di Luca Fregona
Aboulkheir Bregheiche è nato nel 1948 in un paesino vicino a Damasco. Presidente della comunità islamica del Trentino Alto Adige. E’ stato anche presidente dell’Unione delle comunità islamiche in Italia, di cui oggi è vicepresidente e responsabile del dipartimento cultura. In Alto Adige la maggior parte degli immigrati sono di religione islamica.
Diecimila persone in tutto, la seconda comunità religiosa più numerosa dopo quella cattolica. Numeri che non possono essere più ignorati. Come si possono conciliare costumi e tradizioni tanto diversi con  le regole della società occidentale? Lo abbiamo chiesto a Aboulkheir Bregheiche, presidente della comunità islamica del
Trentino-Alto Adige, una guida politica e religiosa per i musulmani delle nostra provincia. “La comunità islamica – spiega – è più variegata di quanto si possa pensare: è sì composta in massima parte da immigrati che sono arrivati negli ultimi anni, ma ci sono anche famiglie radicate qui da decenni. A cui si aggiungono non pochi cittadini autoctoni che hanno abbracciato la nostra religione”.

   Dottor Bregheiche, come si inserisce la cultura islamica nell’Europa di oggi?

   Nella storia europea l’Islam ha già dato prova di poter collaborare e coesistere con altre religioni, ha partecipato al progresso dell’Occidente rispettando le differenze. Un versetto del Corano recita: “E se avesse voluto, il tuo Signore avrebbe fatto di tutti un unico popolo, ma non smetteranno di continuare ad essere diversi”. Per L’Islam dunque la diversità è qualcosa di normale, di naturale. E’ volontà di Dio. Non dobbiamo costringere gli altri ad essere uguali a noi, ma non siamo nemmeno disponibili ad essere assimilati o scioglierci nella cultura altrui.

   Eppure l’Islam ha un’immagine aggressiva, radicale, viene percepito come un pericolo in grado di mettere in crisi l’identità occidentale.

   Bisogna dimenticare gli stereotipi e dare ai musulmani la possibilità di presentarsi, di farsi riconoscere per quello che sono veramente. Si ha l’impressione che vogliamo fare proselitismo, “islamizzare” l’Europa, semplicemente perché siamo visibili nell’esercizio della nostra religione, più praticanti, per esempio, dei cattolici. Se un musulmano crede, deve rispettare e applicare le regole. Un modo di intendere la spiritualità che si scontra con la superficialità e la secolarizzazione della fede in occidente.
Da questo contrasto deriva la paura dell’islamizzazione. 

   Quindi è un timore infondato…

   I musulmani sanno benissimo che, se vogliono vivere la loro religiosità, devono rispettare il laicismo, la libertà, la democrazia. Lo diciamo sempre: dell’Occidente ci sono molte cose che non ci piacciono (come lo sfrenato materialismo), però esistono,  anche molti valori positivi.

   Tra cui, magari, la laicità dello stato…

   Sicuramente, noi la rispettiamo. E poi la profonda democrazia, l’alternanza al potere, l’accettare la sconfitta, il sistema giudiziario, la libertà di difendersi: sono tutte cose positive, una ricchezza che dobbiamo apprezzare e anche imparare.

   Però ci sono dei costumi islamici che cozzano con le libertà occidentali,
penso all’obbligo per le donne di portare il foulard per coprire la testa, alla rigida separazione tra i sessi…

   Portare l’hijab
(il foulard islamico che copre la testa e il collo, ndr) fa parte della libertà dell’individuo. Se noi crediamo in questa libertà, dobbiamo permettere alla gente di manifestare la propria fede anche in come si veste, almeno finché non urta in maniera negativa con gli usi e le abitudini della società in cui viviamo. Comunque, non ho mai sentito proteste contro un buddista perché porta la tunica, o un ebreo lo zuccotto, o un cristiano la croce al collo. Non dobbiamo
credere che una ragazza offenda la società solo perché si copre il capo. 

   Ma quello che si contesta è la costrizione nei confronti della donna…

   Dobbiamo distinguere.
E’ ovvio che nelle famiglie islamiche con un padre ignorante o un marito prepotente, può esserci una coercizione, un comportamento dispotico.
Non credo però sia una prerogativa dei mariti o dei padri musulmani.
Il Corano sostiene la libertà, dice che non deve esserci costrizione nella fede: “ognuno incontrerà il signore singolarmente”. Allora, questo foulard, è quasi sempre una libera scelta della donna. 

   Quindi se una donna non lo volesse è portare, lei non ci trova niente di male?

   Certo, perché è libera. E’ lei che deve rispondere davanti al Signore. Fosse anche mia figlia… Certo, ho l’obbligo di indirizzarla, di educarla islamicamente,
e mi dispiacerebbe se non si attenesse a questo principio. Che è un principio divino, richiesto dal Corano: la donna deve coprire i capelli.
Però, ripeto, è lei che deve rispondere a dio. Solo lei.
Mi lasci aggiungere una cosa: nel mondo arabo islamico notiamo una grande
riscoperta del foulard da parte delle donne. A milioni. Questo ritorno alla tradizione, alla morali malgrado la secolarizzazione, è l’affermazione di una scelta e non di un obbligo. Le giovani lo sentono come qualcosa che le avvicina al Signore, lo portano volentieri perché così si esaudisce la volontà di Dio. D’altra parte, anche all’uomo viene richiesto di vestirsi in una maniera conveniente. 

   L’Islam non conosce la distinzione tra sacro e secolare, il diritto è mutuato dal Corano, si parla di grande nazione araba; spesso i paesi musulmani non sono democrazie ma regimi autocratici. Quando gli immigrati arrivano in Europa non si crea una contraddizione tra questi due modi così diversi di intendere la cittadinanza?

   L’immigrato proviene da una società basata su principi religiosi radicati nel
tessuto sociale e nel cuore della gente. E questo è positivo. Dall’altra, purtroppo, in quasi tutti i paesi d’origine manca la libertà. E questo è negativo. Poi, quando arriviamo in Occidente, troviamo sì la libertà, ma anche secolarizzazione, materialismo, permissivismo quasi eccessivo. Si crea così una contraddizione manifesta, forte. 

  E come se ne esce?

   All’inizio c’è uno scontro culturale. Man mano che si va avanti, si cerca di conciliare le visione islamica della vita con quella europea. Gli immigrati cominciano
a imparare le regole e le abitudini della società che li ospita.
Si adattano piano piano. Purtroppo, molte volte, perdono parte della loro identità.

  Per difenderla, la soluzione qual è: fare il fortino islamico dentro l’Europa oppure dare vita ad una nuova identità euro-musulmana?

  Indubbiamente creare
un’altra identità. Il musulmano che vive in occidente è molto diverso dal musulmano che vive in un qualsiasi altro paese islamico. Perché
ha acquisto un’altra esperienza, conosce la libertà, la democrazia.
Con tutti i pregi e difetti. I musulmani che sono qui da molti anni, magari anche nati e cresciuti in Europa, alla fine trovano il modo di vivere di
un paese islamico molto diverso, lontano: quando tornano nei loro paesi d’origine si sentono stranieri in patria.

   Anche l’islamismo
europeo è differente da quello arabo?

   I principi generali
non si possono modificare: io devo credere in un dio unico, devo fare le mie cinque preghiere al giorno, devo digiunare il mese di ramadan, devo
pagare la Zakah (l’elemosina obbligatoria, ndr), devo andare alla mecca una volta nella vita. Questi precetti religiosi non si modificano neanche se vado a vivere al Polo Nord. Però la mia mentalità cambia. 

  Cosa dobbiamo accettare
noi europei?

   I principi su cui è costruita la democrazia in occidente possono andare bene anche per noi.  Però si deve riconoscere la nostra diversità.
Noi sappiamo benissimo che questa società non è fatta a misura di musulmano, che i musulmani sono minoranza, e che la minoranza deve sopportare
molto e sacrificare qualcosa; però, nello stesso tempo, sappiamo che la democrazia è fatta per garantire anche il diritto dei gruppi minoritari. La comunità islamica è la seconda comunità

religiosa dopo quella cattolica, l’Islam ormai è parte integrante della società italiana. E’ bene pensare a questo fenomeno come qualcosa di duraturo, permanente, irreversibile, e regolarsi di conseguenza.

   Quindi, noi pretendiamo tutti i nostri diritti, però da cittadini italiani.

   Quali sono questi diritti?

   Vanno dalla nascita alla morte. Vogliamo praticare la nostra religione nelle scuole, nelle fabbriche, nelle caserme, avere nostri luoghi di culto, macellare
la carne secondo i precetti religiosi (oggi si può fare solo nei mattatoi, ndr). E ancora: poter entrare nelle carceri ad assistere i detenuti
e negli ospedali per stare vicino agli ammalati. Come fanno i preti. Oggi è praticamente proibito. In dieci anni sono riuscito ad entrare
una sola volta nel carcere di Bolzano.  Ed è uno scandalo, visto che lì gli immigrati sono la maggioranza, e la nostra opera è necessaria per favorirne il reinserimento. Un altro esempio: il
cimitero islamico. A Bolzano manca. Se un bolzanino musulmano muore, dove lo mettiamo? È così difficile ricavare un’area per noi? 

  Ma i tempi della preghiera islamica spesso non si conciliano con quelli della società occidentale…

   I principi sono dogma. Ma il corano dice anche che devono essere applicati dove è possibile. Facciamo un esempio: in una fabbrica dove un operaio per poter lavorare non può proprio digiunare, può astenersi dal fare il ramadan. In sostanza: noi chiediamo allo Stato di concedere ragionevolmente quello che è possibile. 

   I vostri figli come si sentono? Non sono arabi come i genitori perché sono nati qua, e non si sentono nemmeno italiani perché, comunque, c’è chi glielo ricorda tutti i giorni…

   Vivono letteralmente
una doppia identità. Sono italo-musulmani. Questa società li ha allevati, però nello stesso tempo hanno un’appartenenza culturale e religiosa diversa. E’ una ricchezza per loro. Li invidio: chi sa  vivere questa doppia identità sicuramente è molto più ricco, perché può affrontare i problemi dell’esistenza con un  bagaglio spirituale molto più grande. Inoltre, rappresentano una ricchezza anche per l’occidente stesso: sono la cerniera tra le due civiltà. Certo non è facile: da parte loro richiede uno sforzo
in più, sacrificio, equilibrio.

   Molti di questi ragazze e ragazzi non ce la fanno, vivono ai margini della società, c’è un abbandono scolastico altissimo.

   Sì, molti lasciano: uno dei motivi, spinti anche dai genitori, è la sete di
guadagnare. Poi c’è una responsabilità della scuola, che dovrebbe fare di più: questi ragazzi, in classe, si sentono stranieri, emarginati.

   Chi non ce la fa, cade spesso nelle braccia della microcriminalità. 

Carceri e riformatori sono pieni di ragazzi immigrati.

  Il debole è più suscettibile all’emarginazione: chi non gode dei suoi diritti,
chi deve sacrificarsi molto per aver riconosciuta la propria dignità, è più esposto allo sfruttamento. C’è una certa ignoranza in una fetta di questi immigrati, non si può negare, peròla causa più importante è questa debolezza che li espone, che li fa diventare facile preda di delinquenti ancora più pericolosi; delinquenti che, nella maggioranza dei casi, sono autoctoni. Per questo noi diciamo: date a questa gente la possibilità di vivere in modo dignitoso, di avere un’abitazione decente, fate una politica abitativa
per tirarli fuori dalle strade, dai parchi delle stazioni, dai posti dove sono più esposti alla devianza.

   Come la collina Pasquali, il ghetto di Bolzano…

   Sì. La collina pasquali è un fallimento della politica abitativa nel comune
e nella provincia di Bolzano. Dispiace dirlo, ma è così.

   Una fetta di immigrati preferisce però stare nel ghetto piuttosto che confrontarsi…

  Questo è vero. E qui hanno ancora più responsabilità le istituzioni, che devono impedire, e non permettere, la continuazione di queste realtà.
C’è una responsabilità politica di farli uscire da lì e di inserirli in un contesto abitativo normale. E, assolutamente, non si deve fare l’errore di individuare uno stabile o un quartiere unicamente per loro. Creerebbe solo ulteriore isolamento e marginalità.

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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