La distinzione tra criminale e delinquente. Le cause legali del crimine e le cause sociali della delinquenza. E soprattutto una serrata critica alla società gerarchica e statale. E’ quanto fa Alex Comfort (1920) in questa conferenza tenuta alla Anarchist Summmer School di Londra nell’agosto del 1950.

Sempre in quel periodo, nel 1950, Comfort scrisse anche un interessante saggio di psicologia sociale, edito in Italia da Elèuthera nel 1996:  “Potere e delinquenza”. 

Alex Comfort

Alex_ComfortVi ricorderete come il Mikado si vantasse di stabilire sempre la pena adeguata al crimine. Se fosse stato uno dei ministri dell’interno più progressisti che ci siano stati in Inghilterra, avrebbe detto che la si doveva rendere adeguata al delinquente. Moltissimi usano questa parola come un eufemismo al posto di criminale. Voglio cominciare rilevando che questo è tecnicamente sbagliato. Il crimine è qualcosa che la legge punisce e nient’altro. Voi probabilmente sapete che la principale massima del diritto penale afferma che nulla è punibile a meno che la legge non lo vieti espressamente: i crimini sono azioni che sono proibite e punibili, e il termine è un termine di carattere legale.

Delinquente è un termine psichiatrico, e indica di solito quel genere di disturbi mentali che si manifesta nel recare danno ad altri o alla società nel suo insieme.
Ora, l’oggetto di studio della psichiatria è la delinquenza, non il crimine. Penso che comprendiate perché dev’essere così: le statistiche criminali, per esempio, sono prive di significato, perché qualsiasi azione può essere considerata un reato un giorno e non esserlo più il giorno dopo. Se il parlamento approva una legge, o il ministro emana un decreto che vieta la vendita di aringhe lunghe meno di dieci centimetri, questa disposizione cambierà le statistiche sul crimine. Scelgo un caso estremo per chiarire la distinzione. Nella maggior parte delle società è senz’altro vero che la maggior parte dei crimini, almeno quelli più gravi, sono atti di delinquenza, ma nel corso dell’ultimo secolo questo è stato sempre meno vero, a causa della crescita di una legislazione sempre più smisurata. La distinzione diventa ancora più importante quando si vogliono utilizzare i metodi psichiatrici nei confronti di chi è stato dichiarato colpevole da un tribunale.

Dev’essere del tutto evidente, credo, che quando si sente dire che tutti i criminali condannati dovrebbero ricevere cure psichiatriche, che la psichiatria avrebbe ben poco da dire a Robin Hood condannato per aver ucciso un cervo del re, all’uomo che ruba perché ha fame, ai martiri di Tolpuddle, o a chi è condannato per aver scommesso sulla pubblica via. Questi non sono casi estremi. Negli ultimi anni abbiamo visto che si chiedeva agli psichiatri di fare opera di riabilitazione e di reinserimento sociale nei riguardi di persone che si rifiutavano di sganciare bombe sulla popolazione civile o di conformarsi alle leggi razziali del nazismo.

Penso di non dover aggiungere altro per spiegare la distinzione tra criminale e delinquente, se non sottolineare un aspetto sul quale ritornerò più avanti, cioè che mentre alcuni delinquenti commettono dei reati, questo avviene in modo del tutto arbitrario in base alle leggi vigenti, mentre altri con identico comportamento non sono perseguibili o sono addirittura importanti esponenti della società contemporanea. Possono addirittura fare le leggi che determinano la selezione.

Mi limiterò a considerare chi è insieme delinquente e criminale, in quanto si pone stabilmente al di fuori del consesso sociale e del suo ambiente in modo da entrare in conflitto con la legge, perché rappresenta una precisa sfida alle idee della società. Una delle solite argomentazioni a favore dell’esercizio di un potere coercitivo da parte dello stato è quella che sostiene l’esistenza di delinquenti di questo genere e la necessità di proteggerci da loro. Ora, io so bene che la maggior parte di noi non accetta quest’argomentazione, come non accetta l’idea stessa di pena. Quello che voglio fare oggi è di fornirvi maggiore chiarezza sugli aspetti che, secondo me, giustificano il nostro rifiuto, anche se, avendo letto molta della nostra letteratura, io ritengo che ci sia un rischio di sottovalutazione delle attività di questi delinquenti, quando si presume in modo piuttosto sconsiderato che in una società libertaria essi scompaiano e non ci diano più fastidio. E’ sì vero, credo, che sia possibile sradicare la delinquenza di questo tipo quasi completamente, modificando la forma della società, ma solo se ci sono del tutto chiare le cause precise che la riproducono.

Se parliamo in termini generici di eliminazione del capitalismo o della coercizione, restiamo nella stessa vaghezza di quei vecchi magistrati che parlano di miglioramento dello spirito etico della nazione.

La sola possibilità di eliminare la delinquenza, in una società anarchica come in qualsiasi altra, si basa sulla capacità di avere un quadro preciso delle sue cause, come l’abbiamo per le malattie epidemiche, e possiamo avere le informazioni necessarie esattamente allo stesso modo. Vorrei dare un’occhiata alle teorie sostenute in passato sulle cause della delinquenza, poi agli studi più recenti e infine alle implicazioni di questo lavoro in qualsiasi progetto di nuove forme sociali che noi volessimo intraprendere.
Nel periodo in cui si è elaborato il diritto penale inglese, la delinquenza era di norma attribuita a debolezza spirituale. In altri termini, a cause sovrannaturali. Finché rimase valida quest’opinione, i tentativi di approfondire quest’analisi furono piuttosto rari e limitati, pur non mancando del tutto.

Con la crescita del deismo e del naturalismo, l’idea del peccato originale e del male non scomparve subito completamente, ma si tradusse nel concetto che vedeva una tendenza umana a ricadere nella violenza fatta al prossimo, e in quello di spinte istintive antisociali che dovevano essere represse. Noi non accettiamo più la tesi di una tendenza umana di fondo o, per dir meglio, riconosciamo che gli impulsi aggressivi sono di norma l’opposto degli impulsi sociali, ma dobbiamo accettare l’idea che certe persone abbiano forti impulsi antisociali: il punto di avvio della criminologia razionale ci fu quando singoli studiosi cercarono di individuare da dove venissero questi impulsi, perché in certi erano più evidenti che in altri, e come si potesse porre rimedio al fenomeno.

Il libro che si considera generalmente all’origine della moderna psico-criminologia è “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccarla, pubblicato nel 1764: si tratta però più di un appello a un trattamento umano che di uno studio delle cause. Forse il primo testo che indagò seriamente le cause, anche se in modo piuttosto erroneo, fu quello del fisionomista Johann Lavater, che produsse due tra le tesi più persistenti e più fuorvianti della psicologia: quella del tipo criminale e quella dei tratti della personalità, che egli dichiarava di saper riconoscere sul volto. La sua evidenza è assai evidente nell’opera di Cesare Lombroso, all’inizio del secolo.

Come probabilmente saprete, la tendenza di Lombroso era quella di presumere che il crimine fosse una predisposizione innata, come lo sono le capacità artistiche o una grande intelligenza. Le idee di questo genere hanno fatto sì che i tentativi di trattamento terapeutico dei delinquenti restassero molto limitati, dato che si pensava che il delinquente fosse geneticamente diverso da chi non lo era, ma si basavano su un’osservazione molto importante, cioè che chi commette reati può essere distinto in due categorie molto nette: quella di chi lo fa per cause ben evidenti, di chi ruba perché ha fame e uccide perché ha subito un’estrema provocazione, e quella di coloro che, in una minima percentuale, commettono un reato dopo l’altro, spesso ripetendosi nei particolari.

Penso che questo sia un fatto importante da riconoscere, quando si vuole valutare l’assunto politico-teorico secondo il quale la legge e le forze coercitive dello stato costituirebbero la principale protezione contro i delinquenti. A prescindere da qualsiasi considerazione sull’anarchia, i fatti dimostrano che una grande percentuale dei reati che si verificano, e che riguardano il diritto penale e non quello civile, sono opera di un numero relativamente limitato di persone. I dati che abbiamo ora e qui a nostra disposizione ci dicono che chiunque di noi è in grado di compiere un’azione di tipo delinquente-criminale, se sufficientemente provocato: la paura della punizione può servire un poco a mantenerci nella legalità, ma anche se sparisse, pochissimi di noi si precipiterebbero fuori a rubare qualcosa o ad ammazzare qualcuno che ci sta antipatico.

Le nostre regole interiori di condotta ci impedirebbero di agire così. D’altra parte c’è un gruppo ben definito di persone che lo fanno più volte e a dispetto della legge, a dispetto di varie condanne e molto spesso senza ricavarne grandi vantaggi personali.

Il problema del crimine non è un problema di impulsi antisociali isolati, innati o naturali. Questi impulsi sono controllati con molta efficacia dalle società stabili, senza coercizione, grazie a quelle abitudini di gruppo che ci renderebbero molto riluttanti a passeggiare nudi per Oxford street, anche se non fossimo arrestati per offesa al pudore. Il problema del crimine, inteso come una seria minaccia alla vita e ai diritti dei singoli, è il problema di chi delinque in modo recidivo, e la sola protezione che lo stato ci offre contro costui è quella rappresentata dalla sua assenza, quando è rinchiuso in prigione.

Davanti a questo pubblico non c’è bisogno che critichi la tesi dell’incarcerazione ai soli fini preventivi. Se possiamo riabilitare questi individui, lo dobbiamo fare, giacché, per le stesse buone ragioni di natura politica, si potrebbero incarcerare i tisici, ma non consideriamo questo una cosa giusta. Dal nostro punto di vista, l’importante è che questa minaccia sociale (sulla quale lo stato basa tante sue rivendicazioni) scomparirebbe se potessimo chiarire come mai certe persone diventano delinquenti abituali, se potessimo eliminare le cause che li rendono tali, individuare e riabilitare i casi precoci, e così cancellarli all’origine, anche se non facessimo niente per eliminare i casi dei delinquenti più incalliti.

La seconda scoperta di Lombroso, che lo spinse a considerare congenito il crimine, riguardava il fatto che il delinquente abituale, quasi invariabilmente, comincia le sue attività antisociali in giovanissima età. Sono quasi tutti d’accordo sul fatto che se potessimo concentrare la nostra attenzione sulla delinquenza giovanile, individuare il gruppo di coloro che sono destinati a diventare delinquenti abituali, distinto da quello dei semplici ragazzacci, e bloccare il processo a questo punto, il crimine, come problema amministrativo, praticamente sparirebbe. Ecco perché oggi c’è tanta attenzione sul problema della delinquenza giovanile da parte degli psichiatri.

Ora, noterete che non parlo del problema in termini esplicitamente rivoluzionari o anarchici, perché gran parte del lavoro in questo campo è oggi svolto non da rivoluzionari, ma da psichiatri che cercano di operare, se non in accordo con il sistema esistente, almeno al suo interno. Io penso che il loro sia un lavoro importante, e per questa ragione: la delinquenza non riguarda solo il crimine.

Quanto più si sviluppano l’antropologia e la psicologia criminale, tanto più appare chiaro che i meccanismi che trasformano certe persone in ladri o assassini recidivi non sono diversi, dal punto di vista dinamico, da quelli che fanno di qualcuno un delinquente di altro genere, un delinquente socialmente accettato e non perseguitato, col quale ci troviamo in contrasto ogni volta che critichiamo il potere e la coercizione come istituzioni. Questa non è una tesi peculiare dell’anarchia: è largamente e, credo, sempre più accettata in psichiatria.

In quanto anarchici, è il desiderio di dominare il crimine che più ci spaventa. Noi riconosciamo il fatto che, al momento, le attività delinquenziali dei governi, e degli individui psicopatici che stanno al loro interno, rappresentano una minaccia al progresso sociale molto più grave dei peggiori esempi di reati perseguibili per legge. L’individuo che è tanto intelligente e fortunato quando delinque può riuscire a esprimere i propri disturbi della personalità in forma non perseguibile; se è sfortunato o di minore intelligenza, li esprimerà in un modo che viene comunemente definito un reato. In un altro contesto lo psicopatico aggressivo che picchia e rapina può essere identico, dal punto di vista psicodinamico, al carceriere sadico che bastona i prigionieri e ne ha l’autorizzazione, come l’agente clandestino di cambio che finisce in prigione si può assimilare al demagogo che solleva le folle per diventare il capo del suo partito.

Per questo, un tentativo scientifico di scoprire i fattori reali e concreti, all’interno della società, della famiglia e dell’individuo, che portano al crimine del tipo deliquenziale è di per sè un’attività rivoluzionaria, se per rivoluzione noi intendiamo l’impegno a trasformare forme sociali inadeguate con un intervento soggettivo, e qualsiasi contributo a questa ricerca, anche quello che viene da chi non ne comprende il significato più ampio, è di importanza vitale per noi rivoluzionari.

C’è anche un altro aspetto. Non sempre noi siamo coerenti. La maggior parte di noi, credo, rifiuta per principio di indignarsi e di reagire con richieste di vendetta nei confronti di banditi e assassini, perché diciamo che il loro comportamento è un risultato dei difetti di questa società. D’altro canto molto spesso ci indignamo e possiamo reagire in modo altrettanto passionale, davanti alle attività di certi gruppi di potere o di singoli governanti; talvolta, e questo capita più spesso tra gli anarchici, per l’attività di una classe, o dei governanti nel loro insieme, quanfdo ci sembra che operino in modo brutale o perverso. Non voglio con questo dire che dovremmo lasciar perdere la nostra giusta indignazione sociale, come non dovremmo scrollare le spalle quando ci troviamo davanti a un pluriomicida, ma penso che qualsiasi movimento rivoluzionario che sia capace, e io penso che lo siamo, di darsi una base in psichiatria, dovrebbe così acquisire meglio che in qualsiasi altro modo un equilibrio e un metodo basato sui peincipi, per affrontare la questione dei mali sociali.

Sono convinto che esiste un unico tipo possibile di rivoluzione, quella che si basa sullo studio scientifico delle cose che vogliamo favorire e di quelle che vogliamo eliminare, e della loro messa a punto con mezzi che definirei psichiatrici e non politici, e che questi sono i criteri che dobbiamo seguire se vogliamo dare un contributo al progresso umano.

Per andare ancora in là, si sa bene oggi che non solo il potere statale, ma anche le attività rivoluzionarie spesso dissimulano le tendenze psicopatiche di chi le pratica. Abbiamo avuto tutti a che fare, a nostre spese, con il tipo fuori di testa, ed essendo un movimento minoritario, dobbiamo guardarcene: per quanto ne so, potrei esserlo io stesso.

E’ nostro dovere concreto, e non tra i più facili e semplici, applicare e riapplicare criteri razionali alle nostre stesse reazioni e alle nostre opinioni. Il nostro odio per la coercizione e l’autorità è fondato su dati concreti, o è un modo per scaricare la nostra aggressività, che altrimenti ci avrebbe portato al carcere di Dartmoor o al consiglio dei ministri? Non mi soffermerò su questo punto, ma dovremo ricordarlo di sfuggita. Il delinquente o lo psicopatico è invariabilmente l’altro, non chi fa uso di questi termini.

Ora la domanda cruciale è questa: possiamo sperare di intervenire con efficacia per prevenire lo sviluppo di quel disturbo del comportamento che porta alla delinquenza? Si tratta, come propongono Lombroso e, ancora oggi, un certo numero di criminologi, di una malformazione innata? Penso che possiamo rispondere con un no deciso. Non esistono prove di nessun genere a supporto di questa tesi, se non un numero limitatissimo di malati di mente e di psicotici con difetti organici che hanno tendenze distruttive o dannose, e perfino questi si possono in una certa misura educare o limitare. Si tratta allora di un effetto economico? E’ la povertà che alimenta il crimine nella misura in cui pensavamo? E’ vero fino a un certo punto, anche se crimine non vuol dire proprio delinquenza: il crimine, come spero di dimostrare nel giro di un minuto, è un processo di decomposizione o di rottura e, come molte altre forme di comportamento esplosivo, può essere il frutto di varie tensioni non specifiche. Ma la povertà non è assolutamente l’unica causa e ogni tesi esclusivamente economica non basta a spiegare il fenomeno.

Se leggete sui giornali, vedrete che tutti conoscono le cause dei reati, soprattutto di quelli commessi dai minori: vescovi, magistrati, medici, assistenti sociali, postini e redattori. Purtroppo, tra costoro non ci sono due sole persone che siano d’accordo. Tra le cause più citate ci sono lo scarso livello morale in famiglia, dovuto alla mancanza di un’educazione religiosa oppure per la supposta crescita dei furtarelli, delle truffe e così via, la carenza di quella che viene definita disciplina parentale, e il fatto ormai assodato che i bambini rubano perché vogliono qualcosa: se rubano le caramelle è perché le desiderano ma non vogliono fare sacrifici per comprarle, il che in altra forma è la solita tesi spiritualista.

L’unico modo per replicare ad affermazioni di questo genere è attraverso un’osservazione adeguata, per verificarne l’esattezza. Riserverò il tempo che mi resta a una ricerca particolarmente importante su questo tema, appena pubblicata, condotta da Scott per il Carnegie trust. Per quel che ne so, il ricercatore non è un anarchico, e quindi possiamo citarlo senza essere accusati di partigianeria. I casi da lui esaminati riguardano 102 giovani tra i 15 e i 18 anni, che frequentano scuole inglesi legalmente riconosciute: è un campione piuttosto limitato, ma i risultati e il metodo sono di grande importanza generale. Purtroppo, non posso far niente di meglio che riassumerne le conclusioni, ma potete trovare il libro nelle biblioteche pubbliche: s’intitola Delinquency and Human Nature e lo raccomando a tutti i presenti.

La principale scoperta di Scott è che, in quasi tutti i casi, il reato, che fosse di tipo sessuale, un furto o altro, rappresentava una reazione di rottura e una fortissima tensione interna. In nessun caso un ragazzo aveva rubato perché desiderava qualcosa: si rubavano oggetti non desiderati, gli oggetti, una volta rubati, erano dati via. La disciplina imposta dai genitori era di carattere molto variabile: da molto severa a del tutto assente. L’educazionereligiosa era presente o assente senza che il risultato cambiasse. Secondo le stesse parole di Scott, questi cedimenti a delinquere rappresentano una fuga da una situazione emotiva che, per il particolare individuo, in seguito a vari condizionamenti del suo ambiente, diventa almeno temporaneamente insopportabile.

Fra le motivazioni a delinquere Scott indica l’eccitazione da scampo, che è chiaramente connessa con i reati di efrazione, la compensazione all’inferiorità, l’attenzione delinquente, il risentimento nei riguardi dei genitori, il desiderio di uscire di casa. Un’importante deduzione che si trae da questi riscontri è che l’avere genitori delinquenti non è una determinante importante, per questa ragione: la soddisfazione o il sollievo che i delinquenti ricavano dai propri reati non sono concreti, come lo sono un guadagno o un vantaggio, ma dipendono quasi del tutto dal fatto che il crimine è qualcosa che la società respinge, che comporta una punizione, li fa cacciare di casa o scandalizza i genitori. Un ragazzo che ha un padre scassinatore non cerca di contrariarlo rubando.

La percentuale più grande (53%) si impegnava in un’attività criminale per dimenticare i propri problemi domestici vivendo una serie di avventure. Altri cercavano intenzionalmente di essere arrestati per dispiacere ai propri genitori o per uscire di casa. Penso che una lettura dei 102 casi qui illustrati ci dia un quadro realistico di quello che dobbiamo affrontare per trattare il problema della delinquenza abituale, più di quanto non faccia l’esame della seconda parte del processo. Il vecchio delinquente ha la scorza dura: ha un suo equilibrio interno che non è facile rompere. Ma egli rappresenta il risultato finale del processo. Scott dimostra con estrema chiarezza che la delinquenza è una nevrosi, se con questo termine intendiamo una reazione di tipo iterativo a una situazione che non siamo in grado di reggere, una reazione che è di per sè inappropriata e inutile, ma che si consolida cme un’abitudine.
Per i nostri scopi dobbiamo procedere oltre e vedere quali siano le tensioni che hanno creato questa tensione. Erano sostanzialmente tensioni interne alla famiglia.

Il riassunto ce ne fornisce una certa idea: per comprendere con che cosa dovevano misurarsi questi giovani, per lo più di buona famiglia, si deve ricorrere alla descrizione dei casi; Scott ci fornisce ampie categorie che definiscono l’origine dell’ansia, ma non ne indacano l’intensità o la mancanza di qualsiasi possibilità di fuga per le vittime: ansia per la salute dei genitori, paura di essere abbandonati, il non essere desiderati, estraniamento dei genitori, genitori insoddisfatti, nevrotici, isterici, ottusi, eccessivamente severi; famiglie sconvolte dalle liti, separazioni, nuovi matrimoni e così via.

Al di sotto si può individuare, se si vuole, qualcuno dei più classici profili freudiani. Non c’è una causa fondamentale all’origine: una tensione qualsiasi che incrini la stabilità, la fiducia o l’affetto all’interno di una famiglia può, in certe condizioni, produrre più di un’altra la delinquenza, ma in ogni caso l’aggressività, l’irresponsabilità e la crudeltà del delinquente sono il risultato di un processo di apprendimento: è un modo di reagire acquisito, una risposta alla situazione, non un tratto del carattere. Dietro alla struttura famigliare c’è quella della socialdemocrazia urbana occidentale: una forma di vita comunitaria impraticabile da molti punti di vista, una società che tende al consumo, che non valorizza i suoi figli perché è diventata socialmente disgregante. La cura che s’impone, stando così le cose, è quella del decondizionamento, “pone il delinquente in un ambiente in cui le sue ferite emotive possono al meglio rimarginarsi”.

Quanta distanza ci sia dall’idea ortodossa di una pena legale non vale nemmeno la pena di dirlo. Quanto alla società asociale alla quale dobbiamo tornare, la sua riforma in questo senso è la nostra principale preoccupazione, in quanto sostenitori della libertà e dell’aiuto reciproco.

Non ho il tempo né, credo, l’autorità per cercare di applicare la lezione che emerge da quanto abbiamo detto alle nostre idee di trasformazione sociale; posso solo indicarvi ancora una volta come la famiglia, ai fini della formazione del carattere in questo aspetto, e l’intera rete dei rapporti personali che vi danno un loro apporto, è la chiave non solo del problema della delinquenza nel suo senso più limitato, ma in tutti i più ampi contesti sociopolitici che ci interessano per le nostre aspirazioni di fondare una società non costrittiva nella quale gli individui si rispettano senza bisogno di sanzioni esterne. C’è un bel po’ da discutere e da studiare in questo senso.

Ci sono due questioni che vorrei sollevare. Prima di tutto, quello che oggi si fa in questo campo mi sembra offrire molte valide ragioni di ottimismo. Il campo politico e una rivoluzione del tipo levée-en-masse cui miravano i primi radicali non hanno mai avuto prospettive tanto scarse: le nuove conoscenze e le ricerche sul meccanismo sociale e sulla formazione del carattere degli individui ci forniscono, a mio modo di vedere, non solo un campo in cui operare con tutte le prospettive di successo, ma anche la garanzia che le idee che abbiamo sposato, per varie ragioni, coscienti o incoscienti, fin dai tempi di William Godwin, sempre più entrano a far parte del pensiero scientifico. In secondo luogo, voglio sottolineare l’importanza di tenerci al passo col lavoro che si sta realizzando, di vederne tutti i risultati, che esse confermino o no le nostre tesi.

Non basta leggere Alexander Neill (il fondatore della Summerhill School, ndr), perché ci piacciano le sue idee, e non leggere chi lo critica. Personalmente vorrei vedere un maggioro numero di noi, tra quelli che lo possono, studiare le scienze sociali e affrontare ricerche in questo campo. Non che io voglia trasformare il movimento anarchico in una Fabian Society sociologica, che escluda chi non è uno scienziato.

Voglio vedere realizzato qualcosa mai fatto prima: un tentativo concertato, non prevenuto e adeguatamente documentato di far conoscere in modo diffuso e preciso i risultati oggi raggiunti nel campo della psichiatria infantile, della psicologia sociale e della psicologia politica, come nel passato abbiamo cercato di diffondere la propaganda rivoluzionaria. Il che certamente non implica nessuna scissione tra operario e intellettuale: l’operaio vuole le informazioni, e le vuole subito, proprio come le vuole il medico, o come l’intellettuale ha bisogno di cibo o carbone: in termini di aiuto reciproco ognuno si affida all’altro per distribuire questi beni. Penso che questo sia di integrazione a quanto altri compagni vanno facendo in fabbrica, rivendicando il controllo operaio o l’autonomia locale: le due cose marciano insieme.

C’è anche un altro aspetto: molti di noi magari si sentiranno scoraggiati per l’indifferenza del pubblico di fronte alle questioni economiche e sindacali che rivelano l’ingiustizia politica; credo che dovremmo essere degli ottimisti per aspettarci un qualsiasi movimento di massa che vada nel senso delle nostre idee attuali o, se questo movimento sorgesse miracolosamente, per credere che il pubblico inglese, condizionato a vivere in un certo modo e a pensarla in un certo modo, potrebbe essere portato da un momento all’altro a un livello superiore di responsabilità individuale.

In quanto movimento minoritario, le nostre maggiori possibilità stanno nella capacità di fare opinione. Imparando come sono fatti gli uomini liberi e perché sono scarsi al giorno d’oggi, mi sembra che la psichiatria svolga un ruolo che non è meno rivoluzionario anche se non tanto spettacolare. Vorrei suggerirvi che qui, dove potere, delinquenza e la maggior parte degli squilibri che vogliamo eliminare possono essere attaccati con i metodi che già sono serviti a cancellare le malattie epidemiche, noi forse saremo in grado di dare il contributo più efficace alla creazione del mondo cui aspiriamo.

Traduzione di Guido Lagomarsino.

_____________ Alex Comfort (1920-2000), medico specializzato in biochimica è considerato il fondatore della moderna gerontologia.
Tra i suoi libri tradotti in italiano, “La gioia del sesso” (Bompiani, 1984), “Più gioia nel sesso” (Centro terapie sessuali, 1986), “Buongiorno vecchiaia” (Edt, 1991), “Potere e delinquenza. Saggio di psicologia sociale” (1950, edito in Italia da Elèuthera nel 1996).
Questo saggio è apparso per la prima volta in italiano nella rivista Volontà, numero 1 del 1994: ringraziamo l’editrice A cooperativa e l’autore per avercene concesso la pubblicazione.

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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