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di Paolo Trezzi *

Scrivo malgrado non sia un risparmiatore incappato, quasi sempre mal consigliato, nel buconero Parmalat di queste ultime settimane.
Scrivo, diciamo dall’altra parte della scrivania. Quella di impiegato di banca. C’è chi ci chiama impropriamente “consulenti finanziari”. Sempre di più siamo invece “venditori finanziari”. Scrivo per dire cose che un funzionario, di qualsiasi istituto bancario, non dirà ed ammetterà esplicitamente.

In questo crac la colpa è, in parte, dell’impiegato bancario ma soprattutto delle banche. Al di là dei mancati controlli interni o istituzionali.

Se queste non fossero complici anche di operazioni tipo Parmalat, perché terrebbero 320 agenzie aperte nei paradisi fiscali? Il risparmiatore non può non fidarsi del bancario.

Infatti, oltre alla competenza specifica, questi non ha mai tutti gli elementi per decidere.
L’informazione è in mano a chi vende non a chi compra. Per questo credo che molti impiegati non abbiano sonni tranquilli.

Sono certo che moltissimi di noi bancari vendiamo titoli che nemmeno noi conosciamo appieno e la nostra prima preoccupazione, purtroppo, non è informare il cliente. È anche vero che quasi tutti i risparmiatori vogliono titoli senza rischi, però molti vogliono anche un rendimento che questa sicurezza non può dare.

Non è così vero, come si sente, però, che il bancario vende titoli a rischio per soddisfare le esigenze dell’azienda. Se non è una banca collocatrice di quei bond e che se ne vuole liberare la banca ha interessi prioritari molto differenti.

Ve li illustro perché valgono per tutte le banche.

Il bancario pressato, anche giornalmente, dalla sua direzione per il raggiungimento di budget/obiettivi di guadagno non può che adeguarsi, il più delle volte, a vendere determinati prodotti. Questi sono i prodotti che “fidelizzano” di più la clientela e dove la banca ci guadagna maggiormente in commissioni e gestione. Questi prodotti sono le obbligazioni dello stesso istituto, i prodotti obbligazionari strutturati (a capitale garantito, indicizzati alle borse, ai vari indici, ai fondi) i prodotti assicurativi o collegati alle assicurazioni, le gestioni patrimoniali.

Anche se il più delle volte rendono meno. Già in partenza.

BOT e gli altri Titoli di Stato, CCT e BTP, invece sono le ultime cose che la banca ha interesse a proporre all’investitore. Anche se rendessero al cliente, e nella stragrande maggioranza delle volte lo fanno, più degli altri. Perché noi bancari preferiamo vendere una gestione fondi piuttosto che i singoli fondi? Perché così la banca ci guadagna doppia commissione.

E la diversificazione il più delle volte è solo fittizia e diversificare, tra l’altro, non significa sparpagliare. Ma se i bond Parmalat, Argentina, Giacomelli, Lucchini eccetera (con quei rendimenti) erano strasicuri, perché non se li sono tenuti le banche?

E tutte quelle obbligazioni strutturate, index, polizze che da qualche anno stiamo vendendo come caramelle abbiamo spiegato al cliente quanto gli costano veramente?

Cos’è il sottostante, da che prezzo di emissione parte effettivamente quel titolo, quant’è la percentuale di caricamento e quella per la gestione del contratto eccetera? Io credo di no. Credo di no, perché il cliente si fida, e la vicenda Parmalat lo dimostra. Perché quasi nessun bancario propone prodotti di stato legati all’inflazione? O prodotti molto meno cari che copiano gli indici di borsa come i fondi ETF? O per assurdo i future (mini) FIB?

I prodotti a capitale garantito si possono, per esempio, costruire spendendo un decimo di quello che le banche chiedono servendosi prevalentemente dei Titoli di Stato ma tutto questo nemmeno i giornali e i giornalisti lo dicono e ora che qualche banca dice di rimborsare i titoli spazzatura venderanno quei prodotti sopracitati e non Titoli di Stato o ETF.

In definitiva, non facendo il miglior servizio al cliente. Ancora una volta.

* Centro Khorakhané, Lecco

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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