Massimo Virgilio

Da quando quello della globalizzazione è divenuto un tema di grande attualità le considerazioni del professor Noam Chomsky sulla questione hanno avuto una diffusione senza precedenti. Da autore di culto per una ristretta cerchia di contestatori radicali, si è in pochi anni trasformato in punto di riferimento per tutti coloro che si oppongono al sistema capitalista attualmente imperante. Tanto che il quotidiano britannico The Guardian ha potuto scrivere che “insieme a Marx, Shakespeare e la Bibbia, Chomsky è tra le dieci fonti più citate nella storia della cultura”. Di Chomsky oltre ad essere pubblicati tutti i nuovi lavori vengono anche ristampati i libri più vecchi, ormai esauriti e introvabili. E c’è da aspettarsi che gli scaffali delle librerie di tutto il mondo continuino ancora a lungo ad ospitarne le opere, considerata la vastità della sua produzione.


Le fonti dove reperire gli interventi di Chomsky sono le più varie, visto che il professore del M.I.T. non disdegna di pronunciarsi attraverso qualsiasi mezzo di cui possa disporre, dai libri alle riviste, dalla radio alla televisione, dai video a internet.
E proprio da internet trae la sua origine il volume “Anarchia e libertà”, edito da Datanews. Tutti i testi in esso raccolti, infatti, sono tratti da un sito libertario spagnolo dedicato al pensiero critico dell’illustre intellettuale americano.

Come si evince dal titolo del saggio gli interventi in esso contenuti – alcuni molto datati, risalenti agli anni Sessanta, altri più recenti – sono incentrati attorno alle tematiche del socialismo libertario, centrali nella visione del mondo dell’autore.
Alla base di tutto il lavoro di Chomsky c’è il desiderio di mettere a nudo i meccanismi del potere, spogliandoli degli orpelli e degli abbellimenti attraverso i quali quest’ultimo tenta di nascondere la propria spietata essenza.

Nei paesi ricchi i cittadini, abituati a sentirsi liberi e indipendenti, vogliono partecipare alla vita pubblica. Qui il potere, per dispiegare senza ostacoli la sua azione, è costretto a schierare in campo i suoi pensatori migliori. Il loro obiettivo è di far credere alle persone di essere libere, di avere voce in capitolo nella conduzione dello stato. In realtà a comandare sono i grandi gruppi industriali e finanziari, portatori di colossali interessi particolari da difendere con ogni mezzo e a tutti i costi. Interessi ai quali hanno finito per piegarsi gli stessi governi, arrivando al punto di mutare la loro funzione dalla rappresentanza dell’interesse generale alla tutela, attraverso la promulgazione di specifiche leggi e l’utilizzo legale della forza, degli affari dei potentati economici che li sostengono e li finanziano. La finzione messa in piedi dal potere è talmente vasta da coinvolgere lo stesso sistema del libero mercato. Questo, sbandierato come il migliore dei sistemi, in concreto non esiste. Le multinazionali, infatti, inducono i governi a proteggere dalla concorrenza esterna i loro mercati di riferimento attraverso l’adozione di dazi e barriere doganali di ogni tipo. La qual cosa da una parte costringe le popolazioni dei paesi sviluppati a pagare per merci e servizi prezzi artificiosamente alti. Dall’altra impedisce agli abitanti dei paesi poveri di esportare i loro prodotti, precipitandoli così in una miseria sempre più profonda. In caso di crisi, poi, i governi sono chiamati a garantire la sopravvivenza delle aziende transnazionali, addebitando i costi delle pesanti ristrutturazioni necessarie al salvataggio alle casse dello stato, drenando, attraverso il sistema fiscale,
denaro dalle tasche dei contribuenti. “Quel che viene chiamato capitalismo -scrive al riguardo l’autore – è nei fatti un sistema mercantile corporativo, con forti (…) tirannie private che esercitano un vasto controllo sui sistemi economici, politici, sociali e culturali; tirannie che operano in stretta collaborazione con gli stati più potenti, che intervengono massicciamente nell’economia nazionale e nella società internazionale”.

Nei paesi più avanzati dunque la libertà, quella vera, è assente. La democrazia “è del tutto limitata quando il sistema industriale è controllato da forme di élite autocratica, si tratti di proprietari, di dirigenti, di tecnocrati, di un partito di avanguardia o di una burocrazia statale. Nelle condizioni di dominazione autoritaria, gli ideali libertari (…) non possono diventare realtà”.
Secondo Chomsky la maggior parte degli occidentali, accettando come vere le menzogne del potere, ha finito per barattare la propria libertà con la possibilità di consumare liberamente. Essere equivale a consumare e più si consuma, più ci si realizza. Chi non consuma – i poveri, i disoccupati, i disagiati, i disadattati – non esiste, è escluso dalla comunità. La prospettiva di uno sviluppo economico senza fine e quindi di una ricchezza sempre più grande si è così rivelata “una tecnica molto efficace di controllo sociale. La logica è più o meno questa: l’ideologia dominante afferma che ciascun individuo è semplicemente un consumatore, una persona che vuole fortissimamente consumare e che in questo atto dà un senso alla vita”. Ora, se si accetta questa affermazione e si fa propria la convinzione che la produzione materiale è destinata a crescere senza posa, allora si può giungere alla conclusione che “è del tutto inutile combattere una società diseguale, anche quando si soffre a causa sua”. E questo perché all’uomo economico la società capitalistica offre sempre la speranza “che in futuro possa godere del consumismo più di quanto non ne goda oggi”.

Nei paesi poveri e in quelli in via di sviluppo le cose sono radicalmente diverse. Qui la democrazia non è mai arrivata e le libertà individuali non sono mai state apprezzate. Qui negli ultimi secoli le popolazioni locali hanno conosciuto solamente schiavitù, colonialismo, cruente e corrotte dittature personali, spietati regimi religiosi. Qui non è mai esistita un’opinione pubblica da tenere a bada attraverso un sofisticato e martellante apparato propagandistico, ma solo un’enorme massa di diseredati senza diritti né tutele da gestire con la violenza. Qui il sistema capitalista neoliberista può dunque permettersi di mostrare il suo vero volto, senza bisogno di celarlo dietro finzioni e mistificazioni atte a renderlo umano, senza fastidiose leggi ad ostacolarne i progetti, senza doveri da rispettare.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: povertà e degrado per la stragrande maggioranza delle persone; ricchezze immense e agi per pochi privilegiati; distruzione dell’ecosistema; depauperamento delle risorse naturali.
Gli studiosi legati al potere ci ripetono senza sosta la loro verità: questo sistema è il migliore possibile; esso non ha alternative; per garantire la ricchezza ai più non si può evitare di lasciare pochi nella povertà.
A questi paladini del libero mercato Chomsky si oppone con forza e determinazione. Un’alternativa esiste ed è l’unica praticabile. Essa è data dal socialismo libertario. Che non può essere riassunto in un’ideologia o una teoria generale. E questo perché l’anarchia, che per lo studioso coincide con il socialismo libertario, non è un sistema sociale fisso, chiuso, quanto una tendenza dello sviluppo storico dell’umanità che, per usare le parole dello storico Rudolf Rocker, “aspira a che ogni forza individuale e sociale si sviluppi liberamente nella vita”. In ogni situazione e in ogni epoca la sfida resta sempre la stessa: “Liberare l’uomo dallo sfruttamento economico e dalla schiavitù politica e sociale”. E ciò può essere fatto non conquistando lo stato né esercitando il potere né per mezzo del “vano parlamentarismo”, quanto attraverso la “ricostruzione della vita economica dei popoli, edificandola nello spirito del socialismo”.

Secondo Chomsky, al contrario di quanto sostiene il sistema ideologico dominante, non è il capitalismo ma il socialismo libertario il solo “a preservare e diffondere il messaggio umanista dell’Illuminismo e le idee liberali classiche, poi degenerate in sostegno ad un’ideologia destinata a mantenere l’ordine sociale esistente”.

Il pensiero liberale classico, fondato sull’esigenza umana “della libertà, della diversità e della libera associazione”, si oppone all’intervento dello stato nella vita sociale e giudica i rapporti capitalistici di produzione, il lavoro salariato, la competitività, l’ideologia dell’individualismo possessivo profondamente inumani. Esso tuttavia è sprofondato “sotto il peso delle forme concrete dell’economia capitalistica”. Ecco perché il socialismo libertario, necessariamente anticapitalista giacché rifiuta lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma anche la dominazione dell’uomo sull’uomo”, va considerato l’unico vero erede delle idee liberali dell’illuminismo.

L’autore, poi, fa propria la nota formula “il socialismo o sarà libero o non sarà affatto”. L’anarchia non è altro che “la parte libertaria del socialismo” e dunque, per dirla con Adolf Fischer, “tutto quel che è anarchico è socialista, ma non tutto quello che è socialista è necessariamente anarchico”.

Quindi un anarchico per essere coerente deve sì essere socialista, “ma socialista di una classe particolare. Non solo si opporrà al lavoro alienato e specializzato e si batterà per l’appropriazione del capitale da parte dell’insieme dei lavoratori, ma si adopererà affinché l’appropriazione sia diretta, non gestita da una élite che agisce in nome del proletariato. Si opporrà, insomma, all’organizzazione del lavoro da parte dei governanti, perché non si tratterebbe d’altro che di socialismo di Stato”.

Qui emerge tutta l’animosità di Chomsky contro Lenin, definito “uno dei maggiori nemici del socialismo”, e contro la vecchia URSS: “La mia reazione alla fine della tirannia sovietica è stata simile a quella per la sconfitta di Hitler e di Mussolini”. Il leninismo sostiene che il potere dello stato deve essere assunto dal partito di avanguardia, che in tal modo porta al popolo la ricchezza economica e, “in virtù di chissà quale incomprensibile miracolo”, la giustizia e la libertà. Questa dottrina non ha alcuna giustificazione, né logica né storica. “Il socialismo libertario (…) la considera con grandissimo disprezzo. A ragione”.

Per gli anarchici “il controllo della vita produttiva” è la condizione indispensabile “per una vera liberazione umana (…). Quando ci sono cittadini costretti, nel mercato della mano d’opera, a mettersi al servizio di chi dà loro un lavoro, quando ci sono elementi coercitivi ed oppressivi francamente scandalosi che non invitano certo a parlare di democrazia, il controllo della vita produttiva resta la condizione prioritaria”.

L’impresa è difficile ma non impossibile. È vero che il capitalismo industriale tende a concentrare il potere all’interno di “ristretti imperi economici, in un quadro che somiglia sempre più ad uno stato totalitario”. Ma è anche vero che tutto ciò determina “reazioni, tentativi di liberazione personale, di liberazione sociale”.

E questo per Chomsky è un bene.

Chi ama la libertà ha il dovere di “cercare, identificare e combattere le strutture autoritarie, gerarchiche, quelle che dominano tutti gli aspetti della vita”. Perché esse non hanno alcun senso, “sono illegittime: l’unico modo per raggiungere la libertà umana è quello di distruggerle. Mi riferisco al potere politico, alla proprietà, al dirigismo, alle relazioni tra uomini e donne, tra padri e figli, al controllo che viene esercitato sul destino delle generazioni future (l’imperativo morale che è alla base del movimento ambientalista, per esempio) ed a molte altre ancora”.

Chomsky sa bene che si tratta di una lotta durissima, ma è anche consapevole che se si riuscirà a fare del problema di “organizzare la società su basi autenticamente democratiche, con un controllo democratico nei luoghi di lavoro e nella comunità” il principale tema di riflessione per tutti coloro che si oppongono alla globalizzazione neoliberista, allora il socialismo libertario avrà grandi possibilità di vittoria. “Quanta più concentrazione di potere e di autorità, tanta più ribellione e maggiore impegno per organizzarsi fino a distruggerla. Prima o poi questa lotta sarà coronata dal successo. Io lo spero”.

“Anarchia e libertà”
Noam Chomsky
ed. Datanews
Pagine 140, euro 10,33

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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