanitarie in relazione al reddito) e le retoriche della sua metafora bellica. Contestare il sistema della mobilità umana e del trasporto merci che deriva da questo dominio mercantile è uno dei modi di mettere i bastoni fra le ruote al paradigma del mercato e al processo di svuotamento e di professionalizzazione della politica.
Denunciare le conseguenze derivanti dalla esternalizzazione operata dall’impresa di mercato anche dei costi di trasporto delle merci è importante per diffondere la consapevolezza dei fallimenti del sistema che ricadono sulla pelle di noi tutti (esempio: è possibile che sia conveniente per un produttore trasportare sui Tir il latte dal nord della Germania alla Grecia per poi riportarlo sotto forma di jogurt ai verdi pascoli dello Schleswig Holstein? No, lo è solo se i costi umani e ambientali vengono trasferiti sulle collettività attraversate dalle catene di bisonti della strada).
Naturalmente sono molte altre le sfere nelle quali il processo produttivo scarica costi sulla collettività (salute sul lavoro e nel territorio circostante, rischi per i consumatori, danni all’ambiente eccetera), ciò non toglie che sia rilevante mettere in atto iniziative per porre un freno all’utilizzo del trasporto commerciale su gomma (figlio, tra l’altro, della delocalizzazione industriale) e della mobilità privata automobilistica (tanto più se a combustione fossile) e per rendere praticabile l’alternativa della bicicletta e della sua combinazione con i mezzi pubblici. Agire localmente su questo tema significa non solo esercitarsi in creatività ma anche scontrarsi con una serie crescente di nodi politici e di conflitti d’interesse che richiederanno ripensamenti e rifondazioni dei processi decisionali, della distribuzione del potere, della produzione e del consumo di beni, della organizzazione del lavoro e dei suoi orari. In altre parole, vuol dire rimettere in moto la partecipazione politica e la discussione dal basso, dal territorio, delle dinamiche del potere e dei paradigmi del capitale, del lavoro, della proprietà, della guerra e della gerarchia, mentre si producono contestualmente risultati concreti immediati in termini di riduzione dei danni da traffico (come è noto, in un centro urbano boccheggiante dove sfrecciano le fuoristrada con husky a bordo spesso bastano limiti di velocità fatti rispettare e una pista ciclabile, se ben realizzata, a far calare gli indici di mortalità ciclistica e pedonale e far crescere quelli di socialità comunitaria; così, forse, diminuirà anche il volume complessivo del traffico a motore e con esso lo smog mortale).
Tra emergenza e utopia, dunque, per contestare il dominio della competizione e indicare attraverso la questione ciclistica un altrove possibile nel quale c’è più spazio per decidere della propria vita e di viverla con e non contro gli altri, per recuperare i territori di condivisione e di altruismo sui quali poter tornare a ragionare sul potere e sulla sua diffusione/disponibilità, sostituendo il confronto solidale alla concorrenza selvaggia (che oggi viene propagandata nel nome del prezzo più basso da raggiungere, senza considerare i costi umani e ambientali scaricati sui lavoratori, sui consumatori e sull’intera collettività).
Se la compagna del gippone si ritiene estranea a questi ragionamenti, libera ovviamente di frequentare la sua singolare idea di “sinistra”; se ritiene di avere ineludibili ragioni che la costringono a scegliere di viaggiare proprio lassù, a bordo di una Suv diesel, altrettanto libera (almeno finché questo comportamento non fosse codificato come lesivo dei diritti altrui, per esempio, all’aria pulita o all’incolumità fisica).
Ma se lei ritiene che mettere in discussione il paradigma del mercato bellico-liberista mediante la contestazione della sua metafora motorizzata sia cosa poco seria che sottende una tensione primitivista al ritorno alla natura, allora no! Anche se amiamo Thoreau e probabilmente ci troveremmo bene sulle rive del lago a Walden, abbiamo presente che la complessità delle società umane e delle loro sofferenze è altra cosa e richiede ben altre teorie e prassi politiche, economiche, tecnologiche.
Il dubbio è che il vero illuso (dal mercato liberista e dalle sue Suv) sia chi liquida con queste sprezzanti equazioni un moto d’indignazione sociale di fronte a un fenomeno classista, sintomatico del sistema di diseguaglianza sociale, catalizzatore simbolico del mercato neoliberista e nel concreto pericoloso per gli altri utenti della strada.
E allora, la compagna in gippone faccia una riflessione: potrebbe scoprire con imbarazzo che se questi ragionamenti un po’ operai la irritano tanto, sarebbe forse più coerente frequentare la sinistra liberal di Forza Italia o la destra liberal del Listone: entrambe hanno bisogno di qualche idea di sinistra.

Zenone Sovilla

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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