di Zenone Sovilla
Si assiste in Italia e in buona parte del mondo industrializzato a processi di sottrazione del potere a individui e comunità e di conseguente concentrazione del medesimo nella disponibilità di un numero minore di soggetti. La distribuzione squilibrata del potere è all’origine di gran parte di un malessere individuale e collettivo che si esprime sotto le forme più disparate: semplici, complesse, latenti, palesi, consapevoli, inconsapevoli.
Ne consegue che se una data società tende alla gerarchia, produce un aumento del malessere medio; se tende al suo opposto, lo riduce.

Il potere (culturale, politico, economico, affettivo, psicologico) è una risorsa fondante e limitata del corpo sociale. Ogni individuo o gruppo ne richiede una quantità minima per esercitare i suoi diritti e doveri essenziali per la sopravvivenza e l’autonomia. Una quantità eccedente tale minimo vitale può fluttuare tra i vari soggetti senza danneggiarne alcuno, ma solo a condizioni ben precise.

Nella teorica e utopica condizione di distribuzione perfettamente omogenea del potere, nelle sue varie sfere e intersezioni, tra tutti i gruppi e tutti gli individui, si avrebbe una realtà sociale di perfetta democrazia ovvero di anarchia (scriveva il socialista libertario Francesco Saverio Merlino: “democrazia=governo di tutti, anarchia=governo di nessuno, democrazia=anarchia).

Con riferimento a questa condizione ideale, all’incremento della quantità di potere a disposizione di un gruppo o individuo corrisponde una diminuzione del potere di altri membri della comunità; la qualità di tale sottrazione e le sue conseguenze pratiche dipenderanno dal quadro istituzionale nel quale il fenomeno si manifesta e dalla sua intensità.

Va da sé che a una qualunque perdita di potere corrisponde, per il soggetto che la subisce, un incremento del malessere.
Tale dinamica potrà tuttavia facilmente essere occultata dal soggetto medesimo o dai responsabili della sottrazione di potere.
L’occultamento consente un equlibrio del malessere nel quale il soggetto in deficit di potere è facilmente gestibile dai centri di concentrazione del potere mediante una serie di meccanismi culturali e economici tendenti a dimostrare l’ineluttabilità o financo la convenienza, per l’individuo o il gruppo che la subiscono, di una condizione di iniqua distribuzione del potere.

Spesso il meccanismo di assoggetazione e assuefazione dei depotenziati poggia su una mistificazione dialettica che consente di rendere desiderabile la perdita di responsabilità e di autonomia: la delega ad altri soggetti di funzioni ritenute complesse o prive di significato immediato è vissuta come un’opportunità o al limite come una rinuncia nel quadro di uno scambio notevolmente favorevole (la contropartita sarebbe: soddisfacimento dei bisogni materiali, stabilità e sicurezza all’interno di una sfera sia pur consapevolmente limitata di indipendenza).

La cessione – volontaria o involontaria di potere – verso punti di concentrazione è vissuta spesso come un naturale svolgersi della vicenda umana e la conquista di livelli minimi di soddisfacimento dei bisogni individuali o di gruppo catalizza tale fenomeno.

Quando la sottrazione di potere a individui o gruppi oltrepassa una data soglia (variabile determinata dalle condizioni precipue culturali, economiche, istituzionali) , il meccanismo s’inceppa e i depotenziati assumono piena consapevolezza del nesso causale tra la progressiva perdita di potere e il degrado delle condizioni esistenziali (perdite economiche, di salute, di autonomia percepita).

A tale consapevolezza i centri di concentrazione del potere rispondono con la restituzione di una parte di esso, in termini diretti (responsabilità, facoltà decisionale, autonomia) o indiretti (beni materiali, servizi, tutele eccetera in un ambito di eterodirezione).
Può darsi, tuttavia, anche il caso di una reazione repressiva con modalità particolarmente violente, nel quadro di un sistema istituzionale che aveva già sviluppato connotati intrinsecamente autoritari.

E’ interesse dei centri di accumulazione del potere differire e ostacolare il processo di assunzione di consapevolezza dei depotenziati.
Tale operazione si sostanzia nell’indebolimento sistematico delle capacità critiche di analisi e di sintesi dei soggetti e dei gruppi, che si attua mediante l’utilizzo strumentale della famiglia, della scuola, dei mass media, dell’insieme delle organizzazioni sociali, a cominciare da quelle lavorative: tutte istituzioni che riproducono al loro interno, perpetuano e propagandano i meccanismi di sottrazione del potere fin qui descritti.

Raramente i depotenziati vogliono o possono dar vita a trasformazioni esplosive e radicali degli equilibri dei poteri.
In molti casi a tali aggiustamenti segue la ripresa di un fenomeno progressivo di sottrazione/accumulazione del potere.
Infatti, l’assunzione di consapevolezza avviene di regola in un quadro emotivamente agitato e privo di un progetto di liberazione, con il risultato che si ripresenta una distribuzione iniqua del potere.

Appare tuttavia evidente che il processo storico ha registrato un crescente riequilibrio tendenziale nella distribuzione del potere, sia pur presentando caratteristiche non lineari e fasi di pesante involuzione.
Se il potere è un bene(essere) essenziale e innato, si spiega la tensione individuale e collettiva verso di esso, l’incedere rapsodico del percorso di liberazione e in parte anche la difficoltà a mantenere un equilibrio sul livello del potere equamente diffuso.

Il quadro empirico delle relazioni interumane che viviamo quotidianamente offre, nel suo molteplice esplicarsi, dimostrazioni abbondanti di quanto fin qui brevemente esposto: il meccanismo di sottrazione, l’inibizione della consapevolezza e il suo ciclico recupero parziale.

La limitatezza del potere complessivo disponibile in un dato contesto sociale dovrebbe indurre a riflettere sulla virulenza di ogni fenomeno di trasferimento di potere dai componenti della comunità a un centro di accumulazione.
Il potere sottratto a un soggetto non è ripristinabile senza innescare una dinamica di sottrazioni a catena. Tale dinamica, vitale e inevitabile, preserva i livelli di benessere dell’individuo e del gruppo finché lo scambio non costringe alcuno a perdite permanenti di potere che ne compromettano la quantità minima esistenziale.

Considerato che condizioni di equilibrio statico del potere non corrispondono alla realtà dello svolgersi della vita umana, ne consegue che una data organizzazione è tenuta, per tutelare il benessere di ognuno dei suoi membri, a darsi strumenti culturali e politici che consentano di accelerare le fasi del processo di perdita e riconquista del potere: l’elevata velocità di tale dinamica ricrea condizioni di diffusione del potere ed evita che una sottrazione si fossilizzi come concentrazione di potere. In altri termini, si orienta tendenzialmente verso una condizione di perdita generalizzata (ciclica) del potere: il potere di nessuno è il potere di tutti.

D’altra parte tale organizzazione dovrà preoccuparsi di evitare che la transazione di potere superi una certa soglia di quantità/qualità che comprometterebbe anche nel brevissimo periodo la quantità minima esistenziale dell’individuo o del gruppo.
Se il benessere (autonomia e sicurezza: libertà) dipende dalla conservazione della quantità minima di potere (nella relazione uno/gruppo/pochi/tutti), è contraddittorio, autolesionistico e dunque incompatibile ogni comportamento che la metta in pericolo innescando reazioni degenerative.

L’esistenza degli individui e dei gruppi dovrà dunque informarsi a un minimo comune denominatore che è il rispetto tendenziale della disponibilità di potere altrui o la rapida reintegrazione del potere sottratto.
Da tale convenzione deriva l’esclusione sistemica di processi di accumulazione di potere.

Lo stato attuale delle nostre società presenta, al contrario, un quadro fortemente gerarchico, rimarchevoli punti di concentrazione del potere, processi di sottrazione in espansione, interiorizzazione dei meccanismi di sopraffazione.

Appare urgente un’azione politica e culturale che indichi la necessità di invertire questa tendenza e metta radicalmente in discussione l’organizzazione gerarchica e i fenomeni di concentrazione/sottrazione del potere evidenziandone le conseguenze devastanti sulla qualità della vita umana.

Il principio elementare che a ogni situazione di potere aumentato, di potere oltre la media, corrisponde altrove una situazione di potere ridotto o negato, dovrebbe consentire a ogni membro della comunità locale o globale di afferrare la portata e la gravità della questione.

Su queste basi teoriche potrebbe essere possibile avviare un processo di trasformazione delle organizzazioni umane nella direzione di un potere diffuso.

Il potere è di tutti. Chi ne ha di più l’ha sottratto a qualcuno che deve essere messo nelle condizioni di comprendere la necessità di riapropriarsene. Si tratta, evidentemente, di un circolo vizioso, ma spezzarlo è possibile, dimostrando che il potere diffuso conviene ai più, anzi, a tutti, in ogni sfera della vita umana e delle sue relazioni con le altre forme di vita.
È possibile costruire un nuovo paradigma del potere, che bandisca le dinamiche attuali che trasformano l’autorità in dominio (aspirato o realizzato) con il pretesto di garantire la convivenza civile o il benessere materiale e intellettuale.
In un nuovo paradigma del potere diffuso, le garanzie istituzionali per il singolo e per la comunità sono accentuate dall’insistere di ogni soggetto all’interno dei meccanismi stessi che producono ed esercitano l’autorità in una dimensione reticolare/orizzontale e in una dinamica aperta alla sperimentazione in una costante tensione alla condizione ideale di democrazia perfetta/anarchia, all’utopia nella quale è decisione di ognuno e di tutti soltanto quella condivisa da ognuno e da tutti.

Le modalità di esercizio dell’autorità nelle liberal-democrazie, pur avendo prodotto (sopratutto nella variante socialdemocratica) notevoli risultati positivi sul piano delle garanzie civili, hanno evidenziato i limiti di un sistema gerarchico nel quale la tutela dei cittadini sia demandata a punti di forte concentrazione del potere vincolati al rispetto dei principi costituzionali e della volontà comune (sulla formazione della quale, peraltro, si potrebbe discutere all’infinito). L’Italia è una buona dimostrazione di questo fallimento, basti osservare lo sfregio inquietante subito dalla Carta fondamentale (eppure la stessa opposizione a Berlusconi non sembra curarsi molto del nodo di fondo della contrapposizione tra potere gerarchico e potere diffuso). Il mondo occidentale è un’altra buona dimostrazione su scala globale di questo fallimento, basti osservare come due grandi concentratori di potere, il presidente americano e il premier britannico, e alcuni conniventi abbiano facilmente potuto portare il pianeta in guerra sulla scorta di una serie di falsificazioni e nonostante la ferma contrarietà di un’opinione pubblica spogliata di strumenti istituzionali per far valere democraticamente il no alle armi. Il popolo dice no, il centro di potere che dovrebbe tutelare i cittadini scatena il conflitto contro la loro volontà.

La parabola delle democrazie liberali (e liberiste) con le loro tragiche oligarchie (e negli Usa, in dieci anni, padre e figlio hanno afferrato lo stesso scettro) denota una dinamica che catalizza i processi di concentrazione del potere e di esclusione dei più dal suo esercizio reale, con tutti i rischi conseguenti per chi resta fuori. Eguaglianza, giustizia e libertà derivano principalmente dall’assunzione di responsabilità da parte di ognuno e di tutti nell’esercizio del potere e nei meccanismi che lo informano.

La sfida, oggi, in un momento di riflusso e di processi oligarchico-personalistici che peggiorano le condizioni date dalla stessa democrazia parlamentare, è esplorare modalità alternative di organizzazione dell’autorità. Assicurare i diritti di ognuno e di tutti consentendo a ognuno e a tutti di esserne protagonisti; cioè, andare oltre la piramide gerarchica alimentando la rete della democrazia e il suo funzionamento per dinamiche orizzontali di relazione individuo/comunità/potere.
Ogni cedimento alla tentazione di creare punti di concentrazione di potere ha in sé il germe di una perdita delle garanzie democratiche individuali e collettive. La contromisura di un sistema di riequilibrio tra i poteri verticistici o all’interno di ognuno di essi, pur limitando i rischi di abusi gravi, non affronta alla radice la questione. Per farlo è necessario sforzarsi di tendere all’indebolimento sistematico dei luoghi di concentrazione e al parallelo trasferimento del potere in una rete diffusa che sia garanzia intrinseca di equilibrio.
Una rete ovviamente composta da soggettività mature e consapevoli, che sia l’architettura dinamica del rispetto del potere altrui (cioè di ognuno), condivisione consapevole di modalità di organizzazione sottoposte a verifiche reticolari costanti.
Innumerevoli le sperimentazioni possibili, in un quadro ispirato dalla nonviolenza; con solo un po’ di coraggio e di onestà intellettuale.

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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