di Fabio Massimo Parenti
«Questo è il maggiore progetto di ricostruzione che gli Usa abbiano intrapreso dai tempi del piano Marshall». Lo ha detto Anthony Leketa, Direttore dell’Ufficio che gestisce le risorse finanziarie per l’Iraq stanziate dall’amministrazione Bush, nel corso di un meeting per le imprese organizzato a Dubai il 20 aprile scorso.
Ma qual è il ruolo dell’Italia nella ricostruzione irachena? Quali imprese sono coinvolte? Pur nel caos crescente in cui versa la regione, le gare d’appalto per l’Iraq si aprono e si chiudono ad un ritmo sfrenato. E in Italia, il compito di organizzare le procedure per la partecipazione delle imprese a queste gare d’appalto è svolto da un coordinamento fra il governo, l’Istituto italiano per il commercio estero (Ice) e la Confindustria.
Ad oggi, però, dei 18,4 miliardi di dollari stanziati dagli Usa per il 2004 (gestiti dall’USAID – l’agenzia del governo Usa per gli aiuti allo sviluppo –, dal Cpa – autorità provvisoria della coalizione, guidata da Bremer, nonché organismo esecutivo della ricostruzione –, dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato), 8 miliardi sono già stati assegnati, tra febbraio e marzo, a global corporations statunitesi o a joint-venture agloamericane, e, solo in due casi, a compagnie britanniche (niente di nuovo rispetto a quanto avvenuto nei precedenti appalti del 2003). E l’Italia?

Nonostante il suo rapporto storico con l’Iraq (eravamo il quarto partner commerciale prima del 1991), e, soprattutto, malgrado il fatto di aver stanziato il 3° contingente, per numero di uomini, dopo gli Usa e la Gran Bretagna (eccezion fatta per le agenzie di sicurezza, che spesso funzionano come veri e propri eserciti), il Paese Italia del governo Berlusconi sembra non aver ottenuto un granché. Le imprese italiane che aspirano alla torta in palio, comprese quelle già presenti nel Paese, si ritrovano, difatti, a dover fronteggiare un’aspra concorrenza internazionale: si tratta di cercare d’ottenere subappalti dai principali vincitori come la Perini Corp, la Lucent Technologies, la Kbr-Halliburton, la Bechtel e la General Electric (tra l’altro queste due imprese hanno dovuto sospendere parte dei loro progetti), la Louis Berger Group, la Washington Group Int., ecc. Guardando poi sul sito dell’Ice, emerge come le assegnazioni ad imprese americane continuino senza sosta: la Nana Pacific con sede in Alaska ha vinto un contratto da 70 milioni di dollari per una serie di servizi mirati al miglioramento dei porti marittimi iracheni; mentre la Bechtel, per fare un altro esempio molto recente, ha ottenuto, insieme ad una compagnia d’origine turca, un appalto di 2,65 miliardi di dollari per la realizzazione di un’autostrada che sarà lunga 415 km. Pertanto, dramma umano a parte, il calendario per le gare continua ad essere fittissimo.

La prospettiva per le imprese italiane e di tanti altri Paesi è, dunque, quella dei subappalti, sulle cui modalità d’assegnazione (come i requisiti d’ammissione) si è discusso in diverse occasioni con le principali global corporations statunitensi. Un incontro simile a quelli tenuti a Dubai, Amman e Kuwait city, si è svolto il 28 aprile scorso anche nella sede di Confindustria a Roma (cui hanno partecipato circa 300 imprenditori); poi sarà la volta di Singapore, Kiev, Sydney – ricordiamo inoltre che una fiera di questo tipo doveva tenersi a Baghdad, ma che per ovvie questioni di sicurezza è stata rimandata per ben due volte nell’arco di un mese.
Finora, comunque, in Iraq opererebbero già decine d’imprese italiane, che, con contratti vecchi e nuovi (stipulati in modo privato o con i ministeri iracheni per un giro d’affari di decine di milioni di dollari), sono già coinvolte in diversi settori d’attività (costruzioni, telecomunicazioni, servizi idrici e energetici). Ma quali sono queste imprese e cosa fanno di preciso?

Ci sono imprese piccole e medie, dinamiche nelle loro relazioni internazionali, insieme a società controllate di gruppi finanziari transnazionali (anche se d’origine italiana). C’è la Gas Turbine Technologies (ex Fiat Avio, azienda che è controllata per il 70% dal Gruppo Carlyle), impegnata nelle centrali elettriche di Dibis e di Daura; l’Officine Meccaniche Galileo, specializzata in impianti elettrici e di controllo; la Nuova Magrini Galileo che lavora con la Bechtel sempre nel settore elettrico; oppure, la Chimec, che svolge servizi alle maggiori industrie petrolifere e farmaceutiche in giro per il mondo; la Ficep della provincia di Varese che produce macchine per la lavorazione dei metalli (esportando anch’essa su ampia scala) e che in Iraq lavora insieme alla Kbr-Halliburton; la Finmeccanica (anch’essa partner industriale di minoranza della Avio); l’Impregilo; l’Ansaldo Energiala, la Trevi, ecc. Il Gruppo Trevi Spa, ad esempio, è un’impresa di particolare rilievo per la sua estesa presenza nel mondo, il radicamento negli Usa e l’avanguardia tecnologica – la struttura di quest’impresa è caratterizzato da un’integrazione verticale tra la Divisione Trevi (con servizi specializzati in ingegneria del sottosuolo) e la Divisione Soilmec (con lo sviluppo e la produzione di macchinari e impianti per il sottosuolo).

Da non dimenticare, poi, l’Eni, che aveva ottenuto da Saddam dei diritti di sfruttamento su immensi giacimenti petroliferi (analogamente alla francese Total Fina Elf, alla russa Lukoil e alla cinese Cnp). Riguardo all’Eni, il giornalista Alfonso Desiderio scrive: «con il precedente regime il gruppo italiano (Eni) era in trattativa per la gestione – insieme agli spagnoli della Repsol [con cui l’Eni ha operato anche in Ecuador] – dei giacimnenti di Nasiriyya [per i quali aveva firmato un contratto proprio con Saddam]. Secondo fonti diverse, l’Eni è ben piazzata per veder confermato quanto ottenuto in passato e forse anche per un ulteriore ampliamento, in particolare riguardo i grandi giacimenti di Rumayla, sempre nel sud del Paese» (Limes 1/2004). Infine, sul piano più strettamente finanziario, oltre alle società statunitensi come la Exim Bank o la Overseas Private Investment Company (Opic), troviamo la San Paolo-Imi che è inclusa, insieme ad altre 13 banche, nella Trade Bank of Iraq (altro finanziatore della ricostruzione), e la Società assicurativa per i crediti all’estero (Sace).
Di fronte ad una situazione di guerra sempre più incontrollabile, alcuni progetti di ricostruzione rischiano di saltare, mentre altri vengono sospesi. Così, al di là dell’intervista rilasciata (circa un mese fa) dal vice ministro per le attività produttive Adolfo Urso che enfatizzava il ruolo delle piccole e medie imprese, il peggioramento delle condizioni socioeconomiche della gente, l’espandersi della violenza di varia matrice e il dilagare della corruzione tolgono, in realtà, spazio d’azione proprio alle piccole imprese. Queste, infatti, se prima del conflitto avevano contatti diretti con la popolazione locale ed erano in grado di rispondere a bisogni precisi, adesso non hanno né punti di riferimento, né forza contrattuale all’altezza della situazione, senza tanto meno potersi permettere d’acquisire servizi di protezione dalle varie «agenzie di sicurezza private» – come emerge dalle testimonianze, rilasciate all’agenzia d’informazione Adnkronos, del direttore commerciale della Varisco Pompe srl e del vicepresidente dell’Ausonia srl. C’è una situazione di stallo, con le grandi compagnie che, almeno nell’aggiudicarsi gli appalti, la fanno da padrone…

Si conferma così la scarsa attenzione (per usare un eufemismo) verso il popolo iracheno. L’organizzazione non governativa “Un ponte per..” sostiene che «le imprese irachene sono quasi del tutto escluse. In questo modo la ricostruzione è più lenta. Infatti, a causa della mancanza di sicurezza e della non conoscenza del paese, le aziende americane non riescono ancora ad avviare nessun lavoro significativo. Nel 1991, dopo la guerra del Golfo, gli iracheni da soli, e nonostante le sanzioni economiche, erano riusciti a ripristinare gran parte delle infrastrutture essenziali dopo pochi mesi». Oggi, in Iraq, capita che la mancanza di elettricità sia una privazione da poco di fronte all’assenza totale di prospettive – in un Paese dove il petrolio pompato dalle US companies è venduto soprattutto all’estero (si pensi, per fare un esempio, all’oleodotto Kirkuk-Cheyan protetto da 14 mila uomini) al fine di ripagare una ricostruzione operata soprattutto dalle US companies!
«Secondo un recente progetto di bilancio, l’Iraq prevede d’esportare nel 2005 2,1 milioni di barili al giorno di greggio, dato di poco superiore agli attuali 1,9 milioni bg. […] Il bilancio preannuncia entrate per 17,9 miliardi di dollari di proventi dal petrolio nel 2005 in confronto ai 14,2 miliardi di dollari di quest’anno. […] Il denaro proveniente da un conto bancario USA, sul quale sono depositati i proventi del petrolio iracheno, dovrebbe bastare a coprire il deficit» (Ice www.ricostruzioneiraq.it/).

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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