Sconcertano non poco, mentre l’Iraq brucia e la gente muore, ministri della Repubblica (Martino e Frattini) che si presentano in Parlamento con toni da situazione sotto controllo e un sottosegretario alla Difesa, l’ex generale Luigi Ramponi, che ha l’improntitudine di replicare seccato a chi si chiede se l’Italia sia in guerra: “Per noi che differenza fa?” (Radioanch’io, Radiouno, giovedì 8 aprile). Al generale sfuggono forse la differenza tra tempo di guerra e tempo di pace e le implicazioni politiche, sociali, giuridiche ed economiche di tale distinzione?
Sconcertano non poco, all’indomani di un evento tragico che ha visto coinvolte le truppe italiane (uccisi 15 civili), molte delle principali fonti di informazione nazionali che calano un velo pietoso sui dettagli dell’accaduto, sulle voci della popolazione irachena e degli stessi esponenti istituzionali moderati di Nassiriya: dobbiamo accontentarci del filtro rassicurante dei comunicati ufficiali che – coerentemente con la posizione del governo bellico di Roma – riducono tutto al dualismo soldati pacificatori contro terroristi al soldo di Al Qaeda. Purtroppo per noi tutti, il quadro in Iraq è molto più complicato e negarlo ottusamente come fa l’esecutivo italiano non è solo politicamente ipocrita: è anche estremamente pericoloso.
Sconcerta, mentre si susseguono i bagni di sangue e due città – Kut e Najaf – cadono nelle mani dei ribelli sciiti estremisti, il tentativo di dare agli italiani un’immagine edulcorata della situazione reale, di confondere le idee, di non porre le domande più serie e più gravi sui dettagli e le motivazioni dell’operazione militare, di tenere un profilo bassissimo su madri e figli uccisi a Nassiriya evidentemente da colpi fantasma, dato che il comando militare italiano – qualche ora dopo i fatti – ha tenuto a precisare che quando i rivoltosi si facevano scudo di donne e bambini è stato immediatamente interrotto il fuoco.
Lascia interdetti anche che vari esponenti istituzionali, nell’esprimere correttamente solidarietà ai soldati italiani e in particolare agli undici rimasti feriti, non abbiano speso parole di cordoglio per le quindici vittime civili irachene. Né abbiano tradito qualche dubbio sulla scelta di inviare i militari in qualla zona ad alto rischio (qualche settimana fa, del resto, Berlusconi ha sottolineato con grande umanità che i soldati in Iraq sono professionisti ben retribuiti e consapevoli dei pericoli che corrono).

La sciagurata avventura bellica sta confermando i timori espressi da chi si opponeva alla linea del presidente americano George W. Bush adottata con la complicità di una serie di volenterosi signorsì. Il terrorismo di matrice internazionale è uno dei risultati perversi di questa politica di guerra assecondata anche dal governo italiano. Ma purtroppo, a esso si aggiungono la guerriglia interna e una galassia inafferrabile di resistenza e saldature tra gruppi rivali, che si oppone a un’occupazione militare prolungata della quale, in realtà, non si vede una via di uscita rassicurante, nel vuoto dell’azione politica seria sullo scacchiere internazionale.

Il precipitare degli eventi in queste ore dovrebbe inquietare tutti i cittadini che hanno a cuore la pace, la libertà e la democrazia; lascia allibiti un governo che non ammette l’evidenza e che non agisce di conseguenza nelle sedi internazionali e interne.
Chi tenta di articolare qualche piano alternativo allo sprofondare nel pantano (e agli effetti collaterali altrettanto tragici come gli orrendi attentati di Madrid), viene dipinto ora come un nemico degli Stati Uniti (allora lo sono anche i governi di Canada, Francia e Germania, contrari fin dall’inizio ai riflessi condizionati sul grilletto della Casa Bianca), ora come debole (o addirittura implicitamente connivente) nei riguardi del terrorismo. Come se non fosse chiaro che da quando gli Stati Uniti e i volenterosi signorsì hanno messo in atto la guerra al terrorismo, quest’ultimo si è rinvigorito, ha colpito a più riprese e si è insediato in Iraq, Paese che da teatro insaguinato di una dittatura odiosa si è trasformato in bagno di sangue di un’occupazione sostanzialmente illegittima cui partecipano anche truppe italiane ormai in palese violazione dell’articolo 11 della Costituzione 1 (tanto, come direbbe il sottosegretario, soluzione pacifica o bellica per noi pari sono).
Dopo aver causato danni pesantissimi, i Signori della guerra si irritano se qualcuno tenta faticosamente di districarsi nella giungla irachena (che ha riflessi diretti sul conflitto Mediorientale e non solo). Così, bollano come “ingenui, scellerati, pacifisti” quelli che propongono un repentino cambio di rotta, il passaggio delle consegne nelle mani dell’Onu (sia per il comando militare sia per l’amministrazione civile, come avvenne nella ex Jugoslavia) e l’organizzazione di una forza di pace a forte presenza araba, per cercare di spegnere l’incendio e di sanare la frattura con la popolazione e di restituire un percorso meno scivoloso e maligno a una transizione che resterebbe molto difficile.

Dopo la follia della guerra, la follia di una transizione che si ritiene di imporre a colpi di mitragliatrice, fingendo di non vedere che l’Iraq sta diventando un nuovo Libano, se non peggio, con rischi locali e globali: questo è il risultato della lungimirante diplomazia Usa che trova un’opposizione crescente anche nella società americana.

Inquieta, in questo contesto, anche il ruolo italiano: apatico sul piano politico (basta assecondare gli Stati Uniti di Bush), iperattivo su quello militare ed economico (appalti e petrolio), tanto che vien fatto di chiedersi in che misura la missione militare nel sud dell’Iraq si intrecci con la difesa degli interessi di imprese pubbliche e private italiane nella ricostruzione del Paese. In una interpellanza parlamentare di un paio di mesi fa, Gigi Malabarba (Rifondazione) esprimeva perplessità anche sulla nomina di un manager (della cooperazione) come Barbara Contini a governatore e chiedeva al ministro Martino se «gli esponenti nominati dal governo italiano non rispondano agli interessi delle imprese italiane che mirano alla rapina delle risorse irachene, anche attraverso lo smantellamento e la privatizzazione del sistema pubblico di settori di produzione e servizio, senza che nessuna autorità politica, espressione del popolo iracheno possa pronunciarsi in materia».
Su questo e molto altro, sui grandi mass media è buio pesto. Ieri sera, di fronte a questo scenario raggelante, il servizio pubblico targato Bruno Vespa propinava una puntata di “Porta a porta” sul fenomeno Bonolis e i suoi seguaci; il giorno prima l’ennesimo show-grandi opere dell’amministratore delegato d’Italia.

z. s.

1 L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

nonluoghi

nonluoghi

Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

More Posts

nonluoghi

Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.